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Meluzzi ospite de " Il Timone"- «Bisogna passare a un welfare comunitario» il sindaco Demezzi condivide: «É un nostro obiettivo»

Erudito, mai banale, immerge la platea in un mare magnum di latinismi, incoraggiando riflessioni sociali innovative e al contempo realiste, conquistando i tanti spettatori col savoir-faire del perfetto divulgatore televisivo: il professor Angelo Meluzzi è stato il timoniere d'eccezione per il viaggio alla scoperta delle realtà italiane del welfare, al Tartara. Il noto psicoterapeuta, che ci ha abituati a conoscerlo con le sue apparizioni ogni due per tre nei programmi televisivi, ha accettato l'invito dell'associazione culturale "Il Timone" e del presidente Primo Borgia per parlare di " Welfare delle libertà", affiancato dall'assessore Marco Caponigro, da Brunella Zaro, direttrice di comunità, e l'assessore Nicola Sirchia in veste di moderatore. Da Meluzzi tutto puoi aspettarti tranne concetti scontati propri di un intrattenitore qualunque, anzi, propone considerazioni coraggiose ma mai campate in aria. Il tema del meeting è il welfare, soprattutto in Italia, basato su salute, previdenza, educazione. Meluzzi pone al centro l'ambito sanitario italiano, elogiandone il sistema, a suo parere tra i più avanzati. Per capire meglio l'attuale macchina assistenziale, il neuropsichiatra parte dalle vecchie USL, sostenendo che «lì si è creato un meccanismo anche corrotto, se vogliamo, ma compensativo». Ogni partito, nelle USL, piazzava personale, dai primari ai portaborse. «Questo sistema- afferma- oggi è diventato accettabile perché, in fondo, non scontenta nessuno ed è realistico. Tutti devono mangiare. Di questo meccanismo non butterei via quasi niente». Il welfare, però, così com'è non può reggere a causa dello squilibrio crescente tra risorse e bisogni, coi costi che aumentano del 7% l'anno. Meluzzi porta l'esempio di paesi nel sud Italia dove la popolazione vive grazie a pensioni di invalidità, o di Asl con un gran numero di dipendenti dove l'assistenza degli assistenti è più importante dell'assistenza agli assistiti. «Il sistema è grande ma gonfio- precisa- però è giusto che tutti abbiano un lavoro». Le conseguenze della crescita dei costi porterà alla formazione di una zona grigia in cui mancherà l'assistenza. A qualche malato, ad esempio, verranno giustamente forniti tutti i servizi di cui necessita e a un'altra persona con la stessa patologia no, per mancanza di risorse. « Situazione che già si verifica» spiega. Ma come fare per scongiurare il rischio di fallimento del welfare? «É necessario un passaggio da welfare state a welfare community- suggerisce- basato sulla sussidiarietà». Meluzzi incita le comunità locali a responsabilizzarsi per intraprendere un percorso autogestito, sostituendo il centralismo dell'assistenza col comunitarismo, avvicinando scelta e decisionalità della spesa alle realtà interessate. Le apprezzate e applauditissime soluzioni enunciate dal professore sono state condivise dal sindaco di casale Giorgio Demezzi: «Quando la gente mi confida i problemi di tipo sociale e lavorativo provo un senso di impotenza. Per aiutare i cittadini l'obiettivo che mi sono posto è la creazione di un welfare comunitario». Dobbiamo, insomma, darci una mano tra di noi, o meglio tornare a farlo, così come caldeggia l'assessore Caponigro: «Il lavoro di comunità è il processo migliore per aiutare le persone a migliorare il proprio stato». Secondo l'assessore, in mancanza di risorse assistenziali, i cittadini devono attivare meccanismi di aiuto reciproco. «Il mio impegno- sottolinea Caponigro- è teso a stimolar la riscoperta dei buoni valori che creino il tessuto di un nuovo sistema». La direttrice di comunità Brunella Zaro ha portato la sua esperienza personale di una rete welfare poco funzionante e funzionale, intrappolata dalla burocrazia. Laddove lo Stato non arriva deve arrivare la comunità, attivando nuove forme di volontariato che oramai- ci scherza amaramente Meluzzi- « è diventato necessariato».

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Barbara Marini

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