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Sul banco degli imputati anche le multinazionali della morte?

Sull banco degli imputati anche le società svizzere e belga che hanno operato nel settore dell'amianto e sono state dirette da Stephan Schmidheiny e dal barone belga Louis Cartier de la Marchienne. È quanto chiede la Procura di Torino per i deceduti dopo il 25 agosto 2007, data in cui è entrata in vigore di nuova normativa per gli infortuni a malattia professionale che prevede – appunto – la possibilità di iscrivere nel registro degli indagati le società. «La norma prevede che quando gli amministratori di una società commettono reati, da cui le società stesse traggono vantaggio, queste ultime possono essere chiamate a rispondere nel processo penale e sanzionate in relazione ai danni che hanno provocato, sia con multe, sia con sequestri fino al divieto di svolgere attività o al ritiro delle licenze», spiega l'avvocato del Comitato Vertenza Amianto Sergio Bonetto (nella foto). In Italia è la prima volta che si sfrutta questa possibilità e si tratta di un aspetto tutt'altro che marginale: solo come multe sono previste somme fino a un milione e mezzo di euro per caso di morte, risorse che vanno allo Stato ma che potrebbero costituire un «incentivo» tutt'altro che trascurabile alla trattativa per trovare un accordo extragiudiziale. La richiesta di chiamata in causa delle società era stata avanzata dallo stesso Comitato Vertenza Amianto ma ovviamente l'iniziativa in tal senso è a discrezione della Procura. «Questo prelude a scenari nuovi estremamente importanti, una strada nuova che il Comitato Vertenza Amianto invoca da tempo», dice Bruno Pesce, coordinatore del Comitato. La chiamata in causa avrebbe una importanza soprattutto dal punto di vista civilistico ma sarebbe estremamente efficace in quanto colpirebbe la stessa ragion d'essere di questo tipo di società che mettendo il profitto al primo posto della propria mission finiscono, come nel caso dell'impiego dell'amianto, di ignorare i gravi danni che possono causare all'ambiente e alla salute. Il massimo risultato - oltre al risarcimento delle vittime – sarebbe quello di rendere antieconomico l'impiego dell'amianto attraverso le sanzioni evitando così nuovi lutti in futuro. La fibra killer viene ancora infatti impiegata nei Paesi in cui è consentito, soprattutto in alcuni stati di Africa, India e America Latina. «Una fase nuova estremamente importante – dice Pesce – che sottolinea che anche a Genova lo stesso tribunale del fallimento in sede civile aveva chiamato in causa le società svizzere collegate a quelle italiane fallite. «Un passo in avanti comunque verso l'accertamento della verità e la giustizia, anche se la strada è ancora lunga...». E non è l'unica novità positiva per l'inchiesta. Nei giorni scorsi infatti il Dipartimento di Giustizia e Polizia svizzero ha accolto la richiesta della Procura di Torino, che chiedeva di acquisire dalla SUVA, (l'Inail svizzero) la documentazione che riguarda 196 operai esposti all'amianto negli stabilimenti Eternit. Fra questi vi sarebbero infatti anche una settantina di italiani che in seguito sono tornati in Italia e che sono morti a causa delle patologie causate dall'amianto. La SUVA aveva in passato negato l'accesso alla documentazione alla Procura di Torino, arrivando a invocare persino il segreto di Stato. L'inchiesta di Guariniello tra l'altro era proprio partita da questi casi di lavoratori emigranti uccisi dalla fibra killer. Proprio il lavoro all'estero – tra l'altro – rappresenterebbe secondo molte testimonianze uno degli argomenti che proverebbero i legami fra le imprese italiane e quelle degli altri Paesi dove anche molti lavoratori casalesi erano richiesti – causa l'esperienza maturata – per l'avvio delle nuove produzioni. Le organizzazioni sindacali e le associazioni rinnovano poi l'invito a partecipare alla assemblea con la quale si farà il punto sulla vertenza e si raccoglieranno eventualmente nuove adesione al megaesposto contro le multinazionali, visto che la Procura di Torino ha messo a punto una lista di potenziali parti lese e che circa 700-800 persone sono rimaste finora probabilmente estranee al processo, e cioè alla richiesta di giustizia viene avanzata dalle migliaia di persone colpite dalla fibra e dai familiari dei tanti morti causati dall'amianto.

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Barbara Marini

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