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Processo Eternit

Schmidheny, l'imputato miliardario che chiede di non essere punito perché non sarebbe «rieducativo».

Casale Monferrato | 16/12/2011 — Ma chi è Stephan Schmidheiny, l’imputato svizzero con cui il Comune di Casale si appresta a stipulare l’accordo?
«Il signor Schmidheiny - annota Edoardo Francia di Ottiglio, laureato in Economia alla Bocconi - compare al 393° posto nella classifica mondiale dei miliardari pubblicata da Forbes per il 2011. Il suo patrimonio netto stimato a Marzo 2011 è di 2,9 miliardi di dollari, ovvero 2,23 miliardi di euro o ancora, per rendere meglio l’idea, circa 2230 milioni di euro. La sua offerta corrisponde insomma a circa 1/124esimo del suo patrimonio».
La domanda che il nostro lettore estende a tutti a scopo di rilfessione è: quanto ha dato l’amianto a Schmidheiny? E quanto ha restituito (o intende ora restituire) alla società per i danni causati dall’amianto stesso?
Dal 1976 Schmidheiny secondo quanto ha detto il suo stesso fratello Thomas fu il massimo dirigente dell’Eternit. Secondo l’accusa era ben consapevole che di amianto si moriva ma continuò a lavorarlo fino al 1986 negandone la pericolosità.
I dirigenti (che la «sua» Eternit pagava) ancora nel 1984-1985 in conferenza stampa tessevano le lodi dell’asbesto elencando i mille utilizzi che se ne facevano e garantendo che era possibile utilizzarlo in modo sicuro.
E lo dicevano - sfacciatamente - proprio qui, a Casale, nel posto in cui era stato gettato a piene mani il micidiale polverino che tutt’oggi uccide.
Per negare che esponevano a rischio mortale lavoratori e cittadini in una sessantina di Paesi sparsi in tutto il mondo (!) la (sua) Eternit aveva creato un vero e proprio «manuale» con domande e risposte che - proprio negando puntigliosamente i rischi - ne rende palese la minuziosa consapevolezza.
I suoi legali al processo hanno invocato la prescrizione affermando sostanzialmente che contano solo i fatti, ormai risalenti agli anni Ottanta, e ignorando i morti causati dall’amianto. Insomma se fanno vittime muore dopo troppo tempo, (anche se si sapeva di somministrare un «veleno» a lentissimo rilascio) non si deve essere puniti?
Patologie che del resto i suoi consulenti in aula hanno incredibilmente negato: le asbestosi erano riconosciute «con leggerezza dall’INAIL... le diagnosi di mesotelioma erano sbagliate perché in passato non c’erano gli attuali strumenti diagnostici. E come sarebbe possibile?

«Il mesotelioma non esiste»
Fino ad arrivare citare crudelmente un passaggio di uno studioso che voleva esprimere la difficoltà di diagnosi: «il mesotelioma non esiste». E i 50 morti l’anno che si registrano attualmente? Non esistono?
Schmidheiny - è stato detto al processo di Torino - aveva creato una struttura di controcultura scientifica, il centro di Neuss, sempre secondo la tesi dall’accusa , e un vera e propria «intelligence» che ha studiato per anni anni fino a tempi recentissimi (e molti ritengono ancora oggi) le mosse della associazione (a Casale ha ricordato all’ultima assemblea AFEVA Bruno Pesce la «spia di Schmidheiny» era Cristina Bruno).
Schmidheiny è colui che al termine di un dibattimento che ha evidenziato che sapeva tutto e ha accettato di esporre almeno tre generazioni di una intera comunità al rischio mortale dell’amianto, al termine della discussione attraverso i suoi legali ha chiesto di non essere punito, perché la pena non avrebbe il «fine rieducativo previsto dalla Costituzione», visto che è passato molto molto tempo da quando si occupava della polvere assassina e oggi è «una persona compleametne diversa».
Ma alla 38ª udienza proprio i consulenti di Schmidheiny sono tornati a parlare di «bronchite cronica», esattamente come faceva la «sua» Eternit quando i lavoratori andavano a farsi visitare nel «carrozzone»: una pacca sulla spalla e la raccomandazione: «Fuma di meno».
No, forse allora non è cambiato così tanto... Forse può sperare ancora di essere rieducato...

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