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Da Camino al Chamje Khola: le spedizioni estreme di Jari

«Sono stati 6 giorni e 5 notti di discesa, con temperature tra i 10 e i 20 gradi»

C’è chi gioca a tennis, chi si diletta nel calcio, chi pratica alpinismo e chi vela, altri ancora paracadutismo o rafting. Lui ha scelto il canyoning o torrentismo, lo sport acquatico che consiste nella discesa a piedi di strette gole (canyon appunto), percorse da piccoli corsi d’acqua, tipicamente torrenti, con buona portata d’acqua. Lui è il caminese Jari Triboldi, 33 anni, di origini lombarde, monferrino da sempre. Ha frequentato l’Istituto Agrario di Vercelli, ma nelle sue corde c’era altro già da allora…c’erano altre corde, quelle diametro 8 millimetri e poi c’erano chiodi, moschettoni e trapani, ma soprattutto c’erano luoghi inesplorati, dove di prevedibile non esiste nulla, dove gli scenari si aprono improvvisi, incantanti, affascinanti e sorprendenti sempre. Iscritto al Cai di Vercelli da piccolo, Jari, inizia a famigliarizzare con l’arrampicata sportiva e a il canyoning; nel 2004, frequenta un corso di 3 anni in Germania per ottenere il brevetto internazionale e, subito dopo, è istruttore in Valle d’Aosta, in Francia e in Svizzera.

Lo scorso mese di gennaio Jari riceve una telefonata inaspettata. È Olda Stoss, una guida che sta formando una squadra speciale per scendere un canyon in Nepal, fino ad allora inesplorato nella sua totalità. A Olda serve una squadra composta dai migliori, perchè la sfida è grande, le prestazioni richieste alte, le titubanze contemplate zero, determinazione e passione indispensabili. Jari resta da subito sorpreso e lusingato per l’invito. Sa che non è uno scherzo l’impresa proposta, ma il canyoning è il suo pane da oltre 15 anni. Giusto il tempo di organizzarsi e di buttare in valigia le attrezzature (muta, casco, moschettoni, corde, chiodi, trapano e pochi cambi tecnici, per un totale di ben 45 chilogrammi da portarsi in spalle) e partire. Ritrovo a Katmandu (capitale nepalese) il 2 febbraio, e trasferta con jeep fino a Jagat, il campo base a 1100 metri, per poi risalire a 4700 metri, aspettare la “finestra” (condizioni meteo ottimali) e iniziare l’avventura in uno dei più difficili e duri canyon del mondo qual è il Chamje Khola, lungo 8 chilometri e, fino ad allora, percorso per soli 4 km. Con Jari ci sono altri otto canyonist tra i 30 e i 56 anni di nazionalità russa, ceca e ucraina oltre a due italiani, uno di Roma e l’altro di Airuno.

«Sono stati 6 giorni e 5 notti di discesa, con temperature tra i 10 e i 20 gradi», ci racconta Jari con la luce che brilla ancora nei suoi occhi, riflettendo luminosi quegli scenari esotici e incontaminati. «Tutto è scivolato liscio come l’olio, tuttavia non è stato così scontato. La discesa è stata dura, ma incredibilmente spettacolare. Le nostre gambe hanno retto. Imprevisti non ce ne sono stati e l’adrenalina è sempre stata alta». L’ambiente in cui si svolgono solitamente le discese di canyoning è, per sua stessa natura, inospitale, tra gole profondamente scavate nella roccia, caratterizzate in genere da forte pendenza. Gli ostacoli sono costituiti da cascate, salti di roccia, scivoli, corridoi allagati e laghetti profondi con correnti e mulinelli. Ne è impossibile la progressione a ritroso. L’uscita dal canyon avviene solo al suo termine o in corrispondenza di scappatoie, se presenti. La progressione avviene in discesa, grazie a calate su corda e arrampicate verso il basso; in presenza di acqua anche con tuffi e scivolate sui cosiddetti toboga (scivoli naturali). Il torrentismo non è necessariamente uno sport estremo. Jari non ama assolutamente definirlo così, semmai «adrenalinico» ci dice sorridendo. «Con la giusta preparazione tecnica e atletica e un po’ d’esperienza, si può godere della bellezza di luoghi incontaminati senza pari». Una spedizione dunque impegnativa sotto più aspetti, anche quello economico. Sono occorsi ben 70 mila euro per fronteggiare l’esperienza nepalese durata 24 giorni, con una ventina di persone coinvolte tra canyonist e soccorritori. Tra i maggiori costi le attrezzature tecniche: trapani, batterie, chiodi (400 di cui 290 utilizzati), corde (1 km di cui 600 stese) e i trasferimenti con guide del posto. Lo rifaresti? «Assolutamente sì». Hai mai pensato chi me lo ha fatto fare? «A volte sì, ma un pensiero che, poi, passa sempre». Hai mai rischiato la vita? «Sì, una volta». Cosa ti ha lasciato? «Ho avuto paura in quel momento. Tutto serve». Se non fosse il canyoning, cosa sarebbe stata la tua vita? «Canyoning» ci risponde fiero e sorridente. Quella è la sua vita, posto per un’altra non c’è.


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