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  • 12 ottobre 2009
  • Casale Monferrato

Con la scrittrice Elena Cappellano - Sala- Il forno - Risposta a un amico (torre civica) - Un lavabo di marmo- Palli per me- Budapest- Lezioni private-Un'infanzia, due città-

BELVEDERE MONFERRATO Mi è arrivato in ritardo, ma valeva la pena di aspettare. I volumi editi ogni anno per i lettori del Monferrato stanno diventando sempre più interessanti. Oserei affermare che questo mi ha a dir poco appassionata, perché non solo ha colmato alcune delle mie innumerevoli lacune sull’argomento, ma mi ha guidata nel tempo, mi ha fatto capire la strutturazione cronologica dei paesaggi che tante volte ho percorso a piedi, in bicicletta, in macchina, o anche spesso con lo sguardo che trovava pace nella contemplazione delle dolci linee collinari, di fronte alle quali sono cresciuta. La mia unica povera esperienza di geologa risale a tempi ormai lontani in cui, insieme a un’amica scienziata andavo, calzando stivaloni di gomma, a “rilevare”, come diceva lei sul fondo di torrenti, tornando carica di pietre come Calandrino. Ma si era per lo più in montagna. Non avevo mai pensato all’etimologia “Mons Ferax”, che avrebbe indotto i testardi abitanti di questi luoghi a rimanere pervicacemente legati alle loro colline, sollevatesi, come dice Barbero, venticinque milioni di anni fa. Devo confessare di essermi attardata con amore sul capitolo “I Giardini Pubblici di Casale Monferrato”. Che risalissero al ‘700 l’ho scoperto qui. per la mia infanzia sono stati un luogo meraviglioso alla Peter Pan, per l’adolescenza nel dopoguerra un punto di ritrovo, di interminabili conversazioni, di giri in bicicletta e di fragili amori fatti di occhiate. Le fotografie sono bellissime: a pag. 167 il sole che bacia l’arco alpino contemplato dalle colline ha rinnovato in me la sensazione provata recentemente quando, in un giorno di sole, sono salita sulla torre di Santo Stefano. E che dire dei luoghi rivisitati con gli occhi dei poeti e degli scrittori di romanzi, da Pavese a Rosetta Loy, da Alvaro a Ravasenga? Credo che questo libro continuerà a rappresentare per me una fonte inesauribile di emozioni perché, come penso farà ogni lettore, lo riaprirò tutte le volte che mi accingerò a recarmi in qualche luogo del Monferrato, non come si sfoglia una guida turistica , ma come un repertorio di storia, di bellezza, di stati d’animo, capace di ricondurmi ogni volta al presente attraverso il passato, come piace a me che in fondo ho una formazione di storica. Elena Cappellano LA CORRIERA PER SOLONGHELLO Si erano incontrati , Ivo e Anna ,in uno dei rapidi passaggi di lui per la piccola città .Vi tornava ormai raramente perché aveva cominciato a lavorare all’estero . Si erano seduti in un bar davanti a due tazze di caffè e avevano parlato posatamente dei tempi andati . Lei lo fissava , perché lo considerava da sempre il suo unico vero amore e si chiedeva come ogni volta perché si fossero persi così . Quel giorno avevano parlato del suo ultimo innamorato , un violinista che lei considerava straordinario . - Però - gli disse ,- non è possibile parlare di niente con lui . Parla solo di sé .Forse è stupido .- - E’ probabile ,- aveva risposto Sergio , col suo immutato gusto per il paradosso - anzi , è auspicabile : secondo me tutti i bravi esecutori dovrebbero esserlo . Solo così possono costituire dei tramiti perfetti attraverso cui il genio del compositore arriva fino a noi .- Si erano scambiato un sorriso con gli occhi , poi erano usciti prendendosi per mano e avevano camminato fino ai giardini pubblici , dove anni prima andavano a baciarsi sulle panchine . Ora le panchine erano scomparse e c’era una stazione di autobus . Prendiamo la corriera per Solonghello - disse lui improvvisamente . Lei lo fissò : - Perché ? E’ un posto bellissimo e poi ha un nome così dolce - . Lei si ricordò che in passato un giorno aveva accennato , senza nominarlo , a un paese dove stava la “granda “ la quale ogni tanto , se andava a trovarla , gli regalava dei soldi . Il nome del paese evocava serenità e dolcezza : fu tentata di salire sulla corriera . Ma era una donna , ormai , con degli impegni e degli orari a cui non poteva sottrarsi : - Un’altra volta , - gli disse . Ma lui sulla corriera salì davvero , e per molti anni quella fu l’ultima volta che si incontrarono . Così il nome di quel paese che lei non vide mai acquistò nella sua mente il valore di felicità sfuggita . Quella felicità che ci passa accanto ma che non siamo in grado di cogliere . Il paese in realtà Sergio lo conosceva poco . Ogni volta che la corriera si fermava sulla piazza dava uno sguardo alla chiesa barocca di sapore vittoniano , al teatro antico e sempre chiuso , al caffè ai cui tavoli era sempre seduto qualcuno a leggere il giornale , a giocare a carte o semplicemente a conversare a voce molto alta ; poi si avviava per la strada selciata che conduceva all’esterno del paese , senza guardarsi intorno , sempre pensando che quella fosse l’ultima volta , finché non scorgeva la grossa casa quadrata circondata di alberi da frutta . Allora un grande senso di pace lo invadeva , e assaporava il sollievo di tanti anni prima , quando la stessa immagine gli era apparsa dietro la bruma leggera del crepuscolo . Era stato lì che si era rifugiato dopo le lunghe tappe percorse con la forza della disperazione , quando era riuscito a scappare dal campo vicino ai confini slavi , in cui era stato rinchiuso alla fine del conflitto . La violenza a cui cinque anni di guerra avevano abituato la gente ribolliva come un mare di fango vulcanico a cui fosse stato improvvisamente tolto il tappo . Erano quelli o mai più i giorni in cui ci si sarebbe potuti vendicare della tensione insostenibile durata tanto tempo , insieme alla fame al freddo al buio alla paura . Molti sparirono senza che nessuno per più di mezzo secolo ne chiedesse conto a nessuno . E di molti , nemmeno dopo nessuno si curò più . Nelle zone di confine , dove i territori venivano spartiti senza tenere conto delle persone che vi erano nate , cresciute e che vi abitavano tuttora . Non