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Rubino di Cantavenna e Gabiano

L'importanza delle piccole Doc monferrine

Blind Masterclass condotta da Gianni Fabrizio

Sono tra le più piccole doc italiane, vengono prodotte da appena cinque aziende vitivinicole in una piccola porzione di territorio tra Gabiano, Moncestino e Castel San Pietro e, insieme, non superano le 25mila bottiglie l’anno.

Parliamo delle doc Rubino di Cantavenna e Gabiano, rispettivamente riconosciute nel 1970 e nel 1983 grazie all’impegno dell’allora senatore Paolo Desana, sulle quali, domenica 12 giugno al Castello di Gabiano, per iniziativa del Consorzio di tutela Colline del Monferrato Casalese, sono stati accesi i riflettori con una speciale Blind Masterclass condotta dal giornalista e divulgatore scientifico Gianni Fabrizio, firma enoica di fama internazionale, nonché curatore della Guida I Vini d’Italia de Il Gambero Rosso.

Perché tanta attenzione su due vini che, per circa il 80/90%, hanno una base ampelografica composta da uve Barbera? La risposta è tutta racchiusa in un concetto unico ed essenziale: il terroir, inteso nella più puntuale accezione francese che riassume terreno, vitigno, clima e lavoro dell’uomo (cultura). Che un vino cambi da areale ad areale è oramai risaputo, tanto da riscontrarsi differenze anche all’interno della stessa porzione di vigneto. In particolar modo, nella zona di Gabiano e Moncestino con Castel San Pietro, la caratterizzazione risulta ancora più accentuata. A conferire una peculiare specificità è, soprattutto, il legame tra due elementi del concetto terroir.

Fondamentali, dunque, le specifiche caratteristiche geologiche e climatiche e, ancor più, la loro singolare combinazione.  Negli ultimi anni, infatti, la ricerca sugli aspetti geologico-ambientali e climatici ha portato a constatare quanto questi fattori contribuiscano in modo determinate sulle caratteristiche dei singoli vitigni e, conseguentemente, degli uvaggi e delle produzioni enologiche. Infatti, da un canto, i vigneti sorgono su terreni particolarmente limosi e costituiti, prevalentemente, da Pietra da Cantone (Età Geologica Miocene Burdigaliano Langhiano), oltre che da Areniti di Tonengo e Marne di Mincengo; dall’altro, la specifica combinazione climatico-termica, che interessa l’aprico filone collinare (buone le esposizioni vitate), ottenuta dall’incontro di correnti provenienti dal settore collinare e dalla piana attraversata dal Po, hanno portato alla constatazione che il valore aggiunto dei singoli vitigni e delle singole denominazioni è dato, in primis, proprio dalla specifica combinazione di suolo/terreno, clima, vitigno e cultura.

“Pur essendo due piccolissime doc e prive di massa critica, ho scoperto caratteristiche interessanti degne di approfondimento, in particolar modo, sul Rubino di Cantavenna, in cui il Grignolino e la Freisa conferiscono complessità e identità – ha affermato Fabrizio. – Interessanti anche le due Riserve di Gabiano degustate (2016 e 1964) in cui si percepisce maggiormente la Barbera ed emerge un sentore più salato”.

Tra i presenti, anche gli enologi Mario Ronco e Andrea Del Ponte. In particolare, Ronco ha ricordato come molte superfici storicamente vitate, e poi abbandonate con l’avvento della meccanizzazione (anni ’80 circa), siano oggi state recuperate dall’Azienda Agricola Cattaneo Adorno Giustiniani proprio in virtù delle particolari caratteristiche geoclimatiche e del sottosuolo.

Della stessa idea è stato Del Ponte, il quale, ha altresì sottolineando come, malgrado l’innalzamento delle temperature, nell’areale di Gabiano/Cantavenna le uve maturino una decina di giorni dopo rispetto alle altre zone vitate monferrine, risultando maggiormente sane e come la bassa resa, poi, conferisca maggiore qualità, così, come la vinificazione con 10 giorni di macerazione sotto le vinacce per estrarre corpo e profumo.

E mentre il Gabiano doc esprime al meglio le sue caratteristiche con l’invecchiamento (Riserva), il Rubino di Cantavenna doc, secondo Del Ponte, andrebbe bevuto entro i 4-5 anni di invecchiamento.


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Giuseppe Sannazzaro Natta

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