Pierich: «Essere il capitano ti dà molte responsabilità e ti spinge a dare il massimo»
di Francesco Beccio
Simone Pierich, 31 anni, sette campionati giocati a Casale (quattro da capitano) con la maglia numero 10 della Junior Basket con la quale ha condiviso anche la grande gioia di raggiungere la prestigiosa ribalta della serie A.
Settimo anno a Casale, quarto da capitano. È un ruolo che ti stimola? Come lo vivi quotidianamente?
«È un ruolo che, indubbiamente, ti dà delle responsabilità e ti spinge a dare sempre il massimo, proponendoti come guida per i compagni in un determinato momento della partita. L’esempio lo devi dae, oltre che sul parquet, anche negli allenamenti e, soprattutto, fuori dal campo. Quest’anno siamo riusciti a dare una buona traccia ai giovani per aiutarli a fare bene».
Il presidente Cerutti dopo gara-4 contro Pistoia, ha ringraziato i supporters e il pubblico. Tu che rapporto hai con i tifosi a Casale?
«Un buonissimo rapporto, anche fuori dal campo. Essendo qui da molto tempo, avere un bel rapporto con i tifosi dà tranquillità e credo sia fondamentale per fare bene anche in campo. Qui ho anche molti amici, con i quali vado a cena e ci troviamo spesso. Fa piacere quando la gente ti riconosce per strada, ti saluta, ti chiama “Capitano” ed è contenta di fermarsi a scambiare due parole».
A livello di gioco, molte volte sei utilizzato da “4” tattico in marcatura su un lungo avversario. Quale giocatore ti ha messo più in difficoltà?
«Uno su tutti Hicks di Pistoia. È molto difficile da marcare perché ha talento, ha fisico ed è un giocatore di prima categoria. Anche Giddens, di Brescia, è davvero molto tosto...».
La Junior, quest’anno, aveva nel roster alcuni giocatori che arrivavano da stagioni non esaltanti o alla prima esperienza nel nostro campionato. Quale di loro ti ha sorpreso di più?
«Indubbiamente Ware: ha fatto un campionato eccezionale, impresa non facile per un rookie al primo anno in Italia. Ha sempre vissuto a Los Angeles e il salto dagli States a Casale non è certo facile... Anche Butkevicius ha disputato una stagione straordinaria. Ha fatto un po’ fatica all’inizio perché doveva ambientarsi alla LegaDue e siamo stati bravi noi compagni ad aiutarlo».
Il tuo infortunio, quello di Green e quello a Butkevicius quanto hanno inciso sia in negativo, togliendo una rotazione, sia in positivo, compattando il gruppo?
«Questi episodi hanno aiutato il gruppo a formarsi, abbiamo capito che cosa ci serviva per andare avanti, nonostante le difficoltà. La squadra aveva molti giovani e una panchina un po’ corta. Questo vuol dire che si hanno maggiori responsabilità in campo. Se si sbaglia, magari, non si esce subito e questo ti dà più serenità».
Hai un aneddoto curioso da raccontare su questa stagione?
«Nello spogliatoio scherziamo tutti, ci prendiamo in giro e in particolare i giovani sono spesso... al centro dell’attenzione Poi ci sono i riti scaramantici: io, ad esempio, prima di ogni partita do di stomaco e tutti mi chiedono se sto bene. Martinoni, invece, è “rinato” qui a Casale. L’anno scorso era sempre un po’ triste, invece in questa stagione non la smetteva più di parlare. Sono cose che fanno piacere, anche perché ha fatto una stagione strepitosa».
Com’è Simone Pierich fuori dal parquet?
«Sono un ragazzo semplice, legato alla famiglia, che accompagna i bambini a scuola: cospe forse non proprio “normali” per un giocatore, ma sono contento. Caratterialmente sono una persona tranquilla e penso di piacere alle persone, anche perché credo di essere umile».
Quest’anno hai toccato 250 presenze e hai superato 2000 punti in canotta Junior: il tuo prossimo traguardo?
«Sicuramente dare continuità. Sono record difficilmente ripetibili in altri club anche perché, ormai le “bandiere” non esistono più. L’importante è continuare a fare campionati positivi, al di là dei record, con la Junior».
L’intervista è stata realizzata prima della conferenza stampa in cui il presidente Cerutti ha annunciato la rinuncia al prossimo campionato di LegaDue. Pierich ha ancora un anno di contratto, ma è destinato a lasciare Casale per andare a giocare in una piazza che sia all’altezza del suo talento