molti erano riusciti a scappare . E poi c’era stata tanta strada da percorrere , la fame , gli incontri continui con bande che si muovevano in tutte le direzioni , la gente armata che sparava senza motivo , magari in aria , magari per abitudine , ma soprattutto con quanti approfittavano di quei giorni per liberarsi di chi gli dava ombra senza affrontare le conseguenze del proprio gesto . Perfino nei centri più tranquilli si riunivano quei “Tribunali del popolo “ che pochi oggi amano ricordare . Emettevano condanne a morte in contumacia o in presenza dell’imputato , con la facilità a cui la guerra li aveva abituati . Nelle campagne la gente un po’ aveva paura , un po’ era avvezza a non rifiutare gli aiuti che da anni venivano chiesti da persone visibilmente affamate . D’altra parte quei pochi anni dopo la fine della guerra furono quelli in cui gli agricoltori , i piccoli proprietari conobbero un agio assolutamente inconsueto per loro . Qualcuno si fece installare in casa la prima vasca da bagno . Le ragazze compravano dei bei vestiti e si fidanzavano con affamati giovanotti di città a cui non avrebbero mai potuto aspirare prima . Così non era stato difficile per Sergio ottenere un riparo e un po’ di cibo durante la sua lunga marcia attraverso i campi , da contadine stanche ( quante di loro avevano perso un figlio? ) conquistandole con il suo sorriso dolcissimo di ragazzo spaventato . Ma gli abiti si facevano sempre più lisi e più sporchi , anche se riusciva qualche volta a lavarsi la camicia . Aveva seguito grosso modo il corso del Po , dalle nebbie che si addensavano sulla sua foce in quelle terre abitate da gente che neppure esisteva perché nessuno l’aveva mai censita , e in cui avrebbe potuto tranquillamente risiedere la dolce follia di un Ligabue , per ritrarla nei suoi semplici quadri stralunati . Sul fiume abitavano anche degli uccelli - quelli che la gente non aveva considerato commestibili . Sapeva che nelle acque limacciose del fiume che andava verso il mare , sul fondo sabbioso si disfacevano ancora dei cadaveri che nessuno avrebbe reclamato .Era quella la guerra . E il confine fra essa e la pace era sottile , sfrangiato , difficile da distinguere Finalmente aveva capito di essere arrivato nei pressi del Monferrato : colline dolci coperte di vigneti , alberi che fiorivano anche se intorno c’era aria di tristezza e di povertà . I cartelli erano scarsi o assenti . Su quelle colline , sapeva, la guerra partigiana era stata accanita : forse però meno che nelle Langhe . Sapeva che qualche ponte sul Po era stato distrutto e ricostruito in fretta con mezzi militari perché i treni potessero passare . Erano riusciti a impedire che i tedeschi li facessero saltare prima di andarsene . Comunque , lui evitava le città e preferiva salire e scendere per le colline . A mano a mano che si avvicinava ai luoghi che aveva brevemente conosciuto da bambino una stanchezza sempre maggiore gli pesava sulle spalle . Anche se era cresciuto lontano di lì temeva che qualcuno lo identificasse e lo interpellasse . Non era ancora pronto a farsi riconoscere . Ritrovava gli odori dell’infanzia -la prima , più immediata sensazione dell’uomo - e questo sembrava contribuire a togliergli ogni forza rimasta . Il timore , il senso di impotenza aumentavano ; ritrovava la timidezza che gli causavano gli adulti , che in quei luoghi aveva sempre trattato con il voi . Era come se il suo corpo - che aveva lungo ed esile , magrissimo in quei giorni - si rimpicciolisse a mano a mano che avanzava . Eppure nei cascinali continuavano a trattenere i cani e a guardarlo con compassione .Gli davano da mangiare . qualcuno gli offriva perfino del lavoro : donne che erano rimaste sole a mandare avanti i campi e avrebbero voluto accanto qualcuno di giovane . Lui aveva l’aria onesta e sollecitava il loro sentimento materno .. Ma non si fermava mai più di una notte . Due , una volta che era troppo stanco per muoversi e si sentiva la febbre addosso . Una donna gli regalò una giacca , guardandolo amorosamente . Pensò di somigliare a qualcuno che lei aveva perso e la accettò , anche se gli andava stretta . Capiva che qualcuno non l’avrebbe più indossata e ne ebbe il cuore gonfio , anche se si era imposto di non pensare mai al peso del suo breve passato . Anzi , si era imposto di non pensare proprio , ma di lasciarsi guidare dall’istinto di conservazione come un animale . Fu così che una sera , poco prima del tramonto , scorse dietro alla polvere una collina , e sulla collina il paese dal nome dolce : Solonghello :, che gli era rimasto nella memoria come le caramelle che gli davano da bambino . Ora sì che le cose si sarebbero fatte difficili . Era una bella sera , anche se un po’ fredda , e decise di dormire all’aperto in mezzo alle vigne , riparandosi con qualche sacco che trovò nelle vicinanze . Temeva soprattutto i cani . ma dormì . Si svegliò all’alba , e si trascinò lentamente in alto , verso il paese . Qualcuno stava già uscendo nella luce grigia , e lui pensò che questa volta avrebbe dovuto parlare . Non ricordava più il dialetto . Rammentava però un termine : “La Granda “ , con cui da bambino gli facevano indicare la bisnonna . La bisnonna sapeva di caramella alla violetta e non lavorava più in continuazione come le altre donne di casa , che mangiavano in piedi nella grande cucina , mentre gli uomini rientrati dai campi erano seduti a tavola . Dalla lampada pendeva un nastro di carta collosa carico di mosche , perché era estate , e lui , ricordò , era andato lì solo d’estate nei primi anni della sua infanzia . Si accorse che avvicinandosi alla casa che ricordava male strascicava un po’ il passo come quando era stato fuori troppo tempo e sapeva che lo aspettava una sgridata . Sapeva che la grande cascina era al margine occidentale del paese perché lui si sedeva sempre sui gradini a osservare il tramonto . Era stato un bambino solitario . Avvicinandosi al cortile sentì abbaiare i cani . E allora si comportò come aveva sempre fatto in quegli ultimi mesi : si fermò sui due piedi , immobile, aspettando che venisse qualcuno Arrivò una donna di mezza età , che prima