Poesie per tutti (da Spada a Bertolino, da Linda a Rey) e la visita a Ur Sunu
LINDA, IMPLUME POETESSA IN DIVENIRE
Linda Urbano, di Casalino di Mombello, così si noma la bimbetta, la cui voce poetica mi giunge attraverso i buoni uffici di angeli che assolvono all’assistenza dialitica ai novelli galeotti prigionieri della civiltà delle macchine. Una civiltà il cui degrado una bimba, Linda appunto, testimonia con versi tremendamente maturi e permeati di amarezza.
Voglio trasmetterli d’acchito, riservandomi il commento in seguito.
“Quella foto marrone, dal tempo rovinata,/ non ha più senso per la gente di quest’annata,/ ma per me un senso ce l’ha/ perché i ricordi di un tempo sono impressi qua./ Si vedono immagini, andando fino in fondo,/ che fan vedere com’è oggi il mondo,/ la gente non sa giudicare,/ non sa cosa vuol dire amare,/ non sa cosa vuol dire volersi bene,/ star tutti come una famiglia insieme./ Ma un tempo le cose non eran come ora,/ una volta ci si aiutava ancora,/ e ora io penso, in quelle giornate, / come ci si divertiva, ci si voleva bene,/ nei ricordi di un tempo.”
“Disgraziato un popolo che non conserva memoria”, pontificavano i filosofi, dopo approfonditi dibattiti. Oggi io, sciagurato testimone di un tempo smemorato, scopro con smarrita desolazione che non solo i nonni, ma nemmeno i genitori sanno trovare il coraggio, o il tempo, per assumersi l’onere di tramandare le memorie di un passato che li vide coinvolti. Linda ci sta mettendo sull’avviso, prospettandoci il baratro che ci aspetta, noi, sciagurati sperperatori di esperienze sulla pira dell’effimero. Noi, che abbiamo dimenticato la nostra funzione di irroratori delle anime dei nostri bimbi, onde preservarne la freschezza, prendendo a pretesto l’inutilità di combattere contro i mulini a vento della disinformazione mediatica.
Noi, che, a buon ragione, dovremmo vergognarci del giudizio di Linda, bimba ancora soavemente troppo ingenua per rendersi conto della tremenda ventura che l’aspetta.
Quella di scoprirsi invecchiata prima ancora di essere bambina. Siamo ancora in tempo per risparmiare a tanti bimbi come lei lo stesso destino disilluso? Ognuno tragga da se le proprie conclusioni. Chissà che la spontanea poesia tragica di Linda possa dare il via ad una minuscola frana di coscienze…o no?
Maurizio Romanelli
NUVOLONE, OVVERO LA STORICITA’ ROMANZESCA
Mi diletta sempre commentare i lavori letterari di un amico, posto che di letteratura si tratti. E quella di Silvano Nuvolone, di ottima fattura letteraria si tratta.
E’ il caso del romanzo “Gli uomini del piccolo fiume”, (Ediz Pintore), con il quale Silvano prosegue sulla falsariga del romanzo che prende l’avvio da un avvenimento storico.
In questo caso l’innesto è rappresentato dalla campagna canadese del Reggimento di Carignano, avvenuta nella seconda metà del diciassettesimo secolo.
Sulla scorta della ricerca storica di Gabriella Massa, l’autore ha saputo innestare vicissitudini romanesche che ricordano avventurosi romanzi di autori del primo novecento.
Cito, “La foresta in fiamme”, “Kazan”, estrapolandoli dai miei ricordi di lettore fanciullo, avendovi ritrovato gli stessi ingenui stupori per una visione allo stesso tempo drammatica ed ottimistica del percorso umano.
Una visione da un canto fatalistica, muovendosi tra inciampi drammatici e spesso funesti che danno credibilità alle vicende, ma edulcorata dall’inevitabile riscatto finale.
Riscatto sentimentale, come si addice alle fiabe, di cui Nuvolone avverte l’esigenza, dovendo ammansire le frustrazioni degli ormai sparuti fruitori di fantasie cartacee.
