Dalle suore Domenicane avevo fatto la Prima Comunione. Durante i mesi di preparazione mi ero affezionata al giardino silenzioso in mezzo al quale c’era una statua della Madonna, del tutto simile a quella che si trova nel giardino dell’albergo (in origine si trattava di una colonia appartenuta al Parroco di Stromboli) in cui da tempo immemorabile mi reco per qualche giorno ogni anno a respirare l’aria del vulcano.
Non avevo mai fatto il collegamento. M’ero affezionata anche alle compagne che lì avevo conosciuto, e anche all’orto in cui crescevano le fragole, dietro all’edificio principale. Così avevo iniziato a studiare lì il pianoforte, sotto la guida di Suor Maria, una giovane sorella toscana che arrossiva facilmente e amava l’arte e la musica quasi come Gesù. Monete sul dorso delle mani per imparare a tenerle nella posizione giusta. Metodo Bona, Pozzoli, forse fino a Czerny. “La voce del cuore”, e altri pezzi facili, fino a esibirmi con gli altri bambini, durante qualche festività, nel piccolo, ma grazioso teatro, in cui venivano rappresentati anche drammi sacri e meno sacri. Non solo su Santa Caterina da Siena, patrona dell’ordine - per esempio, la confessione di Turoldo - ma anche drammi stranamente arditi, fino ad arrivare agli Spettri di Ibsen. Esistevano allora degli spartiti su carta bianca (quelli dei primi anni di guerra) che riportavano i testi di opere e operette scritti al di sopra delle note. Per me il primo che imparai a suonare fu “Il Conte di Lussemburgo”.
- Non leggere le parole - mi diceva Suor Maria arrossendo e tentando di coprirle con le dita - sono sciocche -. E io, logicamente , le imparavo subito a memoria: “Cuoricin, tesorin, dammi almeno un bacin”, e naturalmente le cantavo forte, con la mia voce che è stata sempre abbastanza stonata, quando ripetevo il pezzo a casa davanti alla finestra aperta; e poi suonavo il valzer e le altre arie. Ma non avevo mai visto l’operetta intera, fino a pochi giorni fa a Bardonecchia, così che per me era rimasta fra le fantasie care dell’infanzia.
Sono riconoscente quindi all’ing. Grilli e alle Alfa Folies, di cui ho assistito alla bella esecuzione, vivace e intelligente. Ammetto che i ricordi d’infanzia abbiano accresciuto la mia sensibilità di fronte all’esecuzione. Certo perfetta sarebbe stata per me la possibilità di ascoltare “Cuoricin, tesorin” al Municipale di Casale: ma tornando a casa ho scoperto che la Compagnia vi si era già esibita due giorni dopo, vanificando le mie intenzioni di ascoltarla di nuovo.
Più legata ai tempi di oggi ho sentito le parole del vecchio principe russo che cantava con la stessa pronuncia che mia figlia, quando viene mandata a Mosca per discutere i progetti spaziali europei, attribuisce all’inglese degli ingegneri moscoviti.