lo squadrò con diffidenza e poi gridò : “ ‘A l’è ‘l fiòl d l’Oreste ! ‘A l’è rivà ! “ Somigliava a suo padre ; molti glielo avevano sempre detto , ma se n’era dimenticato. Era tanto che nessuno gli indicava che cosa fosse giusto fare . Arrivarono altre donne , qualche uomo che si stava preparando per andare a lavorare in campagna . Lo abbracciarono : da quanto tempo nessuno lo aveva più fatto? E lui si sentì mancare le forze come tante volte gli sarebbe accaduto in futuro davanti a un’emozione , come se le vene gli si chiudessero per rifiutarla . Si accorse che piangeva , che la sua faccia era sporca di polvere , che si sentiva come se gli fosse piombata addosso una forte febbre. Così non rispose niente e si lasciò trascinare nella grande cucina . Notò assurdamente che non c’era la carta moschicida . Ma non era estate . “ Bisogna avvertire la Granda , “ disse una delle zie ( dovevano essere tutte zie , con la faccia magra e stanca , anche quelle che non ricordava affatto : ma era passata la guerra ) . Gli misero davanti una scodella di latte caldo e del pane , e lui riuscì a mangiare anche se gli era parso che non l’avrebbe fatto perché aveva la nausea . S’erano sedute tutte intorno a lui e lo guardavano intimidite , ma le domande erano nell’aria : Di dove arrivava ? Dov’era sua madre ? Perché era così lontano da Roma , da casa sua? Sapevano che suo padre era morto in Russia qualche anno prima . Ma degli altri non avevano più avuto notizie . Rispose che di sua madre e di suo fratello non ne aveva più neanche lui . Alla fine raccontò che era scappato dal campo di concentramento sul confine slavo . Non spiegò mai chiaramente perché fosse finito lì , ma erano tante le cose strane in quei giorni e dei pasticci al confine orientale sapevano qualcosa anche loro . Non gli fecero troppe domande . Aveva finito di mangiare quando tornò la zia che era andata a prevenire la Granda . Ma prima di presentarsi davanti a lei doveva lavarsi e mettersi una camicia pulita . Si lavò nel cortile dove un tubo di gomma lasciava cadere l’acqua nella botte , e saltavano i cani . Lo pettinarono perfino , con la mascagna come era stato pettinato sempre , anche se ora i capelli erano un po’ lunghi . Poi tutte assieme lo accompagnarono in una stanza del primo piano , dove una vecchia sedeva vicino al fuoco acceso . Quando la guardò , si accorse che non era quella che ricordava . Ma gli anni erano passati , e gli spiegarono che la bisnonna era morta e la Granda ora era lei , la nonna della sua infanzia , quella che amava ricordare perché raccontava le favole al bambino del suo figlio minore che poi sarebbe andato a morire lontano . E allora lui avvertì fra loro la presenza di quello che giaceva laggiù fra le nevi , il giovane Oreste , e vide che lei lo fissava cercando e ritrovando con i suoi vecchi occhi i lineamenti del figlio nei suoi . L’esame dovette soddisfarla , perché gli aprì le braccia :”’A l’è tornà ‘l mè cit ! “ esclamò baciandolo , mentre lui , che era molto alto , era obbligato a curvarsi cercando le proprie dimensioni di bambino . E lì si fermò finalmente : lo spogliarono , lo misero subito a riposare in una grande camera fresca , da cui gli scuri accostati tenevano lontane le mosche - le terribili mosche della sua infanzia - e piombò in un sonno scuro , tranquillo finalmente , anche se fuori oche galline e cani schiamazzavano nel cortile . Solonghello sarebbe per lui sempre rimasto legato a quel primo lungo sonno sicuro dopo tanto tempo . Per qualche giorno mangiò e dormì in mezzo al lavoro degli altri , come stordito , immemore , ridotto a fisicità pura . Ma dovette finalmente uscirne . Le zie capivano che in quel suo arrivo c’era stato qualcosa di strano , e logicamente incominciarono a interrogarlo . Così raccontò loro del suo rientro dalla Germania con la Divisione Monterosa , formata per lo più di quelli che avevano accettato di servire la Repubblica Sociale per venirsene via dal cielo grigio di lassù ; e quindi il suo conseguente internamento alla fine della guerra , in quel pericoloso campo di confine controllato dagli Slavi . Di come gli fosse stato difficile fuggirne , e dei lunghi mesi di cammino , portandosi addosso ad ogni momento la paura di essere ripreso . Stava venendo l’autunno e sulle colline vendemmiavano .Li aiutò con le sue mani inesperte , ma tutti capivano che non era nato per vivere lì : ci fu un consiglio di famiglia presieduto dalla Granda . Alla fine si decise di scrivere ai nipoti che abitavano a Casale . Erano senza figli e Segio li conosceva perché aveva passato in casa loro il primo anno di Liceo , invece di andare in collegio . Ricordava vagamente la piccola città , tranquilla anche nel primo anno di guerra , i suoi tetti coperti di polvere bianca prodotta dalle cave di cemento , la scuola gialla in riva al fiume . Aveva anche avuto degli amici durante quell’anno , ma non aveva mantenuto i contatti con nessuno di loro . Pensò che lo avrebbero riconosciuto e non si sentiva pronto a raccontare come aveva trascorso gli ultimi anni . Avrebbe voluto poter vedere quel periodo come una striscia bianca su cui non ci fosse niente da dire : invece sofferenza , solo sofferenza . Certo , così era stato per molti . E allora , con quella improvvisa , fatalistica apatia che ultimamente così spesso lo coglieva disse di sì , che andava bene . Si accorse che tiravano tutti un sospiro di sollievo : divennero perfino più gentili . Gli cercarono dei vestiti con cui riempirono una vecchia valigia , ma pochi gli andavano veramente bene . Li prese lo stesso , soprattutto le maglie . Nessuna casa , lo sapeva , sarebbe stata veramente riscaldata durante l’inverno . Qualcuno dei golf era da donna , fatto a mano nei lunghi mesi bui degli ultimi anni , con la lana di altre maglie che erano state disfatte . Uno era giallo , azzurro e rosso , e lo indossò subito senza che nessuno capisse perché : ma forse era proprio l’allegria dei colori a colmare una sua sete di gioia e di serenità . Il cappotto che gli trovarono era invece nero e lungo : pensò che gli dava un’aria strana , da romanzo russo , ma sarebbe stato indispensabile