La faccia “gnecca” di Marcantonio (per colpa di Cleopatra), indagine (di Olimpio Musso e C.) sul termine dialettale gnec
Leggo in Primo Levi, scrittore piemontese DOC, la seguente frase: “ [Faussone] aveva smesso di bere, e mi guardava, lui che di solito ha una faccia gnecca, fissa, meno espressiva del fondo d’una padella, con un’aria fra maliziosa e maligna” ( La chiave a stella, p.985 ). Conoscevo gnec nel senso di pignolo, ma da un’indagine presso i miei pazienti consulenti linguistici risulta che il termine è usato anche in altri sensi.
Ad esempio è attributo del pane non ben lievitato, come mi segnala Alessandro Allemano di Penango: “si usa riferito specialmente al pane lievitato male, il quale, oltre ad essere “gnèc”, è ovviamente anche “scursègn”; da noi si riferisce, oltre che al pane mal lievitato, anche al pane molto igroscopico, che diventa gnèc quando l’atmosfera è molto umida”
E cita un passo di un romanzo dello scrittore casalese G. Pansa: «A volte mi capita di essere come un pane gnecco, malcotto» (Ti condurrò fuori dalla notte, 1998).
Teresio Malpassuto di Murisengo mi scrive che gnec ha anche altri significati oltre a quello di compatto: “Si dice di impasto che alla cottura non sia lievitato sufficientemente ; si riferisce a persona pesante, noiosa o tarda nel recepire. Ancora come individuo di bassa statura, brevilineo (non è lievitato, il che equivale anche per i dolci). Si dice anche di caduta per terra, tonfo.”
Luciano Ravizza mi informa che a Castell’Alfero la parola, oltre a riferirsi al pane e alla caduta, si usa per un pezzo di terra compatto: “a tzij gnèch cmè an vataròn (sei pesante come una zolla di terra)”.
A Cantavenna pure viene usato, come mi scrive il prof. Luigi Calvo : “Certo che qui si usa il termine, specialmente riferito al pane: per “pan gnec” (al contrario del pan sor = soffice) si intende pane duro, ma non per essere raffermo (pan sec), ma piuttosto per essere poco lievitato e fatto di farina di qualità inferiore”.
Mi ragguaglia infine Aldo Timossi: “A Morano gnec l’ho sempre sentito riferito al pane o ai grissini, allorchè per l’umidità perdono croccantezza e diventano gommosi.
Raramente si usa per indicare persona un poco mollacciuta”. Il termine è quindi diffusissimo in tutto il Monferrato.
Mia suocera Lucia Campana di Terranova ebbe a definire il suo unico genero gnec (nel senso precisato dalla nostra disegnatrice Laura Rossi: “palloso, pedante, pistino”).
I cognomi Gnecco e Gnecchi sono evidentemente soprannomi poco lusinghieri (ma c’è di peggio).
Anche questa volta mi chiesi quale fosse l’etimologia.
Carlo Aletto mi ha cortesemente informato che il Levi ( Diz. etim. dialetto piemontese,1927,p.145) definisce gnech, plurale [improbabile] di gnach usato per il singolare, un’onomatopea “che riproduce il rumore di cosa che cada e si schiacci”: gnich-gnach, gnich-gnech.
Ricorrere all’onomatopea, tranne in casi evidenti come miao miao, bao bao, tic tac, è invero spesso indizio di imbarazzo.
Cercai perciò un’altra strada prima di arrendermi e dichiarare la mia ignoranza. Ora, mi sono imbattuto dopo vari tentativi di ricerca della paternità, nel termine del latino popolare nequus (da nequam=malus), che foneticamente e semanticamente fa al caso nostro.
Esso ha dato termini in alcuni dialetti romanzi (M-L n.5895 p.480) quali ñièk, che nel romancio (lingua neolatina parlata in Svizzera) del cantone svizzero di Obwald significa “Tölpel” ( balordo ).
Oltre a riferirsi al pane, gnec si adatta bene alla faccia di Faussone,cui accenna Primo Levi nel brano citato all’inizio.
Nell’ Antonio e Cleopatra di Shakespeare (I i 2-6), viene descritto il viso per così dire “gnecco” di Marcantonio, così ridotto a causa dell’amore per Cleopatra: Filone - “Quei suoi occhi fieri che sopra le file e le schiere guerresche scintillavano come Marte coperto dell’armatura, ora si abbassano (now bend) e volgono (now turn) la funzione e la devozione del loro sguardo sopra una fronte abbronzata (quella dell’affascinante Cleopatra)”.
Olimpio Musso