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Intervista
I "concerti al buio" e il legame affettivo con il Monferrato
Cesare Picco pianista di Brusaschetto
Pur avendo intervistato decine di musicisti ce ne voleva uno particolarmente sensibile per ricordarci come il lockdown non ha cambiato solo la percezione della nostra società, ma anche i nostri sensi. Per fortuna esiste Cesare Picco, lo seguo dal 1994 e non solo perché è un artista dalla straordinaria carriera cresciuto nel Monferrato (Brusaschetto), ma perché è un compositore raffinato e un pianista dallo stile proteiforme. Da lui, inventore di quella peculiare esperienza che sono i “Concerti al buio”, non ci si poteva aspettare nulla di meno che un racconto sonoro della quarantena.
“Ho da subito approcciato questa situazione dal punto di vista acustico – confessa - cerco i suoni attorno a me e cerco di determinare il loro potere. In questo senso il primo lockdown è stato straniante: Milano, dove vivo, è stata sprofondata in un suono completamente diverso, un silenzio a cui mai eravamo stati abituati, in cui le sirene che passavano ogni 10 minuti concorrevano a una vibrazione che non aiutava certo il morale. In positivo però si potevano ascoltare i suoni delle campane o addirittura delle fontane che in situazioni normali sarebbero stati soffocati. Per fortuna nel lockdown dell’autunno mi sono trovato in campagna e questo ha aiutato ancora di più il mio processo creativo”.
Lo immagino davanti ad un pianoforte ad ascoltare le campane meneghine e mi chiedo quale musica può venire fuori da questa esperienza. “Per il 50% la mia attività durante il lockdown non è assolutamente cambiata – spiega - come compositore ho un monte ore dedicato a trovarmi da solo insieme al pianoforte e a uno spartito da riempire di note, Ho scritto e sto scrivendo molto. Chi fa arte ha il dovere di seminare nuove visioni proprio nei momenti più duri della storia. In generale penso che la pandemia ci abbia insegnato a concentrarci sulle cose importanti e adesso si può fare musica veramente nuova, senza ostacoli. In concreto ho sul tavolo due progetti discografici: uno con il sound designer Taketo Gohara e un altro che mi vede impegnato acusticamente in più strumenti e che uscirà nei prossimi mesi, poi ho la prima di un balletto con le mie musiche dedicato a Sebastian Bach al teatro Ristori di Verona per maggio, sempre se si riapriranno i teatri”.
Già appunto: va bene fare i concerti senza luce, ma farli senza spettatori? “Il lockdown ha messo radicalmente in crisi le abitudini del mio essere anche musicista, in cui il contatto con il pubblico è fondamentale per alimentare la creatività. Ognuno ha cercato di reagire a suo modo a questa situazione, io via streaming mi sono limitato a pochi interventi: università, scuole musicali e le presentazioni del Libro Sebastian, uscito per Rizzoli, ma ho trovato dannosa la valanga di video realizzata da molti per dimostrare di esserci sempre e comunque. Un fenomeno che ha portato ad una conseguenza molto pericolosa per il nostro settore: 99 concerti su 100 erano gratuiti, come se passasse ancora una volta il messaggio che la musica non si paga. E’ l’ennesima resa che il nostro comparto sta compiendo, la dimostrazione di quanto sia incapace di far fronte comune. La musica è lo specchio di un paese che non sa mai reagire in modo forte per tutelare il nostro lavoro e il lavoro di tutti”.
Sono parole che ci fanno tornare con la mente a un anno fa: l’8 marzo 2020 cominciavamo questa rubrica, che oggi conta 52 interviste (media perfetta di una settimana), con Paolo Bonfanti. C’è una bella differenza tra il sanguigno bluesman e genovese e il compassato pianista monferrino, eppure le parole di sconforto sullo stato della musica sono le stesse. Continua Picco: “Non riuscirò mai a capire perché i centri commerciali e negozi possano essere aperti ed un settore virtuoso dove si possono far rispettare distanziamento e mascherine in modo puntuale debba essere chiuso. Siamo al limite: se a qui a breve non riprenderà a girare la macchina dei concerti dal vivo non basteranno nemmeno gli aiuti economici a pioggia.
Potremmo finire qui, ma siamo un giornale locale e voglio chiedergli di Brusaschetto. Ne nasce un ricordo doloroso, ma che assomiglia a certe sue morbide frasi per pianoforte suonate al buio. “A novembre è mancato mio padre e nell’autunno ho avuto modo di stare per diverso tempo in paese, era da molti anni che non mi capitava, di conseguenza ho riallacciato il mio cuore a quei paesaggi. Voglio ringraziare pubblicamente e di cuore la comunità intera degli amici e delle persone che sonostate vicine in quei momenti. Ho scoperto che quella terra rappresenta ancora un legame nel mio cuore”.
Cesare Picco è nato a Vercelli nel 1969, inizia a studiare pianoforte all'età di quattro anni. Nel corso del tempo inizia a spaziare tra diversi generi musicali, creando un personale linguaggio. Ha al suo attivo centinaia di partiture. Ha scritto, tra gli altri, per il Quintetto Bibiena, la Camerata di Berlino, la Royal Manchester Orchestra, un’opera lirica per l’Arena di Verona, composto balletti per l’étoile Luciana Savignano e decine di musiche per il teatro. Ha collaborato con Luciano Ligabue, Samuele Bersani, Andrea Bocelli, Giorgia, Pacifico, Carlo Fava. In gruppo o come pianista solista ha aperto i concerti di Michael Bublé, Al Jarreau, Simply Red. Si è esibito in Giappone, Vietnam, Singapore, Russia, Emirati Arabi, Kuwait, India, Francia, USA, Spagna. Nel 2009 crea Blind Date Concert in the Dark, una performance eseguita nel buio assoluto. Autore letterario ha al suo attivo "Musica nel buio" (ADD Editore) e "Sebastian", romanzo dedicato alla vita di J.S.Bach (Rizzoli 2019).
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