per affrontare le lunghe nebbie invernali di cui ricordava che la cittadina era avvolta . Prese anche un buffo cappello dall’ala stretta , ma gli avrebbe riparato la testa . E poi , da militare s’era abituato ad avere il capo coperto : ripensò per un istante agli avvenimenti dell’anno prima , ma scacciò subito il ricordo . E partì . Non era ancora stata ripristinata la corriera da Solonghello , e allora una zia lo accompagnò col biroccio fino alle prime case della città . poi , avrebbe dovuto continuare da solo. ELENA C SALA Non è possibile non apprezzare il lavoro accurato e intelligente che Alessandro Allemano ha svolto in queste “Storie e memorie della Sala”. Tuttavia, quello che mi ha toccata di più sono stati i ricordi che qualche pagina mi ha suscitato all’improvviso, come folgorazioni. Cose dimenticate che di colpo affiorano come bolle alla superficie dell’acqua. Chi sa perché, la prima volta che l’ho preso in mano il volume si è aperto su un’immagine: Quaderno della terza classe… Ho letto il nome: Melotti Riccardo, e poi ho visto la data: 1903. Sono rimasta interdetta: non avevo mai più pensato, in tutti questi anni, al Riccardino Melotti che conoscevo io. Eppure, quante volte mi aveva accompagnata a casa dal Liceo! I ragazzi e le ragazze che provenivano dai paesi del Monferrato e che studiavano al Liceo della città, per lo più (soprattutto le ragazze) passavano la settimana nei collegi: Sacro Cuore, San Vincenzo (le Cornette!) Trevisio, Tote Manzon. La mattina arrivavano in gruppo e si distribuivano nelle varie classi. Quasi nessuno viaggiava ogni giorno, come adesso per lo più succede. Mi si ripresenta alla mente – non doveva essere proprio nella mia classe, forse era un po’ più grande di me – il Riccardino che conoscevo io. Mi aveva spiegato che abitava in affitto da una signora vedova, non lontano da casa mia. Forse era un po’ timido. Un giorno – ho improvvisamente rammentato – mi regalò un boccettino di profumo: - Sono gli auguri di Natale, - disse. Capisco, leggendo il libro, che doveva appartenere a una delle famiglie più antiche e importanti di Sala. E che Sala era un paese ricco di storia, anche se per me finora era rimasto poco più che un nome. Non l’avevo collegato alla Banda Tom, di cui ogni anno la commemorazione sul Monferrato, e di cui avevo sentito parlare subito in quegli anni di Brigate Nere. Un mio compagno di scuola aveva una giovane zia bruna, impiegata in un piccolo ufficio di assicurazioni situato davanti a casa mia. Quasi ogni giorno alle due io la guardavo entrare, stando affacciata alla mia famosa terrazza. Apriva la porta dell’ufficio, e poi arrivava il titolare, un colonnello in pensione che trascinava la gamba. - Sai, - mi disse un giorno il mio compagno di scuola , uno dei tanti che nel corso della mia vita hanno tentato inutilmente di interessarmi al gioco degli scacchi – il fidanzato di mia zia è nelle Brigate Nere e mi ha raccontato che dopo la fucilazione li hanno fatti avvicinare ai partigiani caduti nella neve, e lui ha sparato a uno che non era ancora morto. – Erano così frequenti in quei giorni le notizie di questo genere. Invece la Dea l’avevo vista da vicino, subito dopo il 25 Aprile. Ricordo di avere fissato con meraviglia il fucile in mano a quella giovane donna dai capelli corti, e la sigaretta che stava fumando appoggiata alla bicicletta, in piazza Castello. Un altro nome che ha risvegliato in me ricordi, questa volta più sereni, è quella del Dino Francia, che sapevo essere un ottimo ballerino. L’ultimo giorno di scuola della terza Liceo, al mattino, eravamo andati tutti a ballare all’Arena, nei Giardini Pubblici, dove in generale si schettinava. Ci avevo provato anch’io qualche volta, nonostante il mio scarso senso di equilibrio, e con risultati piuttosto pietosi. Ma quella mattina volevamo ballare, e il Dino Francia (a Casale avevamo l’abitudine di far precedere il nome proprio dall’articolo) mi aveva trascinata in un bellissimo valzer vorticoso, sempre girando e poco disgirando, come sapeva fare lui. Risultato: la musica tace, il suo braccio mi lascia andare, e io cado lunga tirata sulla pista di pattinaggio. Risate generali, altro che mani pietose! I luoghi, le città, anche i piccoli centri del nostro Monferrato sono fatti degli avvenimenti di tanti anni, di storie di tante vite che si sono succedute, come noi siamo fatti di tutte le esperienze, gli affetti, le speranze che hanno costruito la nostra vita. Elena Cappellano IL FORNO BLU Giornali e televisioni rilanciano le immagini dell’apertura a Torino del processo Eternit e qualche giorno fa su La Stampa è comparsa la fotografia di una grande cava di amianto vicino alla quale aveva perfino lavorato un giovane Primo Levi, prima di finire deportato in Germania. Si leggeva nell’articolo che anche lì allora la cava sembrava una benedizione perché dava lavoro alla gente della zona, anche se perfino gli acini dell’uva si coprivano di polvere bianca. Io con quella polvere, poi, purtroppo rivelatasi assassina, ho convissuto per circa vent’anni: mi sembrava desse il colore naturale alla Casale dove abitavo. Della grande industria di macchine per la stampa non si parlava; il benessere veniva dai cementifici che non si erano ancora diffusi in tanti altri centri. Di morte per mesotelioma poi non parlava nessuno, anche se oggi mi dà da pensare la sparizione della mia bella e giovane professoressa di filosofia. Una strana, improvvisa polmonite, ci era stato detto. L’avevo incontrata alcune volte, fuori della scuola, seduta sulla canna della bicicletta del suo fidanzato, a spasso per le stesse vie di periferia che io percorrevo allora a piedi sottobraccio al mio primo innamorato. Di che cosa erano fatti i mattoni refrattari che avvolgevamo in panni di lana e infilavamo sotto le coperte nelle stanze fredde del tempo di guerra, quando con la stufa si poteva riscaldare una sola stanza? Questa era naturalmente la grande cucina esagonale con i mobili verniciati di azzurro. Tutta la famiglia, perlomeno nei mesi freddi, viveva lì durante il giorno. Quando andavamo a rifare i letti nelle altre camere ci infilavamo i guanti, e