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  • 10 marzo 2008
  • Casale Monferrato

Le lettere delle compagne e il mitico Max

Ho ricevuto lettere e telefonate dopo la pubblicazione degli articoli in cui ricordavo anche le compagne di scuola. In particolare, com’è logico da parte di quelle che a Casale non abitano più, immagino che anche per loro come per me la città sia rimasta un luogo privilegiato della memoria, in cui rivedono se stesse bambine con tutti i loro sogni intatti, perché non hanno assistito al lento ma inesorabile mutare dell’ambiente. Nella lettera che mi ha scritto Vittoria Tizzani ho riconosciuto gli stessi caratteri, la stessa calligrafia che avevo ritrovato nel quadernetto dei ricordi di fine terza media. Coquita Guazzotti mi ha telefonato da Milano: amerei vedere se la sua scrittura ha conservato il carattere di geroglifico che la distingueva. Ci aspettavamo tutte grandi cose dalla vita: era il periodo delle frasi solenni che i ragazzini di adesso non formulano più. Ad esempio: - Insomma, l’unica vera avventura della vita è la morte! – Non ho mai dimenticato questa affermazione di Coquita (ricordo che fu lei la prima a parlarmi di Tagore), quando, un anno o due dopo, parlavamo delle nostre letture: sì, noi leggevamo. Già nell’ultimo anno di scuola media i nostri discorsi di ragazzine (quando non recitavamo commedie che inventavamo lì per lì a casa dell’una o dell’altra. “Giochiamo alle spie?” era la frase più frequente. Era tempo di guerra e le nostre storie erano spesso tragiche) vertevano per lo più ovviamente sulle prime simpatie. Penso che ciò fosse favorito, com’è logico, dalla divisione delle classi in maschili e femminili, che terminò col ginnasio, ma senza che si instaurasse il cameratismo che ho notato poi nei miei allievi. Io allora le storie d’amore le inventavo nei romanzi: l’editore era mio padre che le batteva sulla macchina da scrivere (io avevo imparato prestissimo ad adoperarla , ma non così bene). Quando uscì il primo avevo sette anni, e ai miei occhi attuali di psicologo presenta un notevole interesse per la comprensione della mente infantile: scarsità di passaggi logici, grande posto concesso alla magia nella realtà Tutti erano rigorosamente illustrati con le matite colorate che usavo a scuola. Storie drammatiche, d’amore e di morte. Per l’ultimo, scritto in terza media, quindi a dodici anni, sdegnai l’aiuto paterno e volli scriverlo tutto io a mano: ne uscirono due volumi (quaderni). “Ali sul mare”, s’intitolava, ed era pieno d’illustrazioni. Non l’avevo mai più riletto, e l’ho ripreso in mano oggi. Evidentemente i ricordi sono la mia principale vocazione. A un certo punto del racconto la protagonista si muove per quella Torino da cui ero partita a quattro anni senza tornarvi più: però mi erano rimasti in cuore i tram sferraglianti per la città e i grandi magazzini che io chiamavo Standard. O si erano veramente chiamati così? Storie d’amori adolescenti, frutto delle letture accanite che non escludevano i libri di Delly, dei film che andavo a vedere settimanalmente con la mia famiglia al Politeama, al Moderno o al Vittoria (al Mondial no, era per i soldati, diceva mia madre) e soprattutto delle conversazioni con le compagne. Quella con cui m’incontravo più spesso al pomeriggio si chiamava Graziella. Era bionda e abitava di fianco al Duomo. Aveva tutte le cugine che mancavano a me (io non ne ho mai avute) con cui andavamo d’estate a giocare a palla ai Giardini Pubblici, tra un allarme e l’altro. Ma era d’un cugino che lei parlava spesso: aveva un nome che faceva sognare a quei tempi dei primi film di De Sica. Si chiamava Max. Io non l’ho mai visto, ma in base ai racconti di Graziella lo immaginavo bello, alto, affascinante e coi pantaloni alla zuava. Oggi ho ripreso in mano quel famoso ultimo romanzo in due volumi (dopo la mia produzione si è interrotta, finché non sono cominciati i racconti e i romanzi veri) e lì l’ho incontrato: alto, bello, elegante, coi pantaloni alla zuava, ma con un nome diverso, naturalmente. Nessuna di noi ragazzine disponeva di un’altra figura altrettanto affascinante. Il massimo delle mie conquiste si chiamava Celestino, aveva il naso a punta, e spuntava alla finestra della casa di fronte, più lontana della terrazza coi pappagallini, quando con aria ispirata mi mettevo a suonare (in silenzio, non cantavo in queste occasioni) davanti alla finestra aperta della mia camera. Oppure, a scuola, guardavamo i ragazzini dall’altra parte del cortile. Ma sul nome di Max avevamo caricato i nostri sogni. L’ho riconosciuto subito, il nome, oggi quando l’ho letto su La Stampa. Per lui la vita è terminata, con quella che la mia compagna Coquita chiamava l’unica vera avventura dell’esistenza (il salto nell’ignoto, immagino volesse dire). Ma è rimasto un vuoto: non l’ho mai visto. Fino a pochi anni fa – poi l’ho perso, o me l’hanno sequestrato in qualche aeroporto – ho conservato un coltellino tedesco a due lame che portava inciso il nome dell’azienda per cui allora lavorava suo padre, che era lo zio della mia amica, e poi forse aveva lavorato lui; famosa nella prima guerra mondiale, e oggi di nuovo tristemente nota. La realtà dei sogni – diceva quello che il Manzoni chiamava un barbaro non privo d’ingegno – è a volte più forte dei fatti della vita.

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