Il 15 giugno 2003 moriva Peter Spada. Alla sua produzione pittorica fu dedicata nel 2008 una mostra antologica presso la galleria “Carlo Carrà” di Alessandria e un volume monografico di Giovanna Barbero, Peter Spada. La coscienza dell’io, Verso l’arte edizioni. La stessa casa editrice ha ripubblicato un libro giovanile, Caro amore, e ha curato l’edizione postuma di El viento de la noche y el Tango.
Di un autore che molto ha dato alla poesia di questi nostri ultimi decenni, vorrei delineare l’essenza umana e poetica soffermandomi su un tema che ricorre in tutta la sua produzione: quello del mondo vegetale assunto a significare il costante alternarsi di entusiasmo e delusione: alla tensione vitale, all’avventura dei sensi e dei sentimenti si affiancano l’amaro rifluire nel tedio, gli astratti furori nei confronti del mondo offeso, il lamento elegiaco o sarcastico o ironico sui paradisi perduti. I fiori dell’amare e i fiori dell’amarezza: così potrebbe definirsi il nucleo originario e originale della poesia di Peter Spada.
«Il Tango è un pensiero triste che si balla; è il ballo ibrido di gente ibrida. Milioni gli immigrati che si sono fusi con questo Paese in meno di cento anni. Di qui nasce il vero Argentino, risentimento e tristezza. L’aria del tango è questo strato di mescolanza: malinconia, disperazione, poesia». Queste alcune delle considerazioni con cui Peter Spada intendeva presentare le sue ultime poesie: versi che dicono un danzare surreale e cosmico, sostanziato di disperata vitalità, dove la ballerina (figura simbolica eppur concretissima nella sua fisicità), il “tu” a cui il poeta si rivolge, diventa la scaturigine da cui rampollano metafore che si susseguono per definire situazioni e stati d’animo ma al contempo per allargare il discorso poetico a una pluralità di significati. Si legga, da La tua leggerezza: «bocca di occhi incastrati nei miei, rosa / premuta tremante sul passato / bocciolo profumato… // Io sto eretto a sostenere la tua leggerezza / sto fra le tue radici, / bevo la rugiada delle tue foglie / e ti guardo fisso per piegarmi con te / per sentire il tepore del tuo seno / per conoscere la nostra disperazione». Sicché le figure del ballo e le tangherie, la pampa e il mar della Plata, il cielo stellato e «la notte sonnambula, avida di tenebre e di stelle», le prostitute e la gente di malaffare, i lavoratori e i musicanti, i creoli e gli stranieri, diventano occasione per effondere in versi una sensualità debordante e una sentenziosità amara, una risentita sensibilità sociale e una sommessa ricerca metafisica: tutte caratteristiche distintive e costanti dei versi di Peter Spada. Esemplare il finale di Piccolo tango disperato: «e il gusto di fragola sui tuoi capelli / e il gesto errante, quello che vince la nostra carne / si riempiano di rose di cristallo rosso / di spine d’ombra oltre ogni dolore».
Nelle liriche giovanili di Caro amore, il poeta si rivolge all’amata con la dolcezza di un eros gentile, con accenti che ricordano l’ingenua e delicata poesia di Saffo («Abbandonarmi nel tuo sorriso / è raccogliere il fiore più bello / nella rugiada del mattino»), scaltrita da uno spessore di significati e da un’invenzione di metafore che fanno pensare a Quasimodo e ai surrealisti francesi: «Ti porto nella siepe dei miei occhi / dove fioriscono i passi della speranza»; «Le tue mani somigliano / a silenzi di gelsomini»; «goccia di giglio all’alba / il tuo sorriso perfetto». Anche nei successivi Canti d’Africa (1977), accanto a poesie dettate dall’incondizionato amore per il continente tragico e splendido delle foreste e dei deserti (documentati dalle belle fotografie di Simona Cici), ci sono liriche permeate da una disposizione al discorso cordiale e colloquiale nei confronti di una ragazza dagli occhi innamoranti alla quale l’amante si rivolge in toni affettuosi, quasi didascalici; sicché la dizione amorosa si risolve in delicate immagini di natura primaverile: «sei più tenera dei ciclamini a primavera»; «qui ti depongo nel tepore della mente / e ti abbandono sul fiore rosso del mio destino».
In Terminal all’infrarosso (1982), e in Nightly Walks (1998), libri della rabbiosa rivolta contro la società occidentale e le mistificazioni della vita di tutti i giorni, è assimilata la lezione della beat generation: ma pure nel magma dell’espressionismo avanguardistico ricompaiono immagini floreali e arboree, delicate e pregnanti, riferibili a paesaggi domestici e consueti: «Creature senza Dio si chiedono / perché il melo fiorisce laggiù »; « Angeli dolci, fiori avidi di primavera, pensieri audaci di vita...». Qui il tema del fiore è accostato al motivo dell’angelo: «Un angelo di donna mi tende le braccia. / La maglietta diventa un paio di ali / davanti ai miei occhi il mio angelo canta / la sua dolcezza mi solleva e io volo con lei...». Ancora in Luna calante (1999) ritorna la metafora floreale del poeta «girasole in attesa di sole»: in eterna, trepida aspettazione di un “tu” che così viene omaggiato: «In alto / verso le stelle / sta anche il tuo volto: / hai gli occhi di giada / una lacrima triste / il caldo senso della ragione… / sei vento nel tenero riposo dei pioppi / a primavera... / sei l’angelo assorto / il grido il breve spazio / prima di chiudere gli occhi». E per tornare al libro di poesie che non vide edito, El viento de la noche y el Tango, volle il poeta che si aprisse con questi versi dedicati all’«angelo azzurro», all’«amica di tanghi infiniti»: «Facciamo dunque un Dio a somiglianza / di ciò che volemmo essere e non fummo …/ Diamogli il meglio di noi stessi. / Grazie per questa nostra vita.». E grazie a Peter Spada, per la poesia che ci ha lasciato.