facevamo il lavoro in varie riprese. Non ricordo se fu nell’ultimo anno di guerra o nel primo anno di pace che nella cucina – il riscaldamento comunque riprese anni dopo – comparve il forno blu. Era un forno elettrico, ed era naturale che fosse stato dipinto di blu, per armonizzarlo con gli altri mobili. Era, naturalmente, di Eternit. A quei tempi ero diventata abile nel fare la sfoglia di pasta col matterello, ma anche, quando c’erano la farina, e il lievito – perché mi ritorna alla memoria la parola cremortartaro? – dei biscotti di varia forma, o perfino delle torte con la marmellata. Dal grosso apparecchi radio che era rimasto al di sotto del forno proveniva la musica, e prometteva allegria. La sera, trasmettevano spesso musica classica. I miei primi concerti- quelli della Martini e Rossi – li ho ascoltati di lì. Forse è nato lì il fascino che la musica classica esercita su di me, di lì, sotto il forno. Forse è per questo che sono iscritta a diverse serie di concerti, anche se io il pianoforte non lo suono più. Nel forno blu cuocevo anche delle crostate, quando oltre alla farina c’erano le uova. Così feci una delle ultime volte che me ne servii, per la mia modesta festa di laurea che, essendo novembre, si svolse per la maggior parte nel calore della cucina, anche se allora il resto della casa era ormai riscaldato. Pretese scarse: oggi perfino per le feste di compleanno dei bambini delle elementari si affitta un locale... Nel forno blu di Eternit cocevo perfino il pane: avevo imparato a preparare delle michette con la croce sopra, e perfino le forme che chiamavamo banane. Ricordo di avere tentato pure i grissini: e tutto a mano. Le macchinette familiari di oggi ovviamente non esistevano ancora. Incomincio a provare una paura retrospettiva pensando all’incoscienza di quei giorni... Elena Cappellano RISPOSTA AD UN AMICO Sì, sono finalmente salita sulla torre! L’ho fatto con un certo batticuore, anche se abbastanza velocemente perché salire – soprattutto sulle strade di montagna – è una delle cose che a me piace di più. Invece è la discesa a darmi sempre qualche inquietudine, perché con i problemi di equilibrio che mi si sono sempre presentati, fin dall’infanzia (ricordo ancora con spavento il famoso asse d’equilibrio su cui non riuscivo a camminare nella palestra delle suore al Sacro Cuore) sono tranquilla solo se qualcuno scene davanti a me, soprattutto se la discesa è ripida e accidentata. Così ha fatto la gentile signorina bruna che mi seguiva nella salita invitandomi a rallentare. Era quasi mezzogiorno: - Speriamo che le campane non suonino proprio adesso – diceva lei. La bella torre civica, che il professor Roggero aveva così bene illustrato poco prima dagli spalti del Castello in quella splendida Domenica (11 ottobre, ndr.) di visita del T.C.I., è sempre stata per me legata agli spaventi provati da ragazzina, quando, durante la guerra, da lì arrivava l’ululato della sirena – i famosi allarmi aerei! – sia di giorno che di notte. Fino a parecchi anni dopo, qualunque suono simile ha continuato a provocarmi un tuffo al cuore. L’ho osservato da vicino, il meccanismo che il padre della mia compagna di scuola Cucchiara – non ho mai più dimenticato il nome! – metteva in moto così spesso in quei giorni : aveva un’aria innocua, ormai, chiuso nella sua gabbia al di sotto della cella campanaria. Ma dall’alto, che vista! Mi pareva di dominare tutta la città da una prospettiva nuova che mi avvicinava tetti e cupole anche se in realtà erano abbastanza lontani. Cercando di vedere casa mia (via Magnocavalli, ndr, il palazzo di Banca San Paolo) lo sguardo si è allontanato troppo: ho scoperto la cupola del Politeama, che, come non avrei mai immaginato, era quella di un vero teatro. Ho visto piccolissimi i monumenti al centro delle piazze. E come sembravano bassi i campanili! Sparito dai tetti il colore bianco che mi aveva così colpita bambina al mio arrivo a Casale. Dall’altra parte il Castello che avevo appena visitato,là in fondo, pareva quasi basso sotto il peso di tutti i suoi secoli di storia; e alle sue spalle il fiume, e poi le colline. Per la prima volta, in quella giornata radiosa e senza nebbia vedevo anche la cerchia delle montagne sullo sfondo. Sogno e realtà si confondevano di fronte all’allargarsi del cuore. In precedenza, certo, ero discesa a visitare i sotterranei del Castello, dove mi erano state illustrate da un signore bravissimo che io chiamavo fra me Angelino due (il prof. Antonino Angelino, ndr..) e dal prof. Motta le fasi successive della costruzione delle torri. Ma neppure la visita analitica di quello che per gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza aveva rappresentato soprattutto un fondale della piazza, come una quinta teatrale che separasse il fiume dalle giostre che a San Giuseppe avevano costituito la gioia di me bambina; quello che nelle sere d’autunno e d’inverno era stato una massa misteriosa avvolta nella nebbia (allora una delle maggiori caratteristiche della città) neanche quella visita è bastata a dissipare le immagini mitiche che nella mia memoria continueranno a coesistere con le conoscenze acquisite durante la visita. Due altre cose non ho potuto fare a meno di controllare in questa giornata così ben organizzata e così gloriosa per Casale: una, il mio caro palazzo Vitta, che ha costituito per me un luogo di elezione dall’infanzia all’Università, oggi così malinconicamente chiuso che sembra piangere davanti al destino che l’attende. E poi la chiesa di Santa Caterina, in cui quasi ogni giorno sostavo prima della scuola, assorta in quella bellezza simile a un canto che vola verso le nubi della cupola. Grazie, amico Angelino uno (Luigi Angelino, nella veste di console Tci, ndr.), per avermi dato una giornata così bella, così ricca, così intensa. Elena Cappellano UN LAVABO DI MARMO La prima volta che avevo letto Neruda, perché mi avevano regalato un volume di sue poesie d’amore, avevo riprovato l’ardore dell’adolescenza, quando l’amore sembra la cosa più importante e più desiderabile al mondo. E forse lo è. Fra le varie manifestazioni che Torino in questi ultimi giorni