Parti per individuare l’antico letto del fiume Po, e finisci per immaginare una vecchia strada romana che univa Monferrato e Vercellese! Capita girando per le campagne di Morano sul Po, dove sta nascendo la nuova circonvallazione (pronta per inizio autunno). Fotografai a suo tempo le perforazioni e gli scavi di saggio lungo il percorso, osservando gli spessi depositi di limo, sabbia e ghiaia, segno che un tempo e ancora due millenni fa il fiume correva molto più a nord, addirittura sopra l’attuale Morano, verso il gradone (la “costa”) di Robella e Torrione. Di tale ipotesi - suffragata dai larghi meandri ghiaiosi le cui tracce si osservano dall’alto nella pianura risicola - trattano molte fonti. Per curiosità voglio citare un sito web della Regione Piemonte che, preso forse dall’entusiasmo di contraddire storici molto attenti (in primis Aldo Settia), scrive testualmente “Poiché è probabile che, in epoca romana, il corso del Po scorresse alquanto più a nord di quanto avvenga oggi, è ipotizzabile che la strada «Hasta»-«Rigomanus» incontrasse la strada Pavia-Torino senza attraversare il fiume; in questo caso, cadrebbe ogni ipotesi relativa all’esistenza di un ponte romano in corrispondenza dell’odierno abitato di Pontestura”. Se la topografia ha un senso, ed un ponte non fosse esistito, significherebbe che un tempo la strada Pavia-Torino correva per un tratto sulla sponda destra del fiume, ipotesi del tutto farlocca!
Tornando ad oggi, in un pomeriggio assolato l’occhio si posa sopra un mucchio di grossi ciottoli e pezzi di laterizio, a fianco della ferrovia per Chivasso, nord-est della cascina Gorra, la zona dovrebbe essere il “Pragaletto”.
E’ consueto che si scarichino rottami edilizi lungo la strade di campagna, talvolta in maniera disordinata, però quei mattoni mi incuriosiscono. Sono solamente dei pezzi, ma corposi, spessi, qualche frammento ha il caratteristico margine rialzato, “puzza” di embrice, il nostro attuale coppo da copertura. Non ho metro, metto a confronto del palmo della mano e fotografo, poi riporto sul pc con le misure: un lato ancora intatto misura circa 30 centimetri, lo spessore è di 6, manca la terza dimensione e la immagino sulla base delle prime: potrebbe essere stata intorno a 45 centimetri. Sono le misure dei mattoni sesquipedali, ampiamente utilizzati in tutta l'area padana in epoca romana, con lato maggiore della lunghezza di un piede e mezzo (sesquipedale significa "di un piede e mezzo"). La misura standard di questo tipo di laterizi, mutuati dagli Etruschi, era per l’appunto di circa cm 45x30x6, con leggere varianti nell'ordine di ± 2 cm. Una variante era quella quadrata, 45 x 45. Tanto grandi perché potevano essere utilizzati dividendoli in due o in quattro parti, di forma triangolare.
A poca distanza dal sito, attraversata la ferrovia, una decina di anni orsono mi era capitato di trovare mozziconi di fondamenta con pietre e frammenti di laterizi (compresi pezzi del solito, caratteristico embrice) nonchè frammenti di pietra ollare e ceramica a impasti diversi - anche scuri o rosati – residuo di vasi e tazze, che ad un primo sommario esame informale la Sovrintendenza archeologica di Torino avrebbe giudicato rari per la zona, d’interesse storico non trascurabile, risalendo al I sec.d.C. e, per taluni pezzi, forse anche a tempi ben remoti.
Come non mettere in relazione le due piccole scoperte!
Ma che ci facevano possibili costruzioni, duemila anni orsono, in quella zona relativamente paludosa? Tento un nuovo sforzo di fantasia, nemmeno eccessiva. Rammento che più a nord passava l’antica strada da Pavia a Torino, correndo lungo la linea della Stura, sotto la “costa”, toccando gli abitati rurali di Camporellum, Poenicum, Ricodunum. Camporellum, a lato della strada campestre, che da Trino porta alla cascina Faletta, verso Due Sture di Morano, già scavato prima della metà del settecento. Ricodunum, sulla sinistra della Stura oltre un chilometro a est di Trino, del quali si ipotizza l'origine celtica e nel quale si trova anche traccia di un insediamento inquadrabile nei secoli del bronzo. Poenicum, sulla destra della Stura circa metà strada fra i due siti precedenti. Da quell’antica e importante “strata” poteva diramarsi una via perpendicolare, verso meridione, quindi verso i colli monferrini. Ed è riflettendo sul meridione che si può immaginare una prosecuzione dell’itinerario in direzione di Pontestura. Perché proprio su tale asse troviamo almeno tre siti interessanti. L’insediamento romano alla Tornalunga di Morano, scoperto all’inizio degli anni Ottanta dai trinesi Silvino Borla e Domenico Molzino. L’insediamento antichissimo del Matasco, antesignano dell’attuale Morano, citato già in documenti di fine del primo millennio, dove ebbi casualmente a trovare (trattandone nella mia storia “Trapoelino”) un paio di tombe. La cascina del Castellaro, il cui nome quasi certamente deriva da un antico “castellacium” esistente sulle rive del Po e del quale sembra siano state trovate tracce durante gli ultimi scavi nella lanca fluviale di Ghiaia Grande, a meridione della tenuta Pobietto.
A conferma di simile indicazione, anche una “carta topografica della Provincia di Vercelli con i confini dello Stato di Milano, del Monferrato e Masserano, con una breve descrizione delle cose principali che in essa si contengono; fatta da Varin de la Marche, nel 1697”. Si nota chiaramente segnata una strada che dal Torrione di Morano scende quasi verticalmente (la carta, orientata con l’est verso l’altro, la segna da sinistra a destra) arrivando sulla riva del Po nei pressi dell’attuale “ghiaia grande”, dirimpetto a Pontestura.
E’ ipotesi, da verificare meglio, non intende in alcun modo scalfire il dato ormai certo che la vera via fra Vercelli e Asti puntasse verso Trino-Rigomagus. Ciò non esclude un tracciato minore e più orientale, potremmo dire una “scorciatoia” per quanti, arrivando da Pavia e la Lomellina, giunti dopo Balzola-Carbantia avessero voluto puntare a sud, verso le colline ed il varco di Pontestura, attraverso quel Matasco che rappresentò il primigenio insediamento degli attuali Moranesi.