Difesa Schmidheiny: «Troppi anni, la pena non serve più...»
di Massimiliano Francia
Il processo nei confronti di Stephan Schmidheiny - accusati dalla Procura di Torino di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antifortunistiche - non solo è ingiusto ma secondo i suoi difensori è nientemento che «anticostituzionale» perché è passato troppo tempo da quando si sono verificati i fatti.
«Quando sono trascorsi tanti anni siamo in presenza di una persona diversa», ha detto l’avvocato Astolfo Di Amato concludendo la prima parte della propria arringa, dedicata appunto alle eccezioni di costituzionalità.
Tali da invalidare il procedimento, secondo il difensore dello svizzero e lo stesso capo di imputazione formulato dalla Procura della Repubblica di Torino che ha svolto la complessa indagine sulla strage Eternit che ha portato a quello che è probabilmente più grande processo per morti sul lavoro e per inquinamento ambientale. Un’accusa viziata secondo i legali di «indeterminatezza».
Tutte questioni su cui occorrerebbe perlomeno chiedere - dicono gli avvocati di Schmidheiny - il parere sulla interpretazione autentica in materia, alla Corte Europea di Giustizia.
La pena incostituzionale
La pena detentiva - ha sostenuto Di Amato - sarebbe dunque contraria al principio di rieducazione sancito dall’articolo 27 della Costituzione.
Stephan Schmidheiny dunque non è più lo stesso che negli anni Settanta guidò - come sostiene l’accusa - la multinazionale che ha seminato morte e lutti in 60 Paesi del mondo?
Morte e lutti che continuano a distanza di tanti anni a verificarsi ancora oggi?
Perché allora in tutti questi anni non ha fatto nulla per liberare i luoghi che la sua stessa attività aveva inquinato dalla insidiosa presenza dell’amianto?
Perché invece - sempre secondo la ricostruzione dell’accusa - Schmidheiny ha tenuto in piedi una struttura di intelligence e «spionaggio» per depistare, tenere fuori il suo nome dall’affaire Eternit?
Una risposta sembra averla data implicitamente proprio l’avvocato Di Amato nel passaggio in cui ha contestato (al pari del collega Cesare Zaccone che difende l’imputato belga Louis De Cartier) le considerazioni avanzate dalla Procura proprio in merito alle omissioni che sono seguite la chiusura - o meglio l’abbandono - degli stabilimenti ha sottolineato che non c’era un obbligo giuridico: informazione, segnalazione di discariche e di luoghi in cui c’era presenza di amianto, collaborazione con enti pubblici nella attività di bonifica e «come estrema ratio» contributi in denaro, aveva elencato la Procura nella propria requisitoria.
«Il pm fa osservazioni morali, ci dice che una persona perbene avrebbe dovuto fare così....», e secondo l’avvocato di Schmidheiny ciò non significa trasformare una norma in un «polpettone di pulsioni morali» per portarla come argomento in un’aula giudiziaria.
Quindi la domanda è: cosa è cambiato in Stephan Schmidheiny tanto da rendere inutile la pena detentiva ai fini della rieducazione?
La ricostruzione della difesa - che proseguirà lunedì con la storia di Eternit - non ha per ora neppure dato una risposta alla questione della conoscenza da parte dell’imputato (secondo l’accusa universalmente condivisa dopo il convegno di New York del 1965) della pericolosità dell’amianto in merito al tumore.
Non ha neppure spiegato l’attività lobbistica per evitare che i prodotti contenenti amianto fossero etichettati anche nei Paesi europei come pericolosi come avveniva in altri parti del mondo.
Ma il lungo tempo trascorso - ha aggiunto la difesa Schmidheiny - lede anche il diritto di difesa, anzi ne causa una «menomazione», in quanto molti testimoni sono morti e la stessa memoria dei testi citati può presentare qualche falla; l’archivio è andato perduto e quindi anche la produzioni di documenti è «menomata».
Certo la memoria dei lavoratori che da sempre hanno denunciato condizioni di lavoro estremamente «offensive» (anche quando non erano consapevoli della reale pericolosità dell’amianto) è invece apparsa ben vivida.
Così come quella degli abitanti del Ronzone che vedevano via Oggero coperta da alcuni centimetri di polvere. E di un intero territorio che settimana dopo settimana vede rinnovarsi il tragico rito delle diagnosi di tumore causati dall’amianto.
L’ondata «permanente» dei morti
L’onda lunga dei morti - ha invece tenuto a precisare il legale di De Cartier Cesare Zaccone - non prova che il rischio sia ancora in essere. Questo per derubricare la permanenza del resto, perché se è ancora addio al salvagente della prescrizione su cui Zaccone ha puntato in subordine alla richiesta di assoluzione per non aver commesso il fatto.
Proprio Zaccone nella sua arringa ha detto che pure i belgi avevano fatto importanti migliorie, e che il disastro era stato cagionato dalla lavorazioni dei decenni precedenti. Peccato che lo stesso legale di De Cartier, nel sottolineare la lunga incubazione della malattia - anche 40 anni - abbia annotato che ci si deve attendere altri morti per «almeno per altri 40 anni dopo il 1986», data in cui Eternit fallì e l’attività cesso... Se è così però i conti non tornano, perché se il disastro fosse ascrivibile alle gestioni degli anni Venti e Trenta l’amianto dovrebbe essere ormai più solamente un lontano ricordo, in quanto avrebbe esaurito la propria pericolosità verso la fine degli Anni Settanta.
E non sarebbe quella spada di Damocle, quella inquietudine sottile che si portano dentro tutti che coloro che hanno vissuto e che vivono a Casale e nei paesi vicini.