di settembre ha dedicato al centenario di Neruda la più entusiasmante è stata per me quella svoltasi al Castello del Valentino, in cui attraverso il racconto di Fernando Saéz Garcia e una numerosissima serie di proiezioni abbiamo visitato le tre case del poeta, nella loro arzigogolata bellezza, creata dalla mania del poeta di utilizzare per le collocazioni e gli scopi più vari gli oggetti di cui si innamorava, e di costruire le case intorno ad essi. Come sempre, le emozioni fanno rivivere in me ricordi e immagini del passato. Un elegante tavolo da bagno in marmo grigio, incassato nel muro, ricco di decorazioni dalle linee barocche, mi ha fatto improvvisamente ricordare che io ho studiato per anni, soprattutto prima di avere una vera camera da dividere con mia sorella, con i letti, la doppia scrivania e il pianoforte, sossopra un antico, amplissimo lavabo incassato nel muro. Nella sua eleganza, era fatto di marmo grigio con venature azzurre: al centro, una grande apertura verisimilmente per il catino. Per me l’avevano ricoperta con un asse di legno compensato. Di fronte, pendeva una lampada. Lì passavo tutti i miei pomeriggi primaverili ed estivi studiando e scrivendo; quelli invernali no, la stanza rimase gelida finché non fu ripristinato il riscaldamento, qualche anno dopo la fine della guerra. A quel luogo di studio diedi la colpa – non per nulla ero appassionata di Leopardi – della miopia di cui mi accorsi a sedici anni. Dato che mi vergognavo di dover portare gli occhiali smisi di studiare il pianoforte, perché dovevo inforcarli per leggere le note. Quando riuscii ad ottenere (solo in prestito, a un certo punto vennero a ritirarmela e io piansi) un macchina da scrivere, fu lì che presi a battere furiosamente sui tasti racconti e poesie, sempre nella penombra del ricco lavabo, con i suoi piccoli piani barocchi a destra e a sinistra, quelli che dovevano essere stati creati per appoggiarvi spugne, saponi, pettini e specchietti. Quello inserito da Neruda – che ovviamente non se ne servì mai – nella camera da letto della sua ultima casa, quella di Isla Negra, nel cui giardino di fronte all’oceano è seppellito insieme all’ultima moglie, è veramente simile al mio. Avevo un nonno abilissimo a creare oggetti di metallo o di legno. Fu lui a fabbricare un piccolo scaffale per gli innumerevoli libri che continuavo ad accatastare, e lo appoggiò sulle sporgenze più alte del lavabo. La lampada continuava a brillare al di sotto, e naturalmente la tenevo accesa quasi tutto il giorno, perché le mie spalle coprivano la luce che proveniva dalla finestra. Quando la notte veniva chiusa fuori dalle strane persiane che, montate su carrucole, rientravano nelle rispettive aperture scavate per loro dentro il muro, al calar della sera, da queste uscivano a rigare il cielo casalese, al suono delle campane, i pipistrelli che vi avevano dormito durante tutto il giorno. Per questo non ho paura dei pipistrelli. Moltissimi versi, moltissimi racconti sono nati su quel lavabo-scrivania: ho sempre avuto bisogno di fissare sulla cara quello che sentivo, che immaginavo. Il fatto di vedere un oggetto simile fotografato in una casa bella come Isla Negra di Neruda mi ha fatta sentire meno strana e meno sola, anche se non ero stata io a scegliere il mio angolo di studio. Elena Cappellano PALLI PER ME Per me bambina il nome, ma solo il nome, è sempre stato familiare in molti settori: prima di tutto il campo sportivo, in cui preparavamo il saggio finale di ginnastica, tante divise bianche e nere, con i cerchi, con le clavette. Ci muovevamo a ritmo, compivamo dei giri complicati per formare dei disegni e delle parole. Dall’alto pendevano i ritratti giganti di Mussolini, a cui ricordo che il mio sussidiario di seconda elementare attribuiva addirittura dei miracoli, come la parola ritrovata da un bambino muto, in mezzo alla folla plaudente. Ma del raid di Palli con D’Annunzio nessuno ci parlava, eravamo troppo piccole. Poi, il nome del campo d’aviazione: quello sapevamo che c’era, ma si trovava fuori di città, e noi al massimo arrivavamo a piantare gli alberi alla Cittadella in Aprile. Più tardi, il nome del Liceo: ma, appunto, era un nome e nessuno ci spiegava perché si chiamasse così. Erano tempi duri, di allarmi e bombe, di processi al CLN a cui apparteneva il padre della mia compagna Renata. Tempi di traslochi al Trevisio, dove nessuno ci parlò di uno che non si chiamava, in quei giorni, Pavese. Anche una breve via, verso Piazza Castello, portava quel nome. Ma ero già fuori dal Liceo quando un amico mi fece salire in una stanza al primo piano, in fondo al Chiostro di Santa Croce, che oggi, meravigliosamente restaurato, accoglie i visitatori del Museo e della Gipsoteca. In mezzo a una stanza polverosa vidi un aereo che mi parve piccolo ed esile, messo un po’ a sghimbescio (io non avevo mai coltivato la passione per gli aerei comune a tanti miei compagni di scuola e di giochi) – E’ l’aereo di Palli,- ridisse l’amico. I libri e gli articoli, li ho letti tutti dopo. Elena Cappellano BUDAPEST (E I NOVANT'ANNI DEL RAID PALLI-D'ANNUNZIO) E’ vero: l’entusiasmo entusiasma. L’ho letta due volte la cronaca che Luigi Angelino ha scritto del viaggio – anzi del raid – Casale-Budapest, compiuto - su un aeroplanino monomotore - per celebrare i novant’anni del progettato volo Palli-D’Annunzio su quella città, dopo quello dell’agosto 1918 su Vienna. La vivacità della cronaca mi ha fatto capire ancora meglio l’entusiasmo con cui l’autore si è dedicato alla sua attività di giornalista, Console del T.C.I., a Mondo, e soprattutto ha risvegliato in me i ricordi della prima volta che a Budapest sono stata. Purtroppo quelli erano, per la bellissima città,gli anni grigi del regime comunista, che accoglieva il nostro pullman sulla via che veniva dall’aeroporto, con i muri grigi delle case di regime, fino a che non si riusciva ad arrivare alla bellezza del centro, anche questo un po’ patinoso, come se nessuno rinnovasse mai il colore dei palazzi. A me e alla mia bambina era stato mio padre ad offrire questo viaggio organizzato dal Circolo Ricreativo del San Paolo che allora