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A Teatro
Maurizio Lastrico apre la stagione al Municipale: «Racconto un'Italia che fatica a sognare»
Mercoledì 4 novembre e giovedì 5 novembre
La nuova stagione del Teatro Municipale, in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo, comincia mercoledì 4 novembre (con replica il giorno dopo giovedì 5 novembre) alle 21, con Maurizio Lastrico, comico ligure divenuto celebre per gli endecasillabi danteschi con cui ha esordito a Zelig.
L’attore torna sul palco con il suo nuovo spettacolo “Sul Lastrico” (produzione ITC2000), per raccontare gioie e difficoltà dell’esistenza contemporanea con aneddoti, improvvisazioni e dialoghi con il pubblico, in un mix di stand-up comedy, racconti personali e giochi di parole. E al termine dell’intervista, che inaugura gli spazi di “Si apre il sipario” per questa stagione, arriva un bell’invito rivolto agli spettatori... indecisi. Biglietti su vivaticket.com.
Maurizio, che significato ha il titolo del suo spettacolo “Sul lastrico”?
Ha un duplice significato. In qualche modo, parla di me, della ricerca e anche della “nudità” dell’essere sul palco. Racconta da dove ho iniziato, ma anche la paura di tornarci, in qualche modo. Alla fine, è anche una specie di desiderio di purezza, non dico proprio alla San Francesco.
Poi è la battuta più scontata che mi faceva la gente: «Puoi usarla nello spettacolo! Sono sul lastrico!». Una battuta che, alla fine, ho deciso di accettare e con cui ho fatto pace.
Quale Italia racconta sul palcoscenico?
Mi sono sempre focalizzato, piuttosto che sull’attualità, sul raccontare l’essere umano con uno sguardo più teatrale, cercando di essere meno legato alle mode e di concentrarmi su qualcosa di universale.
Nello specifico, racconto un’Italia in cui sognare è sempre più difficile, in cui sentirsi dire «Dai, ce la fai, puoi essere quello che vuoi» diventa sempre più complicato. È anche un’Italia in cui il senso di collettività si sta progressivamente disgregando.
Fortunatamente, il teatro, proprio perché è un’esperienza non digitale, può rappresentare oggi un’occasione preziosa per confrontarsi umanamente. Non parlo soltanto di uno scambio di idee, ma di un incontro vero, anche epidermico.
Quanto Maurizio c’è nel suo show?
Spero sempre di più, tantissimo. Sto cercando, in qualche modo, di togliere gli strati di cipolla che ognuno di noi si porta addosso, e di cogliere l’occasione di uno spettacolo comico per creare anche un momento introspettivo. Spero che ci sia tanto di noi e del momento storico che stiamo vivendo. Dentro lo spettacolo c’è la mia poesia, il mio lato cinematografico, il paese da cui sono partito, la mia ricerca e le cose che mi fanno ridere. E poi c’è, fino in fondo, il mio amore per il teatro.
Televisione, pellicola o palcoscenico: cosa preferisce?
La figata è riuscire a fare tutte le esperienze insieme, cercando di farlo con incisività, portando un mix e spiazzando il pubblico. Non rinuncerei al teatro, perché lì c’è il sunto di tutto, il mio percorso. La vicinanza così forte tra l’idea creativa e la realizzazione. Però ultimamente fortunatamente mi stanno capitando dei progetti che mi ispirano tanto quanto la possibilità di incontrare altri artisti e colleghi.
Il suo apprezzato Dante ha raccontato pregi e difetti dell’Italia del 1300, cosa è cambiato sette secoli dopo?
Non saprei dire, dal punto di vista storico, cosa sia cambiato nell’Italia di oggi rispetto a quella di Dante. Sicuramente, alcune divisioni e differenze tra ricchi e poveri si sono acuite. L’Italia, però, continua a essere una terra di grandi menti creative e di grandi lavoratori. Fortunatamente, c’è anche un pubblico competente, che ama l’arte e la comicità e che, nonostante tutto, continua a sentire il bisogno di entrambe.
Nei suoi spettacoli dal vivo la risposta della platea è fondamentale. Quanto spazio lascia all’improvvisazione e all’interazione diretta con gli spettatori?
L’improvvisazione è un ingrediente importante. Mi piace paragonarla a un buon piatto: è come un tocco di cannella. Se ne metti troppa, o se prepari un piatto usando solo quella, il risultato non funziona. L’ideale è un piatto curato e preciso, in cui a un certo punto qualcuno si chiede: «Ma cos’è questa nota?». Ecco, è la cannella! Allo stesso modo, benedetta improvvisazione: è importante che succeda qualcosa di imprevisto. Lascio anche la mezza sala aperta proprio per mantenere un contatto visivo con il pubblico, non per metterlo in difficoltà, ma perché credo che lo spettacolo sia qualcosa in cui si respira insieme. È tutto preparato fino all’ultima sillaba, ogni cosa è precisa, ma perché si crei la magia è necessario che accada qualcosa tra noi. Per questo si dice “fare con il pubblico” e non “fare per il pubblico”. È una cosa che mi hanno insegnato allo Stabile di Genova e ci credo molto.
“Sul lastrico” apre la Stagione del Teatro Municipale di Casale Monferrato. Una terzina per convincere qualche spettatore indeciso?
Oh tu che ancor non sai se vuoi venire/rinunzia a casalinga reclusione/ e giungi a lo teatro per sentire/ i lazzi de lo Lastrico minchione/ poiché dal vivo è sempre meglio/ di tablet, cellular e televisione/.
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