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Fusione nucleare: sul progetto DTT tanti dubbi e poca attenzione

Il Circolo Verdeblu Legambiente di Casale Monferrato ha inviato al giornale questo comunicato stampa sulla questione del progetto DTT che riguarda la fusione nucleare.

Sulla stampa locale e nazionale la procedura della fusione nucleare viene per lo più presentata come assolutamente priva di implicazioni ambientali, di problemi e di rischi. Quindi la candidatura della nostra città a ospitare la sperimentazione DTT risulterebbe essere una occasione imperdibile perché produrrebbe solo ricadute positive - locali e non solo - a fronte di nessuna conseguenza negativa, né immediata né a lungo termine. Sarebbe allora una vera benedizione se le cose stessero realmente così; ma così non parrebbero proprio stare!

Già in una assemblea da noi organizzata nello scorso maggio nella sala del Parco del Po abbiamo avuto modo di spiegare, con Gian Piero Godio responsabile Energia di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, perché tutta questa ventata di ottimismo sia inopportuna, ma, non essendoci stato alcun seguito né istituzionale né mediatico al nostro convegno, ci sembra utile ripresentare oggi le ragioni che ci spingono a dire di stare attenti a portarci in casa questa sperimentazione che Enea propone e mette sul ricco mercato industriale e finanziario. Riprendiamo pertanto gli argomenti trattati in quella occasione.

Prima questione: la radioattività. Enea sostiene sui giornali che non ci sia alcun rilascio di radioattività dalla fusione nucleare mentre nel documento DTT redatto in inglese dalla stessa ENEA invece si parla di tracce radioattive. Eppure la presenza di radioattività da fusione nucleare è da sempre ben nota come evidenzia, ad esempio, a pag. 172 il libro di Giorgio Nebbia (professore emerito di Merceologia Università di Bari e uno dei padri dell’ambientalismo italiano) “Dizionario tecnico-ecologico delle merci”, Jaca Book editore, 2011: «... durante la reazione di fusione si formano nuclei di elio e neutroni: questi neutroni, quando colpiscono qualsiasi materiale, trasformano i suoi atomi in altri elementi, i prodotti di attivazione, in gran parte radioattivi. Le reazioni di fusione quindi non sono così «pulite» come talvolta si pensa, ma generano prodotti radioattivi, differenti chimicamente dalle «scorie nucleari» derivanti da fissione di uranio e plutonio, ma non per questo meno difficili da smaltire e trattare.»

Seconda questione: la strategicità della fusione nucleare nella risoluzione della crisi energetica. La fusione nucleare viene dipinta (dai venditori interessati...) come un tempo lo era la fissione nucleare, cioè come la tecnologia che salverà il pianeta dalla schiavitù delle fonti fossili. Questa tecnologia, che da anni viene sperimentata e la cui data di attuazione viene costantemente procrastinata (ora si parla del 2050), a nostro parere non può essere considerata la soluzione dei problemi energetici. Infatti si tratta di impianti costosissimi, di cui pochi potranno usufruire e certamente non i Paesi più poveri che sono quelli con maggior bisogno di energia. Inoltre gli impianti non potranno essere certo diffusi e sicuramente avranno bisogno di protezione anche militare come oggi devono averla le centrali nucleari, anche quelle dismesse come la Fermi di Trino. Nel loro libro “Energia per l’astronave Terra”, Zanichelli editore, 2017, Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani (il primo, dirigente di ricerca del CNR e direttore della rivista Sapere; il secondo, professore emerito Università di Bologna e Accademico dei Lincei), a proposito della fusione nucleare, sostengono che «… molti scienziati sono scettici sulla fattibilità della fusione nucleare. In ogni caso, se anche un bel giorno la cavalleria della fusione verrà in nostro soccorso, ciò accadrà ben oltre la soglia di tempo che può garantirci un’uscita dall’era dei combustibili fossili.» Per Legambiente, come dicevamo nel primo comunicato dei circoli delle province di Alessandria e Vercelli della nostra associazione (27/03/2017), «... il modello energetico a cui tendere è ben altro, e prevede l’utilizzo dell’energia solare che giunge a tutti noi, senza bisogno di realizzare complessissime e costosissime centrali che oltretutto genereranno inevitabilmente materiali radioattivi pericolosi per la salute.»

Terza questione: la ricerca. Si dice che a Casale si farà ricerca scientifica e che questa non si deve bloccare. Giusto, ma nel nostro caso si tratterebbe di sperimentazione ingegneristica, attività certamente importante ma altra cosa dalla ricerca scientifica che è volta ad accrescere la conoscenza umana senza immediate ricadute economiche, finanziarie o nascostamente militari. E allora non sarebbe più opportuno, ad esempio, rivendicare per Casale una ricerca e sperimentazione finalizzata allo sviluppo dell’energia proveniente dal sole? Questi problemi sono ovviamente di carattere generale e devono essere affrontati globalmente sia che il DTT venga sperimentato a Casale sia che trovi collocazioni in altre regioni italiane. Esiste però anche un problema prettamente locale: la localizzazione del centro sperimentale del DTT è prevista nell’ex Gaiero, fabbrica situata in Oltreponte in un’area dove il Po è esondato. Inoltre non si parla di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) né Sanitario (VIS) cioè di procedure autorizzative indispensabili per l’avvio di un’attività che va per lo meno considerata “delicata” per il territorio. Si trascura così il principio di precauzione più che mai doveroso in presenza di materiale comunque radioattivo e di smisurati livelli termici ed elettromagnetici a pochi passi dalle abitazioni. Certo ci sarebbero le ricadute occupazionali (anche se i numeri sembrano gettati un po’ a casaccio!). Ma questo richiama un déjà vu che si agita nel preconscio collettivo di noi casalesi: ci saremmo evitati la tragedia se, all’inizio, avessimo saputo della nocività insita nell’insediamento dello stabilimento Eternit e ci fossimo opposti ad esso in tempo? Possibile che la tragica esperienza che ancora viviamo non ci abbia insegnato almeno la prudenza, specie quando si vogliono aprire le porte a interessi industriali e finanziari di enorme portata in cambio della promessa di posti di lavoro? Infine non si considera alcun processo partecipativo.

Una scelta come questa, allo stesso tempo strategica e molto delicata per il nostro territorio, deve essere assolutamente condivisa o avversata attraverso dei percorsi di partecipazione di tutta la cittadinanza e di tutto il territorio. Invitiamo perciò i nostri concittadini a porsi e a porre le opportune domande di fronte all’entusiasmo acritico espresso dai nostri amministratori e politici locali; a questi ultimi chiediamo di informarsi e di informarci in maniera scientificamente obiettiva sui benefici e sui danni realmente prevedibili - locali e generali, ambientali ed economici, politici e sociali - che comporterebbe la realizzazione del progetto DTT nella nostra città.