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Visita in anteprima del Museo del Riso di Pobietto

Compresa nel territorio del comune di Morano sul Po, l’area di Pobietto è uno dei luoghi più antichi del Monferrato. Abitata fin dall’età del Bronzo, come attestano i reperti archeologici trovati nel 1994 ed esposti nella sezione archeologica del Museo Civico di Casale, fu trasformata in epoca romana e poi bonificata dalla presenza dei monaci benedettini che sceglievano luoghi isolati e malsani per coltivare la terra. Sorta alla fine del XII secolo e dipendente dall’Abbazia cistercense di Santa Maria di Lucedio, la grangia di Pobietto aveva una struttura a corte chiusa fortificata, protetta da un alto muro perimetrale con l’ingresso difeso da una torre-porta. Il complesso posto al centro delle aree coltivate era formato da una serie di edifici che comprendevano le stalle, le officine, i magazzini, il mulino, la cappella e l’abitazione del “grangerius”. Nel secolo scorso, quando il riso diventò la coltivazione principale, furono costruiti fuori dal corte i dormitori che ospitavano le mondine e i lavoratori stagionali delle risaie. Questi ampi locali, ripuliti e risistemati, accolgono ora il “Museo della Civiltà Risicola e dell’Ambiente di Pianura” di Morano sul Po. Una grande collezione di antichi attrezzi e utensili legati alla coltivazione del riso cui ha recentemente dedicato una scheda il terzo volume della collana “Cultura contadina in Piemonte”, pubblicato dalla casa editrice Bonechi (Firenze, 2009). Un viaggio nella vita quotidiana, nell’ambiente e nelle tradizioni degli antichi risicoltori monferrini, che fa rivivere un mondo ormai perduto. «A Morano sul Po, presso la Cascina [grangia, ndr.] di Pobietto, proprio al punto d’incontro dei confini di tre comuni della zona (Morano, Camino e Trino), sorge un interessante “Museo della Civiltà Risicola e dell’Ambiente di Pianura”. Il museo espone una collezione di attrezzi e macchine relativi alla coltivazione e al trattamento del riso raccolti, con pazienza e dedizione, dalla famiglia Canepa, che ha vissuto a lungo negli ambienti della cascina. Si tratta di una raccolta che intende ricostruire non solo l’attività della coltivazione del riso, ma anche l’intera vita che intorno ad essa si sviluppava. Come raccontano i diretti interessati, il Comune di Morano aveva iniziato una prima raccolta di reperti fin dal 1989. Ma la maggior parte degli oggetti esposti sono frutto di ‘offerte spontanee’ di contadini del luogo, che hanno consegnato a questo museo tutto quanto rinvenivano nelle loro cascine: attrezzi tutti fabbricati a mano e in uso in risaia fino a cento anni fa e soprattutto ingegnosissime macchine, tutte autocostruite con ingranaggi in legno, manovelle in ferro forgiato, cinghie di trasmissione in cuoio, macine di pietra e via dicendo, che raccontano in modo meraviglioso la storia del riso: dalla semina alla irrigazione, dalla monda alla raccolta, dalla brillatura alla macinazione». :Per visite: famiglia Canepa, Pobietto (0142 85198) o Comune di Morano (0142 85330). VISITA IN ANTEPRIMA Con Nicola (classe 1924) e Dino Canepa, padre e figlio, visitiamo il Museo della civiltà risicola di Pobietto, un’anteprima in vista della riapertura ufficiale con visita guidata sabato 3 per il convegno storico. Il Museo è stato allestito dagli stessi Canepa all’entrata del complesso di Pobietto, sulla destra arrivando da Morano, ed è anticipato dalle rosse macchine per battere il riso attive fino al 1950. E’ stato recentemente trasferito in uelli che erano i dormitori delle mondine,alcune provenivano, come ricorda Nicola, da Reggio Emilia e da Bobbio Pellice, oltre che dalla collina, usufruendo del traghetto: oggi ci salutano mondine polacche e cinesi. Entriamo, è un nucleo -quello del Museo-nato venti anni fa da uno studio di Maura Guaschino su idea del sindaco di Morano Giancarlo Tiozzo. Alle pareti pannelli ricordano la storia della coltivazione del riso e degli antichi mestieri (oggi spariti). In totale 600 pezzi (bisognerebbe pensare a un catalogo...), buona parte proveniente dalla stessa Grangia, cui si sono aggiunte molte donazioni. Il più antico la ‘‘bicicletta’’, aratro a manubrio che era tirato da una coppia di cavalli. La Grangia era autosufficiente: ecco ad esempio la forgia del fabbro (donata da Martino Costanzo di Casale Popolo) determinante per i ferri dei cavalli, buoi, mucche, mule: i trattori dei campi. Altri strumenti per la ‘‘manicure’’ agli animali e un curioso sedile portatile del mungitore. Ancora in visione gli attrezzi del falegname (enorme una pialla) dello stagnino e dell’arrotino. Tutto funzionava con l’energia idraulica, si risparmiava anche con il ventilabro (separatore manuale del riso). Ecco una livella ad acqua: il laser di una volta. Una sezione si occupa dei mezzi di trasporto (c’è anche curiosamente il triciclo della ditta Maffioli). Si finisce con la storia (consulente Idro Grignolio): la riproduzione della targa di Vardacate, i ritrovamenti preistorici e di macine medioevali trovate nel Po. Salvato anche il grande portone della torre. Finiamo alla chiesa della grangia (parrocchiale di San Nicola, diocesi di Vercelli) per ammirare un capitello ornato da un giglio e i resti di una colonna esposti a fianco altare ‘‘Il capitello e la colonnina sono bei resti di arte cisterciense. Sono convinto che provengano da Lucedio e siano stati usati come materiale di reimpiego per la costruzione di una cappella. Probabilmente non erano gli unici: scavando credo che se ne troverebbero degli altri’’, ci dice il nostro prezioso consulente prof. Olimpio Musso cui abbiamo inviato le foto.

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Elisa Conti

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