Articolo »

La sentenza il 27 maggio? Difesa Schmidheiny: «Il disastro era in atto da decenni»

Sono state comunicate dalla Corte di Appello del processo Eternit (presidente Alberto Oggè, giudici a latere Elisabetta Barbero e Flavia Nasi) le date delle ultime udienze. Oggi, venerdì concluderà il difensore del belga Louis De Cartier avvocato Cesare Zaccone poi si sospende fino al 6 maggio quando interverrà la Procura per le repliche, che forse impegnerà anche una parte dell’udienza successiva (quella del 13) dedicata alle parti civili. A seguire - il 20 maggio - la parola passerà ai legali delle società chiamate in causa e - infine - il 27 maggio interverranno i difensori degli imputati. Poi la corte si ritirerà in Camera di Consiglio per la sentenza. Tuttavia se l’udienza del 27 dovesse prolungarsi troppo il pronunciamento potrebbe slittare all’udienza successiva, precauzionalmente fissata per il 3 giugno. La questione del polverino E mercoledì al processo di Torino è intervenuto l’avvocato Carlo Alleva, difensore dell’imputato svizzero Stephan Schmidheiny che gestì Eternit dal 1976 alla conclusione del «periodo svizzero», che coincise con il fallimento e la cessazione dell’attività nel 1986. Secondo Alleva il processo non avrebbe dimostrato - per lo svizzero - alcuna responsabilità in merito al disastro né come «esecutore» né come «ispiratore» delle regalìe degli scarti di lavorazione. Inoltre - ha annotato - Eternit conduceva una attività «pericolosa ma legale». Una arringa infiorettata di paroloni che non ha però convinto Luciano Bortolotto, esponente della Cisl ed attivo nell’AFEVA: «Il tentativo di sostenere che la legislazione era insufficiente, che non vi sarebbe stato adeguato controllo da parte degli organi ispettivi, che l’uso dell’amianto era diffuso da parte di tutte le aziende e loro non capiscono perché si processa solo Eternit... non cambia il quadro. Alleva ha un’eloquenza straordinaria ma si arrampica sugli specchi, viste le prove schiaccianti sulle manovre di depistaggio», per esempio, emerse dall’inchiesta e dal processo. Proprio Schmidheiny ha infatti spiato magistrati e attivisti, ipotizzato su scenari e strategie differenziate con lo scopo di tenersi fuori dai processi e di minimizzare i risarcimenti. «Siamo fiduciosi che il 3 giugno sarà confermata la sentenza di primo grado e si farà giustizia», conclude Bortolotto. Lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier, sono stati condannati in primo grado - lo ricordiamo - a 16 anni di carcere per disastro doloso e omissione dolosa di misure antifortunistiche. “Ho visto vendere il polverino” E Pietro Condello ex operaio Eternit - presente all’udienza di mercoledì - ricorda in merito alle affermazioni di Alleva di avere assistito personalmente alla vendita del polverino all’Eternit di Casale. E che i pagamenti - cosa emersa anche con le testimonianze di primo grado - avvenivano direttamente in ufficio: «Facevano pagare gli scarti pure a noi dipendenti...». La stessa Eternit del resto retribuiva regolarmente la ditta Bagna (anche questo emerso in primo grado) per smaltire i rottami, che finivano lungo le sponde proprio al Ronzone, dove c’erano gli stabilimenti, e avevano creato una intera sponda di centinaia di metri che dalla attuale via XX Settembre, arrivava fino al fiume. Tutto contabilizzato! Possibile che i proprietari dell’Eternit non ne sapessero nulla? L’arringa di Astolfo Di Amato La difesa di Schmidheiny era stata aperta lunedì dall’altro difensore di Schmidheiny, il professor Astolfo Di Amato. Secondo il legale non «sarebbe legittima l’equazione: Eternit ha cagionato un disastro, Schmidheiny era a capo di Eternit e dunque ha provocato il disastro. Questo perché quando nel 76 ha assunto un ruolo nel gruppo il disastro si era già verificato dopo decenni di attività dello stabilimento». Secondo punto il fatto che nel periodo di cui fu a capo di Eternit «il gruppo svizzero ha perso nelle società italiane 75 miliardi, di cui parte significativa spesa in investimenti per la sicurezza. Dunque non vi è stata imprenditoria di rapina guidata dalla ricerca ossessiva del profitto». Terzo punto illustrato da Di Amato il fatto che «all’epoca vi era la convinzione nel mondo scientifico che fosse possibile un uso sicuro dell’amianto con l’abbattimento delle polveri. Per questo furono eseguiti enormi investimenti e gli enti che effettuarono le misurazioni (Enpi, Inail, Università di Pavia, etc.) rilevarono che le polveri negli stabilimenti erano state effettivamente abbattute. Oggi non si possono mettere in discussione quelle misurazioni». Infine - secondo il legale di Schmidheiny - «il vertice di una multinazionale con stabilimenti in tutto il mondo non può essere ritenuto responsabile di come vengono gestite le società italiane che hanno propri consiglieri di amministrazione. Ciò tanto più quando, come nel nostro caso, sono state fornite risorse enormi da utilizzare per la tutela della ambiente e dei lavoratori». E concludendo la difesa Schmidheiny si è richiamata all’appello che chiedeva l’assoluzione.