«Garibaldi fu ferito», recita un vecchio ritornello popolare; e fu ferito non solo allora e non solo una volta, visto che proprio quest'anno, nella ricorrenza del bicentenario della nascita, assistiamo a interventi provocatori in numerose cerimonie commemorative, ad analisi che mettono in discussione metodi e comportamenti non ortodossi.
Ma la presenza della contestazione, specie quando è misurata, serve a illuminare e definire la sua figura di «uomo», al di là del mito eroico, ad avvicinarci al suo «vissuto».
Del resto «il passato di una singola storia come quella di un movimento collettivo, non è chiuso una volta per sempre - diceva Benjamin - ma può essere riaperto allo stesso modo in cui si riapre e si rilegge un libro».
E per quanto riguarda noi Casalesi le discussioni intorno alla sua figura sono davvero utili per accostarci più intimamente ad un grande ed umanissimo ritratto che possiamo ammirare nel nostro Museo Civico di Santa Croce. E' un ritratto splendido, realizzato su tela nel 1866 dal pittore casalese Eleuterio Pagliano (1826-1903), artista e combattente risorgimentale (nel '60 meritò la medaglia al valor militare), che aveva conosciuto Garibaldi da vicino partecipando alle imprese dei Cacciatori delle Alpi.
Il Pagliano, acquisiti i valori cromatici della pittura macchiaiola e di quella en plein air, legge l'eroe in chiave umana, non certo accademica, riversando su di lui la sensibilità romantica senza aloni mitici e retorici.
La dimensione eroica si rivela attraverso la forza comunicativa dell'uomo: la posa eretta, la leggera torsione del busto, il volto teso e insieme assorto, deciso ma con evidenti segni di stanchezza. Le mani forti e rugose; il manto risvoltato senza magniloquenza, come in un gesto naturale.
E' un semplice comandante militare, che è passato attraverso responsabilità, passioni e delusioni.
Decisamente più visionario, nonostante i tratti realistici, è il Garibaldi visto da Leonardo Bistolfi per il monumento di Savona: siamo nel 1928, intorno alle imprese garibaldine si è costituita una letteratura mitica e, d'altra parte, il nostro scultore ha rielaborato varie esperienze culturali in una forma personale di simbolismo.
Di questo monumento conserviamo nella gipsoteca casalese parti del modello in gesso, oltre ad una testa in bronzo.
L'eroe è proiettato nello spazio, come se spiccasse il volo verso il mare; il volto (che ci tenta ad una lettura in chiave modernissima) è come intagliato dal vento, ridotto a linee essenziali, molto espressive.
Nel movimento del cavallo notiamo un'accentuata ondulazione musicale: è evidente come lo scultore con il passare degli anni sentisse sempre più intensamente il fascino di un ritmo curvilineo, la magia sinuosa della musica, del suono del suo violino, degli incontri con gli amici Ferrettini, Villaris e il grande Toscanini.
Un «fantasma personale» questo Garibaldi bistolfiano, mentre sembra rispondere invece alla voce collettiva di un'epoca popolare il monumento che la città di Casale decise di erigere nel 1882, dopo la morte dell'eroe.
Su iniziativa dei Soci del Mutuo Soccorso e l'appoggio del sindaco Francesco Negri si volle ricordare il passaggio di Garibaldi in città e la sua azione nella nostra zona. Il monumento, grazie anche ad una sottoscrizione pubblica, fu realizzato nel 1884, collocato dapprima nei pressi della Banca di Novara e poi spostato all'inizio dei giardini pubblici di viale Montebello (mi rifaccio a precise ricerche di Idro Grignolio).
Lo scultore lombardo Primo Giudici, scelto in quanto neovincitore dell'Esposizione artistica di Milano, nel medaglione dell'obelisco effigiò un volto non più giovane, plastico e fine nel modellato ma non molto incisivo nell'espressione. Ai piedi dell'obelisco il cumulo pietroso rappresenta una scogliera ma può alludere anche alla dura e rude lotta garibaldina.
In cima un'aquila, simbolo pindarico, si libra sulla bandiera a lutto e sulle catene infrante di un'Italia finalmente redenta. Un contesto monumentale che oggi può sembrarci teatrale ma che esprimeva allora, alla fine del Risorgimento, un omaggio popolare ad un eroe che non era più ormai un uomo-guida ma un simbolo formale o leggendario.