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«Se si ammalano non c’entriamo». Eternit faceva frantumare ad altri gli scarti di produzione ma non voleva grane

Quando nel 1976 Eternit decide di affidare la prefrantumazione degli scarti a una ditta esterna i dirigenti si preoccupano di fare in modo che non vi lavorino dipendenti di Eternit fuori dall’orario svolto in fabbrica, perché se poi si ammalassero - temono - «l’azienda ne sarebbe responsabile anche se lavorano per altri...». Quindi Eternit conosceva i rischi causati dalla polverosità dell’attività di frantumazione ma li negava e cercava di cautelarsi. È uno dei tanti agghiaccianti particolari resi noti dal pm Gianfranco Colace lunedì alla 48ª udienza del Processo Eternit in corso a Torino che vede imputati lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier, accusati dalla Procura di Torino di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antifortunistiche. Quell’Eternit che nel 1980 fu trasformata in holding «per ragioni esclusivamente fiscali», ha evidenziato il magistrato della pubblica accusa Sara Panelli, che ha lavorato sulla requisitoria in particolare relativamente agli intrecci societari e ha evidenziato - lunedì - che dal 1952 fino al dicembre del 1972 il gruppo dominante fu quello belga della «famiglia Emsens - de Cartier della quale Louis de Cartier, che entra in scena nel 1966, è l’unico esponente in vita. E dal 13 dicembre 1972 al fallimento il gruppo svizzero, che fa capo a Stephan Schmidheiny». Ma anche durante il periodo svizzero «i belgi - ha detto la Panelli - hanno quote in Eternit e strettissimi rapporti, con totale condivisione e piena consapevolezza delle strategie». Una gestione - quella di Eternit - sostanzialmente padronale, che al di là degli aspetti formali, affermano i magistrati che hanno condotto l’inchiesta alla base del processo, riconduce ai nomi degli imputati che erano i veri «padroni» del colosso dell’amianto. Tanto che i dirigenti di Eternit - come Luigi Giannitrapani - agivano talvolta (è il caso della Icar di Rubiera) senza alcun incarico ufficiale ma avendo di fatto la responsabilità in quanto «meri esecutori di direttive che provenivano dall’azionista di maggioranza». Cioè lo svizzero Schmidheiny. Una responsabilità giuridica, quella dei veri gestori di Eternit, ribadita da molteplici punti di vista a suon di sentenze della Suprema Corte dal pm Raffaele Guariniello, che ha coordinato l’inchiesta e che ha messi i puntini sulle «i» - lunedì scorso - soprattutto per l’omissione delle misure antifortunistiche, concretamente illustrata dal collega Colace che ha richiamato consulenze e testimonianze su fatti concreti avvenuto negli stabilimenti italiani. Norme di legge ben definite già negli anni Cinquanta e Sessanta «scientificamente» violate, eluse, aggirate da Eternit, secondo il quadro dipinto dai magistrati, sulla base di una precisa politica aziendale. Norme che se osservate avrebbero potuto grandemente limitare quella strage causata dall’amianto dolosamente diffuso in fabbrica e nell’ambiente di Casale e dei Comuni della zona. La strage negata ancora oggi E ancora oggi - in aula- i difensori degli imputati si affannano a sminuire la portata di quel disastro, invocando l’assenza di esami clinici, come quelli immunoistochimici, che quando la gente già da decenni moriva a causa dell’amianto (per patologie assolutamente note negli ambienti medici e scientifici) non erano ancora stati inventati! Mancanza di esami che secondo loro sarebbe sufficiente a dimostrare che non c’è certezza che quelle siano davvero vittime dell’amianto dell’Eternit. Insomma: malattie conosciute e temute quando si raccomandava di non far lavorare i dipendenti alla pre-frantumazione degli scarti per le ditte esterne ma negate ufficialmente, fino a ieri in pubblico e - oggi - in tribunale. Morti negate da una azienda che ha preferito investire in depistaggi e mistificazioni, è emerso chiaramente lunedì in aula. Ma la giurisprudenza - ha chiarito ancora Guariniello - riconosce la validità giuridica del contesto, e quando non c’è la certezza dell’esame sperimentale hanno «credibilità dati che sono logicamente interpretabili come parametri di verità. Oltre alla certezza fondata sui dati empirici documentali c’è quella fondata sulla deduzione e sulla logica». Deduzione e logica ribadite settimana dopo settimane da una strage che drammaticamente si rinnova. Perché a Casale c’è e c’è stato tanto amianto. Perché a Casale c’è stata l’Eternit...

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Stefania Lingua

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