I novelli sognatori che ricercano nelle storie la consolante utopia che sappia illuderli che ad ogni travaglio possa sopraggiungere un’altrettanto favorevole risoluzione.
Purtroppo, la pletora di autori accondiscendenti si ingrossa di giorno in giorno, con il risultato di far decrescere paurosamente l’intento interpretativo dei lettori circa le sottaciute emanazioni espresse dallo scrittore con parole che inducano alla decifrazione, e non solo grammaticale.
Nuvolone ci prova costantemente, per quanto le pastoie editoriali, costrette dal bieco appiattimento del pensiero, ne abbiano gradatamente tarpato la primitiva ispirazione.
Rimangono pagine di autentica poesia a nobilitare il romanzo, pagine nelle quali ritrovo il Silvano che mi onora della sua amicizia e che, soltanto un impedimento sanitario mi vieta di commentare la sera del 27 dicembre, in Santa Croce. Sarà Mariuccia Merlo, amica di lunga pezza, ad assumersi il piacere di adoprarsi a sintetizzare la trama, tratteggiando nel contempo le discordanti figure che la variegano, avvalendosi della sua preparazione letteraria, supportata dall’esperienza didattica.
Non mi resta che augurare a Nuvolone l’affluenza di pubblico che merita, malgrado la tendenza festaiola di troppi fuggiaschi, incuranti di un futuro che si prospetta ben poco romanzesco, se non altro per i finali scovolacuori.
Ad maiora, Silvano, per aspera ad astra, ecc. ecc.
Maurizio Romanelli
PETER SPADA, COMPLICE DI INGENEROSE INCOMPIUTEZZE
Di Peter Spada molti hanno divulgato diffusamente le opere e l’eclettismo artistico che ne contrassegnava la inesausta personalità. Io stesso, che ebbi la ventura di frequentarlo solo negli ultimi quindici anni della sua vita, ebbi l’occasione di commentare su questa rubrica alcune delle sue pregevoli e coinvolgenti emanazioni d’anima.
Anima della cui espressività potei concionare immeritatamente avendomi egli concesso di stilare la prefazione di “Luna calante”, una raccolta poetica che sarebbe stata l’ultima della sua rutilante esistenza.
Ed è come simbolismo estremo di collaborazione che non mi disperdo in rivoli di panegirici usuali, lasciando ai versi di Peter estrinsecare la pienezza del suo sentire.
Versi che traggo da “ El viento de la noche y el Tango”, il dono postumo che il suo Comune (Giarole, ndr,) ha voluto dedicargli.
NOTTI DI ABBANDONI
Dai quartieri di baracche e lusinghe/ perforati dal vento invernale/ spunta il sogno: la strada,/ l’invisibile foresta dove giacciono le passioni/ grovigli di edera su gambe fluttuanti/ e mani asciutte che rubano le stelle./
La terra, il fango del mio cuore/ l’angoscia del tuo sguardo/ giorno di delirio/ notte mortale sulle tue radici/ notte di abbandoni/ seni d’immatura tenerezza, musica/ giocata/ effimera illusione sotto i tuoi piedi minuti.
IL BANDONEON IMPAZZIVA NEL VENTO
Ardente, t’insegue, ti amo/ tu m’ami./ C’incontrammo in un raggio di luna/ il bandoneon impazziva nel vento/ sferzava i tuoi passi/ avanti al tuo sguardo perduto/ cercava i tuoi fianchi audaci/ ritmava il bandoneon le tue veroniche/ femmina/ dal bacio oscuro come la notte avida di tenebra/ fiamma lucida di voluttà/ lassù/ fra stelle bionde e fili di fuoco/ per mano/ la notte infinita su Buenos Aires/ maligna di vortici e grida./ Noi, sui sospiri,/ e la vita che va sugli inganni/ su ciò che è, per un attimo/ sull’inutile che sarà/ corpo d’ambra, giocattolo rotto. /Corpo d’amore goduto/ e la nebbia che arriva dal fiume/ e la brezza che profuma di mare/ e una nota che stride…/ solo corpo nel fango notturno/ e rugiada e lacrime e fumo acre/ e voglia di amore al di là della vita.
