1- Il gioco del pichetto in Monferrato - di Olimpio Musso - La scoperta di Cravino a Frassinello
La lettura del libro “ Momenti di Vita Quotidiana nella Valcerrina dell’ Ottocento” di Luigi Calvo (2010), oltre ad essere piacevole per i coloriti aneddoti di vita valcerrinese che vengono riportati, è fonte spesso di grattacapi.
Ad esempio, nelle pagine su Murisengo (109-110) si cita un diabolico gioco d’azzardo, il pichetto, che tiene lontani gli abitanti del borgo dalle funzioni religiose. Il parroco, don Celestino Malaterra, in una relazione al vescovo del 1819 scrive: “Nelle feste, cominciando dalla quaresima, si introduce dal mattino il gioco del pichetto e continua tutto l’anno nella stagione più mite, e si produce talvolta in tempo delle funzioni, pendenti le quali, una mano di scioperati in poca distanza dalla chiesa quasi sempre si trattiene in circolo e conversazione”. Se uno si chiede nella sua ignoranza di che gioco mai si tratti, va a finire nei guai. Così è successo a me. Pensavo bastasse chiedere lumi a un esperto di lingua monferrina, che per di più è di Murisengo, Teresio Malpassuto; il quale però mi risponde: “Per me è una novità e non ti saprei dire se qualche vecchio lo giocava ancora. Altri tempi! Ciao! Teresio”.
Stessa risposta negativa mi viene da Alessandro Allemano di Penango: “ Mi spiace: da noi non mi sembra che esista”. Un gioco dunque, qualunque esso fosse, andato perduto?
Non mi persi d’animo e mi rivolsi a Mario Cravino di Frassinello, il quale già aveva fatto brillanti scoperte (sul termine “bataru” ad esempio: v. Il Monferrato 8.10.2010 p. 21 ): il termine non gli suonava come sconosciuto. Promise che avrebbe fatto ulteriori ricerche. E un bel giorno mi comunica trionfante: “Oggi ero a pranzo nella sede della Pro loco di Frassinello ed ho avuto un colpo di fortuna. Mi era vicino un ex collega Enel per il quale la prima casa è il bar, ed ho colto la palla al balzo. Alla mia domanda: hai mai sentito parlare di un vecchio gioco, probabilmente delle carte, denominato pichet ? Mi ha guardato come avesse davanti un extraterrestre e candidamente risponde: lo giochiamo tuttora! A grandi linee si usa il mazzo di scala quaranta, si tolgono otto carte, e si gioca testa a testa. Ha aggiunto altro che ora non mi ricordo. Si chiama L. P.” [ casalese purosangue di borgo Ala, n.d.r. ]. Aggiunge che altri presenti al pranzo conoscono il gioco. Il gioco corrisponde proprio a un gioco di carte francese che si chiama piquet e che era conosciuto da autori italiani, quali Carlo Goldoni, che lo cita in più d’una commedia; ad esempio ne “Le avventure della villeggiatura”, Atto II sc.VI (1761): Filippo:- E così, signor Ferdinando, volete ora che facciamo quattro partite a picchetto? Sabina:- Cosa ci venite voi a seccare col vostro picchetto? Il gioco, di origine francese, è citato in Molière ne “Le preziose ridicole” del 1659: MASCARILLO: - Ah! impugno di falso le vostre parole. La fama non sbaglia divulgando quanto valete; e fra poco farete picco, ripicco e cappotto a quanto c' è di galante in Parigi (et vous allez faire pic, repic et capot tout ce qu’il y a de galant en Paris: cioè sbaraglierete i concorrenti facendo cappotto ). Il monferrino pichet deriverebbe perciò da piquet, che a sua volta deriva da pic. La questione sembrava risolta. Ma non lo era, come si vedrà nell’articolo che seguirà al presente e che riserverà delle sorprese.
Olimpio Musso