presiedeva, tra le sue tante attività nell’Istituto: lo stesso Circolo da cui tanti anni prima faceva arrivare a Casale i libri che la sera ci leggeva ad alta voce quando eravamo tutti riuniti sotto la lampada, dietro le finestre incatramate. In quel viaggio ero circondata da tanti suoi amici e colleghi che ora non ci sono più. Passeggiavamo verso sera, ricordo, lungo i muri del Conservatorio, da cui uscivano le note degli esercizi che gli allievi eseguivano al piano. La musica aiuta a vivere, e gli ungheresi l’hanno sempre avuta nel sangue. Ricordo anche come mi colpiva l’espressione triste e chiusa della gente che allora incontravamo – io, e quelli come me, che cercavamo le tracce dei ragazzi della Via Paal, letto tante e tante volte da me bambina sulla terrazza di via Magnocavallo. Non ho mai potuto dimenticare l’osservazione strana che mi si affacciò alla mente quando, sempre verso sera, incontrai due giovani che correvano aritmicamente lungo le vie , in un’epoca in cui da noi non si sapeva ancora cosa fosse lo jogging ora così caro a Obama e Sarkosy : “Poveretti, non hanno proprio nessun divertimento, o non possono pagarselo, se si riducono a correre lungo le vie per passare il tempo libero!” Altro che ricevimenti alla bellissima sede dell’Ambasciata o nel Palazzo del Governo, quello che ammirai molti anni dopo, una volta crollato il comunismo. Il viaggio questa volta era Lions. Non so se i nostri eroi dannunziani hanno avuto il tempo di andare a cena sulla collina, dove i violini tzigani suonavano intorno ai commensali. – Sembra un cinguettio di uccellini! – diceva la mia bambina, mentre cercavamo di identificare gli ingredienti della minestra speziata che avevamo nel piatto, e che a cassa avremmo cercato di riprodurre. Niente targhe dell’Unesco allora sulla collina di Buda, che mi lasciò tuttavia un ricordo di grande bellezza. La ripetuta citazione dei Krumiri casalese mi ha fatto rivedere la pasticceria sulla piazza centrale, davanti a un grande albero carico di passeri: lì servivano una buonissima cioccolata. Ma, guardandomi intorno vedevo quasi solamente stranieri seduti ai tavolini. Per ultima terrò l’invidia che ho provato per la maniera in cui il gruppo casalese è arrivato a Budapest e ne è tornato, su quell’aereo piccolo da cui si potevano scorgere le colline e i vigneti quasi monferrini, e i laghi che io avevo solo immaginato. Elena Cappellano LEZIONI PRIVATE Spesso mi accade di sentirmi salutare con effusione da qualcuno che a tutta prima non riesco assolutamente a identificare: sorrisi usque ad aures, sento che vorrebbe gettarmi le braccia al collo. Io per lo più rimango interdetta fino a quando non viene pronunciato un nome, e così un distinto signore di quaranta o cinquant’anni si trasforma nel ragazzo del secondo banco di una terza liceo, che si arrabattava sui versi della Medea di Euripide. Frequente è la frase, fra delusa e indignata: - Ma come, non mi riconosce? – E allora avverto che nell’anima del professionista dall’aspetto quasi compassato è nascosto il ragazzo (il “mio ragazzo”, come si legge nell’Antologia di Spoon River, riattualizzata in questi giorni nella traduzione che ne fece Fernanda Pivano) che vuole riprovare di fronte a me le emozioni e le speranze di quei giorni. Il più recente, pochi giorni fa, è stato un signore pelato che mi ha affrontata davanti al portone di casa mia: - Buongiorno, non mi riconosce? faccio l’avvocato, ho lo studio qui accanto: sa che quello che mi ha insegnato mi è servito sempre, all’Università, e per la vita? – Anche qui , il nome ha esercitato il suo magico effetto. Sono davvero una ricchezza, questi ragazzi e queste ragazze, cresciuti e alcuni invecchiati, che non hanno mai dimenticato il mio modo di insegnare. Da psicologa ( è il secondo dei miei mestieri) cercavo di far affiorare in ognuno di loro le capacità nascoste: vederli trasformarsi sotto le mie dita…. Non c’era allora per me gioia più grande. Non credo di avere plagiato nessuno, anche se molti hanno scelto professioni, come si diceva una volta, liberali : lavorano in case editrici, all’università, esercitano l’avvocatura. I più creativi sono diventati registi, musicisti, autori di commedie o di libri, come l’ex allieva incontrata sull’aereo di ritorno dalla Cina via Dubai, che qui a Torino mi ha poi dedicato la sua traduzione di un libro dal cinese, presentato in una libreria di via Santa Teresa. Queste cose mi consolano delle tristezze della vita: gli incontri sono frequenti e i sorrisi sempre amplissimi. Tutte queste esistenze in cui sono entrata hanno evidentemente arricchito la mia esperienza e mi hanno accompagnata in quello che considero il mio terzo lavoro, lo scrivere romanzi e articoli. E l’esperienza viene da lontano, come sempre, da Casale, dove non solo scrivevo e scrivevo da quando avevo cinque anni – per i miei primissimi romanzi l’editore era mio padre che li batteva sulla macchina da scrivere dell’ufficio -. Più tardi le mie giovani prof, che forse non erano molto acute, quando leggevano gli scritti che producevo durante gli anni della scuola media, sia in versi che in prosa, mi chiedevano: -Dove le hai copiate? – Quante lezioni private ho dato nella Casale dei primi anni del dopoguerra! In questi giorni del capodanno ebraico, in cui tanto si parla delle tremende esperienze di quel popolo, mi si è ripresentata alla memoria la tenda che divideva una grande stanza in un appartamento del ghetto casalese , riaperto ma non ancora restituito. Abitavano in quella stanza due famiglie, e io ci andai alcune volte a insegnare italiano e latino a un ragazzino un po’ malato. Facevo ancora il liceo: ricordo non tanto l’allievo, quanto la stanza, i rumori e gli odori, e la madre ansiosa che assisteva alla lezione. A diciassette anni,appena finito il liceo, ricordo di aver preparato per la maturità un ragazzo mio coetaneo: non so più però se fosse stato promosso. Temo di no. All’inaugurazione del bellissimo Museo in cui c’è anche la Gipsoteca Bistolfi, avvenuta diversi anni fa, avevo incontrato un mio ex allievo, in quei giorni Onorevole. – Si ricorda – mi aveva chiesto – di quando dal mare