…e voglia di amore al di là della vita: faccio mia la chiusa di Peter rammentando ai rimasti che la voglia di amore che affligge chiunque in vita potrà tramandarsi ai superstiti solo attraverso i ricordi che gli scomparsi hanno saputo offrire.
Ed il poeta, oltre alla memoria di chi l’amò conoscendolo nelle umili movenze del giorno, possiede il privilegio di suscitare emozioni sempre diverse in coloro che si accostano alle sue parole. E queste continue riscoperte di sentimenti dentro le fibre recondite di lettori sconosciuti è un’eredità d’amore che appagherebbe qualunque umana bramosia.
Chissà che il destino dei poeti, dopo la macerante attesa della fiammella ispirata, non sia quello di dover sostare in agguato sull’ortodossa nuvoletta carpendo gli effluvi d’amore che gli vengono da laggiù, in basso, dall’anima candida che si nutre di suggestioni sfogliando un suo libretto.
Ciao Peter, ricordando il tuo spirito caustico so che approverai la mia complice ironia: d’altronde, avrai l’occasione di incontrarmi presto, e allora…
Maurizio Romanelli
--L’AMARO AMORE DI BERTOLINO
Alessandro Bertolino, nato a Stoccarda e trapiantato a Torino, mi gratifica del suo libretto poetico alla premiazione del Concorso Ravasenga.
Dal testo si evince un’eclettica escursione nelle branche intime, reali e visionarie, di un autore affamato di esperienze introitate e quindi mummificate nell’aspro oppure melanconico dileggio della parola scritta.
Propongo due brevi testi, densi di una antinomia amorosa comune ai più, nell’aleatorio dolce e straziante gioco di conquiste ed abbandoni.
SCUSA IL RITARDO
Lascia perdere! / Amiamoci, sì, / ma una volta soltanto / perché, due, vorrebbe dire…/ E poi, sforzati, / sacrifica quel desiderio. / Corri allo specchio, / traduci quelle lacrime: / è folle proseguire./ Vedra7, dai, passa presto./ ancora poche gemme d0acqua e sale./ ancora i bei capelli da spostare. / Asciugale senza voltarti: / vattene! / A casa poi, da lui, / fingendoti arrabbiata, dirai: / -Scusa il ritardo, sai: / lavori in corso, traffico…-
HO AUMENTATO LO ZUCCHERO NEL CAFFE’
Ed eccomi dentro al bar / all’alba di un pomeriggio: / maggio. / Ceramica incandescente, fumo. / Stempera il cucchiaino / quarzo apparente in briciole. / Gira nel magma bruno, / ‘sperde cristalli/ e quanti! / Ho aumentato lo zucchero nel caffè! / Compenso d’affetti eluso, dicono. / Certo è che solo ieri / tarpavo ai tuoi sogno l’ali…/ fuggendo./ Simile alle gazzelle/ ritratte da Manara/ tu: femmina, dunque e quale! / Ho aumentato lo zucchero nel caffè! / …Pensare ch’era amaro / quand’era ancora… amore”
Chissà quanti sogni tarpati, Alessandro, si verificano ogni ora, minuto, secondo, nel vorticoso girare del Globo, lasciando l’inconsulta brama di dolcificare caffè più nei fuggiaschi che nei rimasti al palo della loro disattenzione.
Chissà che questa sia l’acre condanna degli avventati, rammaricati più del lecito da troppo affrettate diserzioni: ma forse questo rappresenta un pio desiderio degli esclusi, mentre a loro volta vorrebbero abbondare di zucchero, ravvedendosi tremebondi davanti all’imperativo dietetico. E, scusate se è poco, ma come attenuante alla viltà d’osare mi pare la più tollerabile!
----CARLO REY SUPPLICANTE SBARAZZINO
La veterana amica Paola Riboni mi allunga un fascicolo di versi di un postulante estensore di poesia. Si tratta di Carlo Rey, biellese, una tra le miriadi innocenti vittime sacrificali che infoltiscono la tumultuante schiera di coloro (come io stesso mi dipingo!) che pervicacemente si illudono che il nettare segreto dai ricettacoli dove estrapolano i pensieri poetici possa ancora interessare un volgo abbrutito dal troppo benessere forzoso.
