Eredità Eternit: negli stabilimenti quintali di amianto in sacchi rotti
di Massimiliano Francia
Riprende martedì 14 giugno con la requisitoria dell’accusa il Processo Eternit di Torino.
Una requisitoria che si annuncia lunga e complessa con la quale il pm Raffaele Guariniello cercherà di dimostrare - alla luce di quanto è emerso durante il lungo dibattimento, protrattosi da dicembre 2009 fino allo scorso marzo - i capi di accusa formulati a carico dei due imputati, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier: disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antifortunistiche.
Una tesi - quella del disastro ambientale soprattutto - maturata sulla base di una situazione oggettiva: la lavorazione dell’amianto svolta da Eternit in varie località d’Italia per decenni, il profondo e diffuso inquinamento ambientale che si è verificato nei territori in cui erano insediate le unità produttive della multinazionale dell’amianto e le migliaia di vittime che in quegli stessi luoghi ha mietuto e continua a mietere la polvere killer.
Un danno alla salute legato anche al fatto che gli stabilimenti vennero dismessi con quintali - se non tonnellate di amianto residuo - sia in forma di sacchi inutilizzati abbandonati all’incuria sia di scarti e residui di lavorazione.
Ambienti che non furono mai ripuliti, così come non si intervenne mai per rimediare al danno causato alla diffusione degli scarti di lavorazione, prima di tutto il micidiale polverino, materiale friabile che come noto veniva utilizzato prevalentemente per isolare termicamente i sottotetti e per pavimentare cortili e stradini.
Nessuno - dell’Eternit - fece nulla per rendere i cittadini consapevoli del pericolo che li minacciava né per eliminare quel materiale.
L’ultima deposizione
Una serie di udienze che si era chiusa proprio con una lunga e articolata deposizione di Angelo Mancini, responsabile dello Spresal il servizio dell’ASL che ha storicamente governato la problematica delle bonifiche a Casale fin dall’inizio fin da quella realizzata negli anni Novanta agli ex magazzini di piazza d’Armi, dove poi è stato realizzato il Palafiere e Cinelandia.
Mancini aveva spiegato come proprio i polverini rappresentino, ancora oggi una insidia gravissima per la salute dei cittadini, che spesso vivono inconsapevolmente a contatto con un materiale che spesso viene scambiato per un normale battuto di cemento.
Lo stabilimento abbandonato
Ma com’era lo stabilimento di via Oggero, a Casale, il più grande d’Europa, quando venne chiuso a causa del fallimento nel 1986?
Come fu lasciato dagli svizzeri - gli Schmidheiny - che furono gli ultimi a gestire la fabbrica dove si continuò a usare il micidiale amianto blu - la crocidolite - per realizzare i tubi in pressione fino all’ultimo?
Gli svizzeri che in aula attraverso la propria difesa - avvocati e tecnici ed ex dirigenti - hanno fatto professione di responsabilità, illustrando una fabbrica in cui sono stati spesi miliardi e miliardi per la sicurezza dei lavoratori, in cui le molazze erano chiuse ermeticamente con carter (che nessun lavoratore ha mai visto), in cui Cesare Coppo - ex tecnico del Servizio Igiene del Lavoro istituito dalla stessa eternit e che vive a Frassinello ha detto di non aver mai visto un granello di polvere?
E un altro consulente ha affermato che la polvere in assenza d’aria non si movimenta e quindi non è pericolosa?
Dove sempre secondo i tecnici c’erano avanzati sistemi di aspirazione delle polveri in tutte le macchine di lavorazione?
Le foto degli stabilimenti
Una bella testimonianza sono le fotografie che lo stesso Mancini ha scattato a più riprese negli stessi stabilimenti durante i sopralluoghi effettuati negli anni.
Sporcizia e polvere ovunque, sacchi di amianto abbandonati aperti, strappati, macchinari sommariamente puliti da cui era stato estratto un cumulo di polvere d’amianto-cemento.
Immagini che insomma dimostrano tutto il contrario di quello che si è sentito affermare in aula dalla difesa dello svizzero.
Il primo book di foto risale al 30 marzo 1994, otto anni dopo la cessazione dell’attività.
Gli stabilimenti si presentano in stato di disordine e totale abbandono.
La maggior parte dei macchinari furono venduti dal fallimento a Eternit France, che aveva anche proposto di rilevare e riaprire l’attività a Casale.
Quelli rimasti presentano ancora forti incrostazioni di materiale contenente amianto.
Sacchi e finestre rotte
Amianto se ne trova in abbondanza ma in alcuni ambienti ci sono ancora molti sacchi abbandonati
Nessuna particolare cautela neppure per la limitazione degli accessi. Vetri e finestre rotte o del tutto assenti che consentono all’amianto di liberarsi e disperdersi nell’ambiente non solo interno ma esterno.
Del resto, come testimoniano i famosi «ventoloni» fotografati da Mancini e nella memoria di tutti i lavoratori i metodi di «estrazione delle polveri» - ironizza amaramente Mancini - erano piuttosto rudimentali: si prendeva aria da dentro e la si sparava fuori dalla fabbrica, «a uso e consumo della cittadinanza» aveva sottolineato Gianni Turino durante la propria deposizione.
Foto Eternit, 2° book
Atro ciclo di fotografie appena prima della Bonifica, nel 2000.
Anche in questo caso si constata la presenza di cumuli di polverino in ambienti e sacchi abbandonati e rotti in particolare nell’area che dà sul canale.
Uno strato di polverino particolarmente consistente lo si riscontra proprio in uno degli accessi carrabili.
Dove avvenivano le operazioni di carico e scarico dai mezzi, su cui spesso c’erano sacchi rotti?
Ma il polverino - racconta Mancini - durante la bonifica è saltato fuori ovunque: nelle intercapedini dei pavimenti (in un punto togliendo un silo si è scoperto che c’erano due pavimenti sovrapposti), in stanze chiuse, murate, in cui c’erano tubi che pompavano dentro il materiale di scarto, dentro a gallerie che passavano sotto via Oggero e che dovevano essere originariamente passaggi per raggiungere le strutture sull’altro lato della strada.
Migliaia di m³ d’amianto sfuso
Centinaia di migliaia di metri cubi, probabilmente, accumulati dove si poteva perché non tutto si riusciva a «regalarlo» o a buttarlo sulle rive del fiume, o a reinserirlo nel ciclo produttivo senza compromettere la qualità dei prodotti.
Ma certo, vedendo quelle foto a stabilimento chiuso da tanti anni, dopo il periodo di produzione a ranghi ridotti che ha preceduto il fallimento, viene da chiedersi quanta polvere c’era quando si produceva a pieno ritmo.
E quanto amianto hanno dovuto respirare i casalesi e i monferrini, nonni, padri, figli, lavoratori e cittadini, per far arricchire i padroni dell’Eternit?