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Pansa revisionista, anche di se stesso

Giampaolo Pansa ci ha abituati a titoli suggestivi, di impatto magico-memoriale ("Ma l'amore no", "Ti condurrò fuori dalla notte"...) oppure drammatici, di forte effetto ("Il sangue dei vinti", "La notte dei fuochi"...), sempre comunque titoli intriganti; questa volta troviamo un titolo secco,un termine di uso comune,ma "diabolico" (come lui stesso lo definisce) in quanto spesso usato ambiguamente o sprezzantemente. Lui fa suo il termine,applicandolo a se stesso con convinzione e insieme con divertita ironia, buttandolo in faccia,da spaccapietre qual è, a chi lo potrebbe irridere o vanificare. Che "revisione" per Pansa sia tener conto dell' "altera pars" non è una novità, come non è una novità il suo modo di intrecciare storia personale e grande storia, di riprendere episodi già trattati per rivederli alla luce di specchi più lucidi e meno piatti. Novità è invece l'intento di sottoporre a revisione se stesso, il Giampaolo Pansa storico e giornalista, interrogandosi, difendendosi, pentendosi. Ha ragione chi ritiene troppo comoda la sua rilettura tardiva di una storia che pure si poteva toccare con mano? Perchè non ribellarsi subito e allora ad una visione faziosa? Ed ecco che Pansa riconsidera il suo itinerario storico-cronista, preoccupato di essere obiettivo già a partire dal '59, e poi nel '68 e via via in interventi successivi, all'inizio muovendosi "da scalatore improvvisato". E mentre punta il dito su uomini di parte e di partito ottusi o supponenti, tanto più deprecabili quando sono "reduci da nulla", punta il dito sulla sua stessa debolezza in momenti in cui si sarebbe potuto fare di più (per esempio Calabresi). Sbalza personaggi e scene del passato prossimo e della società contemporanea con quel caratteristico mixage di taglio forte e visività d'immagine, tra indignazione morale e gusto dell'esprimersi sapido,vivace,talora dissacrante,monferrino ma tutto suo: rischia persino in qualche caso di essere letto banalmente,quasi per la curiosità di vedere come lui, consumato giornalista e testimone diretto, descriva da vicino uomini che noi conosciamo già anestetizzati dai mass-media. Eppure questo "Revisionista" è un libro di piena e vera umanità, che pone come punti di partenza due motivazioni profonde: la prima, ben nota, di etica storica, e la seconda di origine sentimentale, radicata in una storia d'amore giovanile, luminosa e sofferta, tenera e spinosa. L'incontro con Gianna, vittima di una ingiustificata violenza antifascista, lascia un segno incisivo nel ragazzo Pansa, e contribuisce a far nascere in lui la passione per l'imparzialità, ma anche ad evidenziare il carattere narrativo del libro. Soprattutto le prime pagine riprendono ritmo e sostanza di indimenticabili passi della "Storia di un ingenuo". Il ritratto in piedi della nonna Caterina, le figure a tutto tondo delle donne della sua infanzia, "streghe bonarie", i rilievi di raro intimismo evocativo dei genitori Giovanna ed Ernesto: emerge un mondo genuino, con modi di dire coloriti e inossidabili nella loro atemporale verità, un mondo fatto di lavoro, schiettezza e rispetto, che gli ha dato le forza per fronteggiare poi un più ampio ambiente di intrighi, rifiutare l'omologazione e guardare le cose una seconda volta. Nei suoi "vecchi" Pansa si riconosce, come si riconosce nella figura tra "bastian-cuntrari" e " don Chisciotte" che ha mirabilmente descritta nella prefazione al "Grande diario" di Giovanni Guareschi, edito di recente. Giuse Vipiana Albani

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