La sopraggiunta benevolenza senile mi impone di lasciarlo convivere con le suggestioni alate che allietano i suoi giorni letterari. Mi spingo oltre, affidando le sue esternazioni alla mia modesta rubrica. A tambur battente, eccovi:
SUPPLICA
Chiesi la forza,/ e Dio mi diede difficoltà/ per farmi forte./ Chiesi la sapienza,/ e Dio mi diede/ problemi da risolvere./ Chiesi la prosperità,/ e Dio mi ha dato/ cervello e muscoli/ per lavorare./ Chiesi a Dio di poter volare/ e Dio mi diede ostacoli da superare./ Chiesi amore, e Dio/ mi ha dato persone da aiutare./ Chiesi favori, e Dio/ mi ha dato opportunità./ Non ho ricevuto nulla/ di quello che chiesi/ però ho avuto tutto/ quello di cui avevo bisogno.
RICORDI
Sotto un tenero sorriso/ riaffiora una maschera di marmo./ I gesti si accompagnano/ ad antichi sentimenti./ All’improvviso ebbi un sussulto/ di spavento. Vagavo in solitudine/ sospeso tra le nuvole/ sprofondato nel silenzio./ Vedevo dall’alto un sereno/ luccicare di luci, che illuminava/ il mio paese./ Tremavo d’affanni,/ quando ai miei orecchi/ arriva una serenata sbarazzina/ a ricordare i miei ventanni.
E chi non li ricorda, pio e disincantato Carlo?
Tutta sta nella gratitudine o meno con cui si rammentano.
Beato chi li scopre sbarazzini, obliando forse volutamente le pene che, allora, apparvero così mostruosamente intollerabili. Scrissi in un mio testo che “la sfiducia è il mesto trionfo della ragione sugli illusi entusiasmi giovanili”.
D’altro canto, fiducioso Carlo, converrai anche tu che “la felicità è una momentanea amnesia del destino!”
Auguri a te e un abbraccio alla cara Paola.
Maurizio Romanelli
CARLO REY SUPPLICANTE SBARAZZINO
La veterana amica Paola Riboni mi allunga un fascicolo di versi di un postulante estensore di poesia. Si tratta di Carlo Rey, biellese, una tra le miriadi innocenti vittime sacrificali che infoltiscono la tumultuante schiera di coloro (come io stesso mi dipingo!) che pervicacemente si illudono che il nettare segreto dai ricettacoli dove estrapolano i pensieri poetici possa ancora interessare un volgo abbrutito dal troppo benessere forzoso.
La sopraggiunta benevolenza senile mi impone di lasciarlo convivere con le suggestioni alate che allietano i suoi giorni letterari. Mi spingo oltre, affidando le sue esternazioni alla mia modesta rubrica. A tambur battente, eccovi:
SUPPLICA
Chiesi la forza,/ e Dio mi diede difficoltà/ per farmi forte./ Chiesi la sapienza,/ e Dio mi diede/ problemi da risolvere./ Chiesi la prosperità,/ e Dio mi ha dato/ cervello e muscoli/ per lavorare./ Chiesi a Dio di poter volare/ e Dio mi diede ostacoli da superare./ Chiesi amore, e Dio/ mi ha dato persone da aiutare./ Chiesi favori, e Dio/ mi ha dato opportunità./ Non ho ricevuto nulla/ di quello che chiesi/ però ho avuto tutto/ quello di cui avevo bisogno.
RICORDI
Sotto un tenero sorriso/ riaffiora una maschera di marmo./ I gesti si accompagnano/ ad antichi sentimenti./ All’improvviso ebbi un sussulto/ di spavento. Vagavo in solitudine/ sospeso tra le nuvole/ sprofondato nel silenzio./ Vedevo dall’alto un sereno/ luccicare di luci, che illuminava/ il mio paese./ Tremavo d’affanni,/ quando ai miei orecchi/ arriva una serenata sbarazzina/ a ricordare i miei ventanni.
