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  • 02 febbraio 2009
  • Casale Monferrato

Il Bufin

Quand’ero piccolo, se non mi comportavo bene, mia madre mi diceva che mi avrebbe mandato a fare il bufìn. Era una minaccia terribile, che aveva immancabilmente il suo effetto: diventavo un angioletto. Il termine evocava il lavoro ingrato del garzone muratore, al quale erano affidati i compiti più gravosi e meno gratificanti. Nessuno avrebbe voluto fare un tale mestiere. Oggi il termine si usa ancora in senso proprio e in senso traslato. Mi scrive infatti Laura Rossi: “Mi tocca fare il bufin! Si dice ancora oggi quando fai dei lavori pesanti per un altro; ad esempio io porto le macchine fotografiche,il cavalletto, ecc. a mio marito...”. Da dove deriva il termine? Le parole, oltre al significato, contengono pagine di storia, che vale la pena di ricostruire. Se ci limitiamo al solo significato, senza chiarirne l’etimologia, non conosceremo mai la vita dei nostri padri. Questo è il motivo del mio interesse per il dialetto monferrino,di cui vado indagando da qualche tempo gli aspetti. In un articolo sull’origine della misteriosa Santa Scarabula (Il Monferrato 18.9.2007 p.19) ho recuperato una pagina di costume attraverso il significato della parola (la raganella era detta scarabula e venne santificata). Ulteriori indagini, stimolate da un’obiezione che mi venne fatta (termini simili a scarabula provenivano da altre zone d’Italia ed erano assenti in Monferrato), mi portarono a recuperare un termine, scaràndula (raganella), che è assai vicino al nome della santa, vivo a San Giorgio, come mi informa la signora Luciana Pugno, originaria del paese vicino a Casale. Di altri termini come “biffa, sgiài,sanèt,ligera,dianèt” e di espressioni come “j’hö safà” ho trattato in articoli recenti [sono presenti nella sezione cultura dell’edizione online del Monferrato ndr.]. Le ricerche mi hanno portato a risultati spesse volte imprevedibili. Tornando al termine “bufìn”, notiamo che è attestato anche con la doppia f : buffìn è registrato nel Glossario Monferrino del Ferraro (1889, p.26) col significato di “sottomanovale”. Esso deriverebbe dal provenzale “boufin”. Ora, se la fonetica sembra concordare, la semantica contraddice l’ipotesi. Infatti boufin in provenzale (come dice il lessico “Lou Trésor dou Félibrige” del Mistral a p.317) significa “joue enflée par les aliments, grosse bouchée”, collegandosi così al verbo francese “bouffer” (=souffler en gonflant ses joues, gonfler”: Dauzat p. 101). I termini provenzali e francese, come pure l’italiano “buffare”, derivano, secondo gli etimologisti, dalla voce onomatopeica “buff”(Meyer-Lübke 1373, DEI I, p.627). Il prof. Luigi Calvo richiama il verbo tedesco büffeln, che significa “sgobbare”. Il verbo deriva in effetti dal sostantivo Büffel (bufalo), che deriva a sua volta dal francese buffle. Entrambi i vocaboli derivano dal termine tardo latino bufalus,forma secondaria di bubalus (Kluge, Etym. Wört. d. deutsch.Spr., s.v. Büffel). Dice il Kluge che i bufali erano prima animali da lavoro (Arbeitstiere) e perciò il verbo büffeln venne a significare lavorare duro (hart arbeiten). Così buf(f)ìn deriva dalla forma buf(fal)in (cfr. i cognomi Bufalino, Buffin, Boffino), piccolo bufalo da lavoro. L’animale fu importato in Italia dai Longobardi nel VI secolo d.Cr., inviato da un principe àvaro al re Agilulfo (DEI I.p.627). Il garzone di muratore era dunque un lavoratore che sgobbava duramente senza soddisfazione alcuna, come un animale. Il termine ci è giunto tramite la popolazione guerriera dei Longobardi, presso i quali il lavoro non era tenuto in grande considerazione: anzi costituiva una dura punizione. Olimpio Musso Dis. Laura Rossi Angelino

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