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Terranova. In riva al Po, da parecchi anni, giacciono arredi di bar e di negozi

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di un nostro lettore sul problema dell’area in riva al Po nella zona di Terranova. «Confesso, nonostante una vita trascorsa con il Po che ti scorre al fianco, di avere le idee parecchio confuse su cosa significa amare veramente questo fiume, che nel corso dei secoli ci ha regalato la terra su cui sorgono tanti nostri paesi e che ha dato da vivere, in tempi non poi ancor così lontani, a tante famiglie di “trapulìn”. E questo nonostante i recenti trascorsi nei quali non voglio addentrarmi, essendoci persone decisamente più qualificate a portare avanti il problema della sicurezza. Riordinando la soffitta mi è capitata tra le mani una copia di un giornale locale datata 1979; ricordo d’averla conservata (e poi, ahimè, dimenticata) perché si parlava dei lavori in atto, ad opera dell’allora Magistrato del Po, all’altezza della cascina Bigliona di Terranova. Lì il Po curvava a gomito, mettendo a repentaglio la tenuta dell’argine in caso di forti piene. Non vorrei suscitare reazioni sdegnate citando le tanto vituperate prismate che, a mio parere, con adeguata manutenzione rispettavano il fiume molto più di certi revisionismi attuali. Ciò che mi colpì allora fu una dichiarazione del geom. Romagnoli che, lasciandomi lì per lì sbigottito, asseriva che la prismata tracciata “a pennello” (addolcire la curva) nel corso degli anni avrebbe favorito la sedimentazione nel tratto di acqua stagnante con un gradevole ambiente naturale che avrebbe, alla fine, nascosto la medesima. Non ho mai perso di vista quel tratto di fiume e posso asserire che il mio scetticismo era del tutto infondato. Nel giro di dieci anni ho visto formarsi un angolo splendido, piante sorgere spontanee ed un sottobosco da cartolina, quasi fosse curato da un invisibile giardiniere. Una piccola lanca cui andavano ad abbeverarsi le tante specie animali che abitano la golena fluviale. Dopo la dura esperienza del 2000 (seconda alluvione) ammetto di essermi allontanato per qualche tempo da quel corso d’acqua che pareva esser divenuto ostile. È stato così anche per altri ma, se hai il fiume nel sangue, non c’è miglior cura del tempo per lenire le ferite. Quasi come giorno della riconciliazione, i terranovesi hanno avuto la splendida idea di inserire qualcosa di veramente locale, una gara di barcè, nell’ambito di Riso & Rose, e proprio a ridosso della zona su citata. Ed è stato proprio in tale frangente che la tentazione di rivedere dopo anni quell’angolo di paradiso ha preso il sopravvento, ma qualcosa era decisamente cambiato. Una ventina di nuovi… abitanti si erano insediati “molto stabilmente” in quel luogo. Arredi da bar o negozio alimentare, qualcuno pure “griffato”, che mi dissero portati proprio dall’ultima alluvione, quasi certamente prelevati dall’acqua in qualche deposito di rottamatore e arenatisi proprio in quell’ansa. Da allora torno frequentemente in zona e, a cadenza regolare, documento la singolare situazione. Così, come si può notare dalle foto, un po’ alla volta la natura si impossessa delle poco naturali creature e le ricopre, facendone magari riparo per qualche animale autoctono (auguri per i tanti chiodi arrugginiti…). Capita poi che una piena primaverile un po’ più briosa delle altre invada la golena. I cassoni vengono strappati dal velo di radici erbose, fanno qualche giro su sé stessi perché da lì non c’è verso di uscire (e meno male, perché da Pieve del Cairo in là non sarebbero bene accetti). Così la piena passa, loro si riadagiano sul prato, l’erba torna a coprirli fino alla prossima piena. È un ciclo perfetto, anche se non so quanto naturale. C’è chi sostiene che solo una nuova alluvione potrebbe finalmente portarli altrove, ma è l’ultima delle soluzioni augurabili. La domanda, dopo tanto girarci intorno, è di quelle da togliere il sonno: la responsabilità è di chi ha creato un angolo-meraviglia ma rivelatosi poi un’infida “trappola per cassoni” oppure di chi ci spaccia per parco solo un’insieme di divieti, ma poi lascia che la desolazione rimanga tale per più di dieci anni, ai piedi di un’argine e alla vista di chiunque? Ma forse mi sbaglio, perché anche transitare sugli argini, cosa più che naturale per chi ha vissuto i tempi del vero amore per il fiume, è rischiosissimo, in termini di divieti. E ora che Google Street View ha inserito un primo pezzo di argine alla vista del mondo…? Glielo facciamo rimuovere? Mi risulta che il semplice transitare in auto sia stato contestato persino a figli e nipoti di chi tiene in vita quei pochi pioppeti che ci sono rimasti a rompere la monotonia di una pianura piemontese sempre più appiattita ed esposta ai venti (perché basta varcare il confine lombardo e qualcosa, in meglio, cambia). Non dico di impiegare i carcerati come sul Lago Maggiore per smantellare quella discarica… ecologica. Certo che pensare di valorizzare le nostre sponde nell’ambito di uno sviluppo sostenibile sulla base delle risorse naturali di cui disponiamo implica un radicale cambio di mentalità. Terranova, lì, sognava un’area attrezzata, ma non con questi arredi. Dio ci scampi se perduriamo nell’integralismo del “fiume lasciato al suo solo volere”. Se il prezzo da pagare per pulire è un’altra alluvione… teniamoci i cassoni e usiamoli anche come tavolino a Pasquetta.»

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