E chi non li ricorda, pio e disincantato Carlo?
Tutta sta nella gratitudine o meno con cui si rammentano.
Beato chi li scopre sbarazzini, obliando forse volutamente le pene che, allora, apparvero così mostruosamente intollerabili. Scrissi in un mio testo che “la sfiducia è il mesto trionfo della ragione sugli illusi entusiasmi giovanili”.
D’altro canto, fiducioso Carlo, converrai anche tu che “la felicità è una momentanea amnesia del destino!”
Auguri a te e un abbraccio alla cara Paola.
Maurizio Romanelli
UR SUNU
Giorni addietro l’amico Danilo Carmignotto mi ha gentilmente invitato alla mostra dedicata ai Grandi Dottori dell’Antico Egitto, intitolata appunto UR SUNU.
Serena, la graziosa figliola di Danilo, mi ha affidato all’egittologo Federico Bottigliengo, il quale non ha lesinato l’eloquenza nell’illustrare approfonditamente i vari personaggi e le dinamiche sanitarie in uso ai tempi delle dinastie faraoniche egizie.
Suppongo che chi abbia avuto, o avrà ancora (fino al 21 dicembre prossimo, a Palazzo Sannazzaro) la fortuna di attingere all’affascinante ripercorso millenario dei metodi di cura, abbinati alle pratiche magiche e religiose (oggi non ancora dismesse perfino nelle culture cosiddette avanzate, vedasi le straripanti fortune di presunti maghi e fattucchieri!) potrà, ognuno a proprio modo, ricavare, oltre al concepimento di stare vivendo in un’epoca fortunata, farsi un’idea di come fosse meno terrorizzante a quei tempi la fine terrena. Parlo delle sofferenze inevitabili connesse ai rudimentali strumenti chirurgici ed alle loro pratiche estemporanee e necessariamente sperimentali.
Personalmente, quale disdicevole poetastro, già durante la visita e poi nei giorni successivi, non potei impedirmi di sentirmi frullare nel deserto anfiteatro cerebrale una poesia che scrissi molti anni addietro. Quei vecchi versi mi assillarono con un’insistenza inconsueta per colui che soffre di incessanti sobbollimenti, alla strenua ricerca di alleviare l’intima smania di stupire innanzitutto se stesso. Per una volta, perdoneranno i miei lettori se cito una mia composizione, ma spero che sappiano estrapolare il messaggio che volli, forse inconsciamente, offrire allora e che l’esibizione di tante dipartite millenarie seppe finalmente illuminare al mio caduco scetticismo. Chiedendo umilmente venia, eccovi allora:
DIAFANO, UN EMBRIONE…
Pensai :/“Non può esistere giorno astratto,/ ricucito d’alba con tramonto,/ che memorie cancelli totalmente.”
Mi dissi :/ “Nulla realmente afferri con le mani.../ di sovrapposti mondi fluttuanti ombre/ occhieggiano fra le trame del tempo/ e sarcofaghi ieri serrati di Faraoni,/ dischiusi a mostrare mummie millenarie,/ emanano essenza d’albero tuttora rigoglioso,/ presente e vivo, in parallele dimensioni.”/ ...Allora accadde:/ Diafano, un embrione di giorno/ afferrai al salire del sole/ e seppi che non l’avrei trattenuto.../ così... come la vita...
Ricordo che quando scrissi lo immaginai come l’inascoltato messaggio di un feto destinato a prematura dipartita prima ancora della nascita.
Ora, riproponendolo, vi leggo infinite variabili del disperato smarrimento dell’identità marchiata nei geni, abrasa e modellata perversamente da un benessere tanto innaturale da mutarsi sovente in malessere. Uno stallo dolente dell’anima per il quale suonerà dunque irridente la mia frase precedente, circa l’epoca fortunata. Il dolore fisico sofferto in antichità sarà oggi alleviato dagli analgesici. Ma è alla miriade di intime frustrazioni che l’evoluta scienza non si è preoccupata di porre rimedio. Ma forse vaneggio e vorrei sognare di svegliarmi!
Maurizio Romanelli