Articolo »

Processo Eternit, la Procura: «Gli imputati sapevano tutto, per loro massimo della pena»

«Stephan Schmidheiny ha un unico vero merito, quello di avere capito ben prima del pm le proprie responsabilità». È con questa affermazione carica di significati impliciti che il magistrato Raffaele Guariniello ha concluso le repliche dell’accusa che hanno impegnato gran parte dell’udienza n.64 del processo Eternit ieri, lunedì, a Torino. L’imputato - insomma - secondo l’accusa sapeva bene cosa stava facendo e proprio da questa consapevolezza e dalla pervicacia dimostrata in tanti anni nel nascondere i rischi e le conoscenze con una metodica mistificazione - giocata sul piano tecnico-scientifico ma anche attraverso una metodica azione di intelligence e «spionaggio» - è nata la richiesta di Guariniello: «Non ho mai applicato come giudice e mai chiesto la condanna a 20 anni. Questa volta mi vedo costretto non solo per l’enorme gravità del danno e la capacità a delinquere degi imputati» ma per il fatto che per tanti anni hanno «agito e perseverato nell’agire» con la consapevolezza che avrebbero provocato la tragedia che via via vedevano svolgersi sotto i loro occhi. Nessuno spazio , insomma, per nessuno dubbio. E mai nessun ravvedimento. Il boomerang Neuss La dimostrazione della consapevolezza e del dolo è chiara dalla lettura dei fatti ripercorsa dalla pm Sara Panelli che con Guarinello e Gianfranco Colace ha gestito l’enorme inchiesta nei confronti degli imputati: lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier, accusati dalla Procura di Torino di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antifortunistiche. Il congresso mondiale dei dirigenti delle società svoltosi a Neuss (Svizzera) del 1976 che la difesa ha additato come la dimostrazione del fatto che Schmidheiny agiva nella giusta direzione della tutela impartendo gli ordini necessari, disattesi dai dirigenti locali, per la pm dimostra una cosa sola: che Schmidheiny sapeva tutto perfettamente. Sapeva del mesotelioma, del cancro al polmone. Ma nascose la realtà del rischio perché la comunicazione verso l’esterno venne filtrata pochi mesi dopo in una sorta direttiva aziendale - un manuale di istruzione per i dirigenti - in modo da non mettere a rischio il business. Lì si parla solo di tumore al polmone attribuendone il rischio a un trattamento inadeguato del materiale e la causa vera al fumo di sigaretta. Non una parola sul mesotelioma. Scelta dolosa - ha detto la Panelli - «di minimizzare, distorcere e tacere quelle informazioni ai lavoratori e alla popolazione. Occultamento delle informazioni sulla cancerogenicità dell’amianto, motivata da ragioni economiche». Una truffa mortale Perché - ha chiesto il magistrato con una lunga, drammatica serie di interrogativi retorici - «se i lavoratori, i residenti, i sindacalisti avessero conosciuto la reale pericolosità avrebbero accettato di lavorare, usando aria compressa per pulire la tuta di lavoro... dato le tute da lavare alle mogli... allattato i neonati con il camice sporco d’amianto... pulito per terra con scope di saggina... lastricato con il polverino strade, campi da bocce, oratori... ornato le aiuole dei giardini e messo in casa propria i feltri come tappeti?». Una “truffa” per cui mancano le parole e che a migliaia di persone innocenti è costata la vita. E anche a Bontempelli (il tecnico che doveva coordinare le misurazioni delle polveri) veniva dato non l’input di ricercare e risolvere i problemi individuando le situazioni critiche ma di dimostrare surrettiziamente che tutto andava bene - ha sottolineato Gianfranco Colace - evidenziando che se lo scopo fosse stato quello di tutelare i lavoratori si sarebbero cercate proprio le fonti di maggiore dispersione e di rischio che invece venivano metodicamente ignorate. Quanto al ruolo dei due imputati se De Cartier decide addirittura del destino di Eternit quando sceglie di passare la mano agli svizzeri come poteva essere un personaggio di secondo piano? E lo svizzero? «È lo stesso consulente della difesa dottor Bitti che ci dice che nessun investimento avrebbe potuto essere realizzato senza garanzie del socio svizzero», ha affermato Colace. «Gli atti del processo - ha aggiunto la Panelli - hanno provato che Stephan Schmidheiny decide non solo strategie ma si ingerisce nella gestione concreta fattuale, spicciola... «È amministratore di fatto (e quindi responsabile, ndr) quando mette i suoi uomini di massima fiducia perché diano “ordini” (parola usata da Mittelholzer); quando li controlla con contatti diretti e operativi; è amministratore di fatto quando struttura il sistema di comunicazione, quando manda i suoi tecnici a fare i controlli, come Robock, il cui asservimento alla logiche economiche non è una illazione, è documentale! «È amministratore di fatto, scrive a Giannitrapani per conoscere le attività sindacali e i temi affrontati nei consigli di fabbrica allo scopo di difendere l’amianto; quando viene in Italia in visita negli stabilimenti quando ci occupa direttamente della produzione. «Si occupa delle lavorazioni con materiali alternativi ma poi decide di non darvi corso, spia ogni singola azione di associazioni, magistrati, sindacati per tenere il livello 4 (se stesso e le società svizzere, ndr) fuori dal caso. «Cosa teme se non ha assunto responsabilità giuridiche in Italia?», chiede la pubblica accusa. «Schmidheiny svolge una attività penetrante e capillare, gestisce e amministra le società italiane a tutto tondo. «E il fatto che si occupa del coordinamento planetario rafforza la sua responsabilità, non può dire di avere agito su ordine di qualcun altro perché è lui il vertice... Era assolutamente evidente chi fosse il “padrone”...». Il processo del 1993 Vano anche invocare - dice Colace - la sentenza del 1993 del Tribunale di Casale per dimostrare che non esisteva un livello superiore, perché quella era un’altra inchiesta, basata su altri documenti, in quanto quelli che fanno parte del presente processo non erano disponibili. Del resto la stessa difesa ha aggiunto il magistrato - si contraddice - «affermando da un lato che non c’erano soldi, dall’altro che i dirigenti locali ce li avevano ma non facevano gli investimenti per la sicurezza raccomandati da Schmidheiny a Neuss...».

Profili monferrini

Questa settimana su "Il Monferrato"

Stefania Lingua

Stefania Lingua
Cerca nell’archivio dei profili dal 1871!