Successo del coinvolgente concerto gospel di S. Stefano
di Alberto Angelino
L'ultimo concerto gospel arriva per tradizione a Santo Stefano e puntualmente è anche il più spettacolare e coinvolgente.
Diciamocelo: ormai non è festa senza questa musica, che ha finito per appartenere alla nostra cultura. Infondo il gospel ha qualche radice nostrana (nasce anche dagli influssi della cantata luterana tedesca) e poi come l'albero di Natale è pratico, facile da allestire e molto più coinvolgente per il pubblico dei suonatori di zampogna.
La riflessione è per introdurre il concerto che si è svolto nella cattedrale nel giorno di Santo Stefano e che ha richiamato una folla immensa, ancora più degli altri sei o sette spettacoli di gospel che si sono visti in giro in questo mese.
La musica il 26 dicembre in Cattedrale è sempre una buona occasione per auguri e commenti sui rispettivi pranzi di Natale, ma, al di là del momento conviviale, il gruppo quest'anno meritava eccome: cantavano Dilu Miller e Larry Ray, gente che ha lavorato con alcuni dei più grandi nomi della musica leggera nel mondo. In Italia, dove sono di casa, sono supportati dal The Ars Music Gospel Choir a dalla Holy Trinity Gospel Band. Una Joint venture Italia - Usa (e Dilu Miller è nata in Giamaica) che per i gusti del pubblico nostrano funziona meglio che non certi acquisti in blocco di star dalle chiese battiste di Atlanta. Poi i due plasmano uno show su misura per le loro grandiose voci e il pubblico è conquistato sia da una esplosione di 'enjoy' sacra, sia dalla simpatia più profana di Dilu che introduce ogni brano in uno slang accattivante, coordina i cori tra le navate e non si risparmia a fare auguri e ringraziamenti a tutte le autorità (in primis l'amministratore diocesano mons. Antonio Gennaro e l'assessore Riccardo Calvo).
Aggiungiamo anche che gli arrangiamenti sono accattivanti e trasformano ogni brano in qualcosa di unico e avremo la cifra di un concerto in cui l'unica nota stonata era data dall'amplificazione della sezione ritmica. Sembra infatti che solo gli architetti della chiesa di San Domenico siano riusciti a realizzare nel XV secolo una volta che non faccia rimbombare la cassa di una batteria.
Il concerto funziona egregiamente sui classici della commozione festiva: «Halleluja», «When the saint go marchin in», «Kumbaja», «Sweet Lord -Sweet Chariot», «Amazing Grace», «Let us go back to church».
Si cominciano a intuire le potenzialità del gruppo con «Dont By the Riverside» fatto con una scioltezza e un ritmo di basso davvero trascinante e si percepisce il cuore della soul music con «Stand by», dove veramente Larry Ray sembra appena uscito dai Platters (naturalmente al posto di 'Oh Darling' la versione gospel prevede un 'Oh Jesus'). I due solisti e il paludato coro non si risparmiano però: si va avanti oltre l'ora di cena (e chi ha voglia di cenare del resto), finche non arrivano le annunciate note di «Happy Days» e qui tutta la gioia coinvolge il pubblico, in piedi a muoversi e stringere le mandi alla cantante per annunciare la buona novella.
In conclusione un ottimo concerto del genere e degno epilogo di una vera epopea del gospel in Monferrato. Ora però ci aspetta di diritto di mandare negli USA il prossimo Natale un esercito di pastorelli con la ghironda
FOTO. Il concerto in Duomo