Se dobbiamo credere che «non c'è due senza tre» allora possiamo anche sperare che la Conferenza dei sindaci abbia pagato con le prime tre riunioni, appunto, il proprio tributo alla «saggezza» (si fa per dire...) popolare e che sappia - di qui in avanti - darsi regole che garantiscano una maggiore produttività.
Perché è ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che l'Asl provinciale è da alcuni mesi ostaggio di contrapposizioni politiche, che rischiano di mettere in seria difficoltà l'amministrazione di un comparto estremamente delicato e importante.
La decisione del sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio di tirare una riga sull'accordo faticosamente raggiunto fra i sindaci delle tre vecchie Asl alessandrine prima dell'assemblea del 4 marzo, chiedendo che la sede legale fosse nel capoluogo anziché a Casale, ha infatti avuto pesanti conseguenze.
In primo luogo per la stessa Alessandria, che ha dovuto rinunciare al peso politico e amministrativo maggiore che avrebbe avuto in base a quell'accordo, che era impostato sulla incidenza che ogni Comune ha in termini di popolazione, anziché in termini di consiglieri comunali.
E anche per Casale, che non ha raggiunto l'obiettivo sul quale la stessa Regione si era impegnata, vale a dire la sede dell'Asl, e – cosa più preoccupante, come si diceva - per la stessa azienda sanitaria, che privata dei distretti deve affrontare un empasse amministrativo, nell'impossibilità di ripartire le risorse con budget distinti secondo i diversi territori.
Unico risultato positivo, quello ottenuto dai piccoli comuni, che hanno ottenuto un peso elettorale insperato all'interno dell'assemblea, conservando maggiore voce in capitolo e compensando così la debolezza connaturata all'essere periferia, come dimostra la stessa posizione di Casale rispetto ad Alessandria.
E non si tratta probabilmente di una questione politica. Perché se è vero che il sindaco di Alessandria che oggi si chiama Fabbio ed è un esponente di Forza Italia chiede la sede legale dell'ASL, solo un paio di anni fa - quando il sindaco del capoluogo si chiamava Scagni ed era del centrosinistra - discutendo di una chimera come la seconda Corte d'Appello del Piemonte (che tutti ritenevano non si sarebbe mai fatta) non aveva avuto nessun tentennamento nel richiedere che fosse insediata ad Alessandria.
Insomma il decentramento, base del federalismo, non è a quanto pare granché nella cultura dei capoluoghi e dei loro sindaci – di destra e di sinistra - che hanno invece la tendenza ad accentrare ruoli e funzioni.
E in questo senso – curiosamente - va anche la richiesta del leghista Tino Rossi, che sul «dogma» sede alessandrina dell'ASL ha fatto una battaglia durissima. Per l'accentramento, non per il decentramento...
Del resto sulla vicenda dell'ASL le posizioni sono sempre state oltre che territoriali, trasversali.
Rifondazione Comunista, titolare dell'assessorato regionale nella giunta Bresso, ha sempre remato contro la sopravvivenza dell'ASL casalese, così come i diessini, latitanti a livello locale, apertamente contrari nel resto della provincia; il centrodestra dal canto suo ha sostenuto fin dall'inizio le due ASL (una delle quali Casale), anche se si sapeva benissimo che si trattava di una battaglia disperata (è troppo malizioso pensare che forse era proprio per questo che le sosteneva?), ma ora che c'è da impegnarsi per un risultato concreto appare a sua volta quantomeno latitante, perdendosi in un atteggiamento capzioso, che tende a sminuire l'importanza della sede legale («una targhetta e niente più...») e richiama l'importanza delle due aziende. Questione quantomeno superata.
C'è da chiedersi però quali siano le ragioni (se è vero si tratta di una insignificante targhetta appesa a una porta) per cui il sindaco di Alessandria è stato disposto a pagare un prezzo tanto alto. Come perdere di fatto il controllo della Conferenza dei sindaci.
O perché si è portata la battaglia in Consiglio regionale bloccandone addirittura i lavori.
E, ancora, perché la Conferenza dei sindaci non sappia trovare – proprio a causa della sede dell'ASL a Casale – una composizione.
Insomma sembra che gli unici a considerarla «una targhetta» siano proprio alcuni politici monferrini, mentre gli esponenti alessandrini dei loro stessi partiti apparentemente la pensano in tutt'altro modo.
E tutto questo nonostante il fatto che, curiosamente, la sede dell'Asl 20 di Alessandria non è mai stata nel capoluogo, ma a Tortona.
Ma in ogni caso: perché Casale dovrebbe rinunciare?
E un territorio come quello casalese può e deve accettare un'altra marginalizzazione, dopo quella decisa con la nomina (non elezione, è stato ribadito giustamente e ripetutamente) dei parlamentari, che ha scientemente escluso proprio il Casalese?
Insomma, tornando alla sede dell'Asl gli unici veramente determinati (a parte qualche rara eccezione) prima nella battaglia per la difesa dell'Asl di Casale, ora per ottenere almeno la sede, sono stati i sindaci dell'ex ASL 21, amministratori consapevoli della funzione di aggregazione del territorio che l'Azienda sanitaria ha sempre avuto; convinti che una autonomia amministrativa su servizi così importanti come quelli per la salute dei cittadini fosse importante, preoccupati per un territorio vasto e disomogeneo abitato da una popolazione complessivamente anziana.
Facili profeti – infine - coloro che diffidavano della Conferenza dei (195!) sindaci ritenendola un organismo pletorico.
Ma è certo che l'individuazione delle sede dell'ASL avrebbe consentito un passo avanti, con la costituzione dei distretti e delle relative assemblee, rappresentative di territori più omogenei, dove forse il confronto su temi e questioni concrete - sfida troppo grande, pare, per il teatrino della politica messo in scena nella Conferenza dei sindaci dell'Asl provinciale – sarebbe stato meno arduo.
Insomma, speriamo che la politica presto la smetta di girare a vuoto.