La Junior Basket in cattedra al Leardi: «Non aspettate il suono della campanella»
di Alberto Marello
«Prendete una calcolatrice e fate questo conto: 13 per 200 per 6…» Coach Marco Crespi apre così il faccia a faccia con gli studenti dell’Istituto Leardi che si è svolto ieri, giovedì, a cui hanno partecipato anche i giocatori Garrett Temple, Oliver Stevic e Giancarlo Ferrero.
I numeri, ovviamente, non sono casuali: 13 sono gli anni del percorso scolastico medio che portano ad ottenere un diploma superiore, 200 i giorni di scuola effettivi all’anno e 6 le ore passate al giorno all’interno dell’Istituto. «Quanto fa?» chiede Crespi agli studenti. «15.600» gli dicono.
Crespi incalza: «È un numero enorme. Parlo da ex studente e da padre, la scuola spesso non fa vivere in pieno le passioni che ognuno di noi ha dentro. Inseguite le vostre passioni, spendere tutto questo tempo solo ad attendere il suono della campanella è uno spreco enorme».
Indica i suoi tre giocatori: «Loro ci sono riusciti, arrivano da tre estrazioni culturali, geografiche e scolastiche differenti ma sono stati in grado di completare gli studi e nutrire i loro sogni».
Racconta due aneddoti da “bad boy”: «Un giorno a scuola, durante l’ora d’italiano, mi assegnarono un tema: “Fanatismi della nostra epoca”. Scrissi un tema di cui mi sentivo davvero orgoglioso ma la professoressa non la pensava come me».
Per il coach solo un sei e mezzo: «Quando mi consegnò il tema corretto lo appallottolai e lo gettai sulla cattedra dicendole che poteva tenersi il tema e il sei e mezzo». Un’altra volta, racconta Crespi, «eravamo in gita con la scuola alla Certosa di Pavia e le cosa andavano per le lunghe. Io avevo la mia squadra di ragazzi da allenare e decisi di disertare e tornarmene indietro per andare in palestra. Venni chiamato dal preside e sospeso da tutte le gite per gli ultimi due anni». Un esempio da seguire? «Non dico che queste cose siano da fare. Oggi però parlo da allenatore di pallacanestro e forse non ho sbagliato. Ho seguito la mia passione.
Dimostrate chi siete, combattete con voi stessi e fate capire all’insegnante che anche lui può sbagliare. Le 15.600 ore sono tutte da vivere, non sprecatele attendendo che trascorrano».
Ferrero gioca in casa
L’uomo di casa è Giancarlo Ferrero, un geometra del Leardi: «In questa scuola ho vissuto, mi sono trovato bene e ho molti amici. Per quanto mi riguarda, troppe volte ho aspettato il suono della campanella: volevo andare via, tornare a casa.
A volte non ero attento, come durante le lezioni di inglese: oggi mi servirebbe una base di inglese più solida per poter comunicare al meglio con i miei compagni. Il consiglio è questo: non buttate via il vostro tempo. Il mio percorso cestistico è andato avanti di pari passo con quello scolastico tenendo a mente una frase di mia madre: “Finisci la scuola e finiscila in una scuola pubblica”».
Stevic voleva fare il giornalista
Più complicato il percorso di maturazione del pivot rossoblu Oliver Stevic: «Sono nato in Slovenia poi mi sono trasferito in Serbia. Sarei voluto diventare un giornalista ma le cose sono andate diversamente... Ho cominciato a praticare sport, ho giocato a calcio ma d’inverno stare all’aria aperta non è il massimo della vita. Inizialmente ero molto concentrato sulla scuola poi poco per volta è nata la passione per il basket. Mi sono trasferito in luoghi più appropriati per praticare questo sport e lentamente ho tralasciato gli studi».
Al secondo anno di superiori, Stevic dedicava più tempo al basket che alla scuola: «Non potevo frequentare regolarmente ma, grazie anche al supporto dei miei genitori, mi è stata data la possibilità (da privatista ndr) di completare gli studi e di seguire il mio sogno». Il monito conclusivo non è da ragazzo ma da uomo maturo: «Il basket è solo la prima parte della mia vita, quando smetterò dovrò confrontarmi con il secondo tempo e allora gli studi che ho completato mi torneranno utili. Ho fatto le mie scelte, ho preso le mie decisioni e ho dovuto rinunciare a qualcosa: oggi, però, sono fiero di questo».
Temple l’italiano
Che Garrett Temple abbia un buon feeling con la cultura e il mondo scolastico lo si capisce fin da subito, dal momento in cui saluta studenti e professori in un perfetto italiano. Statunitense, da tre mesi in Italia, racconta e spiega (in inglese perché l’italiano va ancora potenziato) pregi e difetti del sistema scolastico statunitense.
«La scuola negli Stati Uniti è molto diversa. Abbiamo la fortuna di poter praticare la maggior parte degli sport all’interno delle strutture scolastiche che sono generalmente fornite di impianti adeguati. Mi sono sempre allenato senza aver mai dovuto lasciare fisicamente la scuola e i professori erano molto flessibili nel concederci tempo per questo. Anche se, ovviamente, al college non puoi solo giocare, devi far combaciare la scuola con lo sport».
Garrett è laureato in economia e commercio: «“Devi essere deciso su cosa fare dopo il basket, perché il basket non durerà tutta la vita”, questo mi sono detto quando è stato il momento di fare delle scelte. Non volevo però abbandonare il mondo dello sport così ho cominciato un master in sport e management ma non sono stato in grado di ultimarlo perché è arrivata la chiamata dall’Nba. Ma su una cosa sono certo: quando tornerò lo porterò a termine».
Infatuato sempre più per il nostro paese, ne apprezza anche la scuola: «Mi piace l’idea che ci siano scuole superiori specializzate, negli Usa non è così».