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Miller, il prezzo di vivere. Uno splendido Orsini al Municipale

Non ha deluso le aspettative l’allestimento de “Il Prezzo” della Compagnia Orsini, in scena mercoledì e - ieri - giovedì al Teatro Municipale di Casale Monferrato. Il dramma di Arthur Miller è stato interpretato da Umberto Orsini (nel ruolo di Solomon), Massimo Popolizio (Victor), Alvia Reale (Esther), Elia Schilton (Walter). Scene di Maurizio Balò, costumi di Gianluca Sbicca, luci di Pasquale Mari. Regia di Massimo Popolizio. Un testo di forte impatto proposto in un allestimento misurato, senza “effetti speciali” che avrebbero “sporcato” il nitore di una vicenda di quotidiana mediocrità, e affidato invece alla essenzialità della scena e alla capacità degli attori di restituire il conturbante microcosmo delle incomprensioni, delle ostilità, degli egoismi familiari. Un interno senza vita La scena è un interno spoglio: una scala, un piccolo lavandino, qualche sedia, un cumulo di mobili accatastati e coperti da teli, qualche oggetto sparso qua e là. Interno senza vita, abitazione che fu, alloggio che non sembra essere stata una casa, se non fosse per la poltrona che conserva appena un minimo di evocatività. Ma - come si accennava - in scena non ci sono solo le dure conseguenze di una crisi economica, che ha colpito in modo irreversibile («non tutti “rimbalzano”») il padre scomparso anni prima, ma - piuttosto - un pretesto per mettere a nudo le sempre complicate dinamiche familiari, fra egoismi, arrivismi, e slanci di altruismo; che, però, Miller finisce per mettere in discussione presentandolo più come un bisogno di considerazione, affetto, accettazione. Due fratelli, due destini E poi la sottaciuta rivalità fra fratelli che scelgono strade diverse, frutto di un differente grado di lucidità e di cinismo nei confronti della vita e delle persone. E così uno dei due sceglie di mettere distanza da un ambiente familiare malato, senza amore fra i genitori, dove un padre che è stato travolto dalla crisi si accascia senza reagire nonostante ne abbia i mezzi. L’altro vota invece la sua vita all’assistenza (se così si può dire) del padre covando risentimento nei confronti del fratello assente e - nonostante tutto - prediletto dal padre. “Costretti a vivere come topi” Uno si costruisce una vita autonoma e soddisfacente dal punto di vista professionale, abbracciando la professione ben remunerata del chirurgo, l’altro rinuncia a costruirsi un futuro e si rintana un impiego misero di poliziotto, trascinando nella rinuncia anche la moglie e i figli “costretti a vivere come topi” gli dirà amaramente proprio la sua donna. Sedici anni di silenzio fra due fratelli profondamente diversi, che non hanno portato nel loro intimo né silenzio, né accettazione, né tantomeno comprensione. Il risultato è che il “prezzo” - alla fine - non è tanto quello relativo al contenuto della casa, che resta accastato sotto ai teli, ma - invece - quello della vita e delle scelte che si compiono. Pietra di paragone E Solomon - uno splendido Umberto Orsini che riesce a spiccare per una spontaneità e una appropriatezza di gesti e toni che lasciano a bocca aperta in un cast dove tutti sono bravi - appare in fondo poco più che uno strumento, un innesco, pietra di paragone o miccia che favorisce questo spietato confronto, chiarimento, familiare che alla fine non porta a nulla. Tutto resta com’era. Forse solo da parte della moglie ubriacona, depressa e attaccata ai soldi c’è un guadagno di consapevolezza e di umanità che si traduce in un moto di solidarietà verso il marito. Insomma, alla fine il dramma è irrisolto, senza vinti e vincitori, e senza una vera e propria “morale” che non sia quella di un relativismo etico che lascia forse più disorientati di qualunque finale drammatico. Ed probabilmente anche e proprio in questo la forza del testo di Miller.

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Laura Mellina

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