le mandavo i compiti da correggere e lei mi scriveva che pensava che non sarei stato promosso? invece era andata bene. – Sul Monferrato leggo spesso articoli firmati Vipiana. Anche questi mi riportano alla memoria una ragazzina di quarta ginnasio a cui davo lezioni di greco. Insomma, le lezioni private, che consentono un contratto più stretto con gli allievi, ti permettono di entrare nella loro vita e nei loro pensieri, anche se per lo più sono loro a venire a casa tua. Così era accaduto col nipote del santo parroco dell’Addolorata, il famoso don Palena. Questo ragazzo aveva il diploma di ragioniere, ma voleva imparare il latino e il greco per poter frequentare una facoltà umanistica. Spesso fu lui in quegli anni a portarmi dei libri appena usciti, che io leggevo avidamente, come accadde appunto per l’Antologia di Spoon River o per le poesie di Garcia Lorca. Dopo la laurea, appena tornata ad abitare a Torino, avevo ottenuto a Casale una supplenza annuale in ginnasio. Non avevo più una casa in città, affittavo una stanza per la settimana: l’allora preside Rabagliati, che con me non era mai stata tenera, non mi aveva concesso il giorno libero. Allora spesso riempivo il vuoto dei pomeriggi con delle lezioni private. Risento l’odore di minestra che avvertivo in una casa di via Saletta, di cui salivo le scale strette per far lezione a un ragazzino immobilizzato da una frattura a una gamba: mi fissava, lui, con apatia o antipatia, anche se cercavo di fargli dimenticare i suoi guai. Per fortuna c’erano anche i corsi da preparare, e poi potevo sempre scrivere lettere e racconti. Tuttavia sono convinta che quel lavoro mi abbia giovato, contribuendo a farmi scegliere anni dopo gli studi di psicologia e quindi la mia altra attività. Elena Cappellano UNA INFANZIA DUE CITTA' Il solstizio d’estate è una delle feste più antiche, che ha cambiato nome durante i secoli, durante i millenni. Nell’Europa Unita vi si celebra la Festa della Musica, e qui a Nizza, dove mi trovo attualmente, viene celebrata dovunque, in tutti i modi. La brezza ha spinto le nuvole contro le montagne, e l’azzurro che dà il nome a questa parte della costa, domina di nuovo incontrastato nel cielo. Quando c’era la guerra e ragazzina vivevo a Casale conservavo dei ricordi profondi ma un po’ sbiaditi di quando a due, tre, quattro anni, venivo a trovare la nonna a Nizza, dove viveva gran parte della famiglia di mio padre. Ricordavo un mare blu, una spiaggia di sassi su cui andavo col mio costumino rosso, insieme a mamma e papà. Ricordo un costume da piccola pizzarda: gonna a righe e cappellino di paglia con le mimose, anche perché li rivedo in fotografia. La nonna abitava in una bella casa davanti al porto, da cui vedevo arrivare perfino i transatlantici: il Rex di Amarcord aveva entusiasmato anche gli abitanti di Nizza, che erano accorsi sul quai per salutarlo. E al mese di maggio si ballava la farandole sulla piazza del pesce. La guerra aveva troncato tutto. A Casale era difficile far arrivare le notizie: ricordo che mio padre aveva trovato un ingegnoso sistema per riceverle attraverso la Svizzera, e con l’intervento della Croce Rossa. Così avevamo saputo che le case sul porto, come quella di mia nonna, erano state abbandonate e dipinte di nero, e che qui a Nizza si pativa la fame. Ero arrivata in fretta alla Scuola Media, e in classe con me c’erano due o tre figlie di ufficiali (Come Renata Leporati) che improvvisamente erano venute a passare le feste invernali proprio qui vicino, a Mentone, quando gli Italiani avevano occupato la zona. Allora eravamo riusciti a mandare qualche sacchetto di riso ai parenti, ma non molto di più. Dopo l’8 settembre si erano di nuovo interrotte le comunicazioni, o si erano fatte molto difficili. Nel ’46 solo mio padre era andato a trovare madre e sorelle, e anche mio cugino, per la cui Prima Comunione, io, a quattro anni, in piedi su una sedia avevo recitato in francese una poesia: “Je t’ai vu, cher Pierrot – dans l’église aujourd’hui” Mio padre aveva da sempre scritto poesie, e lì la Prima Comunione si riceva sempre a dieci anni. Per questo Pierrot aveva perfino fatto un anno di maquis. Io invece rividi Nizza solo nel ’48. Trovai tante cose che da noi non c’erano ancora: i semafori, ad esempio. (La mia prima collaborazione al Monferrato data di qualche anno dopo, s’intitola, ricordo “Pierino a Casale” e parla appunto dei primi semafori in città) Ma soprattutto quell’anno – era il primo di Agosto – la Promenade des Anglais (la Prom, la chiamano adesso) mi apparve piena di gente che parlava tutte le lingue,mentre gli Svizzeri agitavano fuochi…svizzeri perché per loro era festa. Tuttavia le macchine erano ancora poche, anche se non prevalevano le biciclette come a Casale. Era sparito il Casinò di ferro sull’acqua , la famosa Jetée, in cui piccolissima avevo vinto a una lotteria per bambini una bambola grande quanto me, che camminava con un bilanciere e aveva la pettinatura di Shirley Temple. Sulla spiaggia strinsi qualche amicizia: da Parigi incominciarono ad arrivare lettere a Casale , in via Magnocavallo 11, dove abitavo. Ricordo il brivido involontario che mi percorse la prima volta che, davanti al Kiosque à Musique, un orientale mi invitò a ballare. L’anno dopo, la differenza di circolazione fra Casale e Nizza si era fatta più pesante: mi sembrava che là le macchine fossero troppe e la circolazione mi intimoriva, abituata com’ero alla tranquillità monferrina. Per qualche anno questo pendolarismo estivo divenne per me un’abitudine, e a poco a poco smisi di vedere Nizza con occhi casalese. Probabilmente le differenze si erano attenuate. E poi, anche a Nizza c’era una Biblioteca in cui passare il pomeriggio a leggere e studiare: ma era liberty, con affreschi di Chéret: una bella differenza dal mio caro Palazzo Vitta. Elena Cappellano FOTO. La torre civica di Casale. Volo su Bdapest in ricordo di Palli. La casa In piazza Rattazzi via Magnocavallo) abitata dallal scrittrice nel suo periodo casalese. In copertina elena Cappellano ( asinistra) al castello alla Giornata Touring

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