Negavano il rischio per continuare a godere dei profitti
Il covo dei segreti dei produttori di amianto era nello studio milanese di Stefano Bellodi, il professionista in «strategie della comunicazione» ingaggiato dallo svizzero Stephan Schmidheiny per costruire e divulgare l’immagine filantropica del magnate svizzero che è stato a capo di una delle multinazionali più potenti nella produzione dell’amianto.
Nel 2005, il pm torinese Raffaele Guariniello fece sequestrare nello studio Bellodi una montagna di documenti che oggi consentono al pool della procura di ricostruire dettagliatamente come pensarono e come agirono, per decenni, gli amiantiferi.
Un quadro che i magistrati sono in grado di delineare con l’avallo delle stesse dichiarazioni dei protagonisti, documentate in verbali di riunioni riservate, o di assemblee con top manager, o di corrispondenza estremamente confidenziale.
Una ricostruzione meticolosa e minuziosamente dettagliata che il pm Sara Panelli ha illustrato in aula alla quarantasettesima udienza del maxiprocesso Eternit, in cui sono imputati il belga Louis De Cartier e lo svizzero Stephan Schmidheiny.
I cartelli dell’amianto
L’obiettivo prioritario era produrre con l’amianto perché generava profitto, ha spiegato il magistrato; ma poiché fin dalla prima metà del ’900 non era preclusa la conoscenza del pericolo causato dalla fibra, i principali produttori d’Europa e poi del mondo si coalizzarono in «cartelli», anche con «intrecci societari», allo scopo di concordare i prezzi e gli approvvigionamenti di materie prime (ad esempio nelle miniere in Russia, Sudafrica, Canada), ma contestualmente per occultare le conoscenze sui rischi d’amianto.
Ma i produttori ne sono consapevoli?
Secondo la Procura sì e ben prima del 1964, anno in cui Irvin Selikoff, alla Conferenza mondiale di New York denunciò in modo inequivocabile la cancerogenicità della fibra.
Gli amiantiferi ingaggiano scienziati, spiega il magistrato, li incaricano di svolgere studi, ma poi ne vietano la pubblicazione.
Nel 1964 Selikoff sfonda il muro d’omertà. E, allora, alla lobby dell’amianto (nelle sue varie susseguenti denominazioni: Saiac, Aia, e poi, i più segreti e ristretti Tour d’Horizon) non resta che «cooptare» altri scienziati che, come ebbe a dire il dottor Klaus Robock, «oppongano agli studi scientifici inoppugnabili dell’antagonista Selikoff altri studi a sostegno delle ragioni dell’industria».
La lobby della mistificazione
Chi era Robock? A capo del laboratorio di ricerca di Neus, era il «deus ex machina, la stella polare che tutela l’amianto» afferma il pm Panelli.
Va giù duro: «Non è uno scienziato indipendente, ma colui che fa politica in difesa dell’amianto».
Gli scienziati da «cooptare» (così come i sindacalisti, i giornalisti, i politici) li trovano. Panelli cita alcuni nomi italiani: Rubino e Scansetti, che operavano nella clinica del Lavoro di Torino, e Occella che, nel 1979, con Rubino, fece parte del comitato scientifico della IV Conferenza internazionale dell’amianto che si tenne a Torino. Occella fu anche uno dei periti che, incaricato dal pretore di Casale, minimizzò la presenza di polvere nello stabilimento del Ronzone, salvo poi essere smentito da un altro consulente, Michele Salvini.
Il pm cita anche il dottor Murray, che era stato incaricato di svolgere uno studio sulla cava di Balangero, che non fu pubblicato, perché lo stesso Robock disse che doveva «rimanere interno all’industria».
Quando, però, i produttori non riescono più a bloccare i segnali di pericolo, parte un’altra strategia, articolata su due fronti: una che si sintetizza nello slogan dell’«uso controllato dell’amianto» (ovvero, non fa male se viene impiegato con delle precauzioni) e l’altra che incrementa la propaganda sugli usi positivi della fibra.
La propaganda per l’amianto
Nasce una produzione informativa cospicua: servizi sui mass media, campagne pubblicitarie con lo spot «Dove saremmo senza l’amianto?», film dai titoli «Perché l’amianto» (di cui si sono trovate copie in una dozzina di biblioteche e istituti universitari) e «Gli incendi sul posto di lavoro» (in cui si parla delle doti ignifughe), opuscoli per le scuole e uno dal titolo rassicurante «Amianto. La popolazione non ha rischi».
«Il problema amianto-salute va presentato in maniera adeguata nelle fabbriche» si raccomanda Robock, per non «creare il panico», e perché, come dice Stephan Schimidheiny (parole documentate in uno dei report in mano alla Procura) «l’opinione pubblica è avida di sensazioni»; l’informazione sui rischi viene considerata una «diffamazione che può mettere a repentaglio la nostra industria, quindi dobbiamo combatterla».
Il motivo è chiarissimo: non si può pensare di trovarsi di fronte a una richiesta di risarcimento, poiché non è possibile quantificare l’ammontare di una richiesta di danno, ma si prevede «una cifra stellare per ripulire l’area di Casale».
Lo svizzero è deciso a respingere tenacemente questo pericolo.
«Tenere fuori Schmidheiny»
Riferisce il pm Panelli: «Studiano protocolli per evitare il turbamento della collettività e il rischio i risarcimenti», ma più in generale «dall’84 la strategia di comunicazione sul caso Eternit ha l’obiettivo prioritario di tenere l’azionista, ovvero la holding svizzera e Stephan Schmidheiny, fuori dal caso», facendo in modo che la «questione sia mantenuta a livello locale, con toni bassi, evitando una diffusione di notizie a livello nazionale o internazionale». Ma perché tutto questo lavorio, tutta questa preoccupazione, tutta questa complessa macchina da guerra?
Il pm dà una risposta: «Il deliberato tentativo di occultare all’opinione pubblica il rischio è sostenuto da una logica squisitamente economica: continuare a godere dei profitti il più a lungo possibile».