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Intervista
"Terra" chiama Rendo. La facoltà di agraria è al ritmo del Blues
Ma c’è un altro motivo che rende Emanuele Rendo interessante...
La puntata di oggi di quaranta in quarantena è un po’ diversa dal solito, dopo mesi di telefonate ad artisti depressi dallo streaming finalmente parliamo con un musicista che è tornato ad esibirsi su un palco (ritrovate la nostra recensione del concerto Truffle Blues a Rosignano di qualche giorno fa). Insomma, un bel segnale di speranza. Ma c’è un altro motivo che rende Emanuele Rendo interessante: è che il suono della sua armonica è quasi inscindibile dal suo essere connesso con la terra (terra intesa come territorio, come suolo e come pianeta). Se suonasse mentre cerca tartufi non parrebbe strano.
Pensare che se avesse seguito la vocazione di casa a quest’ora avremmo davvero due braccia rubate all’agricoltura. “In effetti sono figlio di due medici, ma ho anche zii medici e persino due cugine che fanno il medico, insomma sono l’unico in famiglia a non aver studiato medicina. Ma la vocazione per la terra ce l’ho da sempre, è un seme che è germogliato nella piccola frazione di Rosignano dove vivo. Tutte le suggestioni che mi circondavano sono diventato il mio destino: le esperienze dei tartufai, i racconti dei vecchi contadini, hanno fatto sì che mi sposassi con questo paesaggio.
Quindi alla fine del liceo classico ho fatto outing: avrei fatto agraria. I miei genitori non me l’hanno impedito, però poi è prevalso un senso di praticità tra famiglia e insegnanti ed io ero troppo giovane per difendere quel sogno. Per fortuna il test per entrare a medicina non l’ho passato, ho provato a parcheggiarmi a biologia, ma alla fine ho deciso di usare quell’anno soprattutto per studiare all’estero, a Chicago”.
Chicago? Sweet Home Chicago? quella dei Blues Brothers? Allora è arrivato il tempo di parlare di armoniche. “Certo da grande appassionato di musica blues volevo seguire il mio sogno americano. Del resto anche la musica è di famiglia: ho studiato pianoforte fin da piccolo e nel contempo saccheggiavo la discoteca di mio padre che, in mezzo al beat degli anni ’60 e ’70, aveva i dischi dei Creedence Clearwater Revival, Ray Charles, Chuck Berry e Jerry Lee Lewis, il mio preferito. Però il suo piano boogie era un po’ fuori dalla mia portata. All’armonica ho cominciato ad avvicinarmi al secondo anno di liceo, mio padre mi ha portato a un concerto di Fabio Treves a Pontestura, è stato come essere Mosè di fronte alle acque del Mar Rosso. Così a Chicago mi sono presentato molto umilmente alla Old Town School of Music, riuscendo a studiare con Joe Filisko. Per me, che avevo passato ore e ore a guardare video blues e tutorial anche su di lui, è stato come un sogno.
Va bene, ma il fatto che Emanuele si presenti ai concerti intrattenga il pubblico parlando equamente di blues e di tartufi la dice lunga su come le sue due anime possano coesistere.“Willie Dixon diceva ‘il blues sono le radici, il resto è frutta’, stiamo parlando di una musica nata nella campagna americana, dove i più grandi bluesman sono stati braccianti. B.B.King si vantava di essere stato una star tra i trattori prima che con la chitarra. Quello che faccio, gli innesti, la semina, la pesca, andare a tartufi sono tematiche blues. Certo, non è che ci siano pezzi blues che parlino di tartufi, ma l’ambiente è quello.
Quindi il blues nasce dai campi, ma fidatevi, ascoltando Emanuele si capisce che funziona anche il contrario: si può essere artisti anche con un seme.“Sono un appassionato potatore e innestatore, ma la cosa che amo di più è quello che chiamano ‘archeologia arborea’: piantare ortaggi di vecchie varietà che colleziono da diverso tempo. Me le procurano le signore locali: le mie spacciatrici di semi antichi. Vanto due tipologie di pomodori, un melone bianco e tre tipi di peperone, tutti locali. Sono cultivar che hanno rappresentato molto per l’economia di questo posto, sapori che è giusto preservare. È un tema che ho trattato anche nel film il ‘Ciliegio di Rinaldo’ al quale ho collaborato”.
Se l’ambiente vi sembra già idilliaco così figuriamoci in lockdown. “La quarantena l’ho passata studiando e pulendo un terreno da tartufo bianco che ho acquistato. Ho coinvolto persino i miei genitori nell’operazione, visto che mio padre è in pensione e mia madre aveva l’ambulatorio chiuso. In cambio abbiamo avuto una vallata magnifica in cui passeggiare e riscoperto il piacere di cogliere erbe spontanee, come i vertis e i curnabec. Come tutti coloro che vivono in campagna la quarantena ha rafforzato il nostro rapporto con la natura”. E poi ovviamente ci sono i tartufi: “Sì, la categoria dei trifolau è stata una delle poche giustificata a muoversi durante il coprifuoco. Vivere la valle Ghenza e uscire con i miei cani, Brina e Lila, in notti terse, nella totale assenza di rumori di automobili, è stata una delle sensazioni più assurde che abbia vissute nella mia vita”. Se ci pensate sarebbe una bellissima storia anche da raccontare su un giro di tre accordi in 12 battute. Cosa diceva Emanuele? “Non ci sono pezzi blues che parlano di Tartufi” Beh, non ancora.
Emanuele Rendo, classe 1992, si è diplomato al liceo classico Cesare Balbo di Casale ed è laureando in scienze e tecnologie agrarie presso l’università di Torino. Il suo percorso musicale è incominciato presso il seminario di Casale Monferrato con la maestra Laura Depetris e proseguito presso l’istituto Carlo Soliva di Casale Monferrato con Laura Bussa, poi con lezioni con la pianista azzera Olga Zenin. E’ stato allievo della B1 class of Blues Harmonica alla Old Town School of Folk music di Chicago con insegnante Joe Filisko.
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