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Da Aramengo il cantiere di restauro di un museo

Alle origini di tradizionale Bottega del Restauro Artistico nata nell’immediato dopoguerra, si affianca oggi, senza soluzione di continuità professionale, la realtà d’Impresa di Nicola Restauri S.r.l., attiva e costantemente presente nello scenario complesso del Restauro: per la volontà determinata e costante di mantenere vivo l’interesse per gli aggiornamenti tecnico-scientifici della conservazione, per l’apertura verso gli orientamenti della disciplina e le innovazioni metodologiche, sempre mantenendo un coerente e caratterizzante legame con la tradizione artigiana dell’esperienza di squadra. Valori e intuizioni sempre sostenuti con vivacità e curiosità intellettuale dal Maestro fondatore Guido Nicola nella sua lunga vita lavorativa, e oggi – a pochissimo tempo dalla sua scomparsa - ancora più forti e condivisi tra tutti i collaboratori, seppure in un tempo difficile, anche per il restauro. Le occasioni di dare il contributo alla conservazione del nostro patrimonio culturale ed artistico si sono susseguite tra i reparti del Laboratorio in Aramengo d’Asti, dove si impegnano con perizia restauratori specializzati intenti al recupero di opere d’arte provenienti dal territorio nazionale e oltre. Si annoverano negli anni restauri di opere di gran pregio e valore, quali dipinti di collezioni pubbliche – dai numerosissimi dipinti ad esempio della Galleria Sabauda ( J.van Eyck, A. van Dyck, Guercino, Veronese, Tiepolo, Rubens, Procaccini, Bassano, Lorrain, Reni..) - e private come ad esempio la collezione Olivetti con opere di Warhol, De Chirico, Kandinskij, Guttuso…, moltissime pale d’altare e fra tutte la Notte di San Lorenzo di Tiziano dalla Chiesa dei Gesuiti di Venezia, oltre a sculture in legno, pietra, terracotta, opere su carta e pergamene, reperti archeologici, fino a richiedere un’estensione degli spazi del laboratorio ai 3500 mq di superficie attuali. Se la notorietà e le dimensioni talvolta impegnative di alcuni capolavori, hanno nel tempo rappresentato un particolare richiamo dell’attenzione sul restauro eseguito nei nostri laboratori, è tuttavia costante la cura riservata ad ogni opera ricevuta in affidamento, dallo studio approfondito delle problematiche conservative attraverso indagini non distruttive alla realizzazione delle successive fasi del restauro. Con uguale impegno si interpreta l’attività di restauro sul Territorio, garantita dal lavoro coordinato di squadre operative in cantieri, che negli anni hanno toccato importanti edifici civili e di culto in nelle varie province del Piemonte, in Lombardia (ad esempio il restauro del ciclo giottesco di affreschi nell’abbazia cistercense di Chiaravalle) e Liguria (Palazzo Reale a Genova), ma specialmente nella Città di Torino e nelle sue più alte espressioni dell’arte e della cultura, dalle facciate cinquecentesche del Duomo della Città, alla Chiesa dei Cappuccini, alle sale del seicentesco Castello del Valentino e dei piani nobili dei Palazzi Madama e Reale, degli affreschi di Legnanino a Palazzo Carignano, all’omonimo Teatro, fino all’avventura che oggi ci vede partecipi dell’inaugurazione, per il restauro del Nuovo Museo Egizio. Qui, nella complessità del cantiere che ha visto rivoluzionati spazi e destinazioni d’uso - con la contemporanea messa in atto e a norma dei piani strutturali, edili, impiantistici, allestitivi, fruitivi del Museo - il nostro mestiere è stato quello di contribuire, nei tempi a disposizione, a recuperare tutti i frammenti della storia decorativa del Palazzo, inteso nella sua completezza di Monumento, oltre la sua funzione di “contenitore” di collezioni. La delicata e a tratti complicata vicenda del restauro delle sale al piano nobile, si è tuttavia compiuta con successo grazie all’indispensabile supporto delle Direzioni Operativa del Restauro, quella della Tutela, e al sostegno incondizionato della Fondazione, che ha creduto in una restituzione di tutte le valenze del “Museo” restaurato, ai suoi fruitori. Il Palazzo si è in questi anni svelato - più generosamente del previsto - ai nostri bisturi utilizzati con estrema cautela, laddove strati di rintonacature e tinteggi avevano in qualche modo “protetto” le decorazioni pittoriche risalenti a vari periodi e destinazioni degli ambienti. Dapprima attraverso quattro corposissime campagne di saggi stratigrafici corredate da puntuali analisi chimico fisiche di laboratorio, poi con il supporto di una raffinata ricerca archivistico-documentale effettuata ad hoc data l’importanza via via crescente delle informazioni preliminari fornite dai saggi, infine con l’intervento di restauro, è stato possibile riportare in luce la sequenza di medaglioni istoriati con ritratti di personaggi della scienza e delle arti nei due ampi saloni ottocenteschi e ancora la volta a marmorino della sala 1.1 “Deir El Medina” e i finti marmi a cornice delle grandi finestre, la doppia serie di medaglioni a monocromo della sala 1.2 “Tomba di Kha” e l’intonaco a marmorino delle pareti ove ancora conservato. L’intervento nella Galleria Sarcofagi ha rivelato la sorprendente volta e tutte le lunette finemente affrescate da Lorenzo Pecheux, Pietro Fea, Giovanni Galliari tra fine ‘700 e primissimi anni dell’800, con la rappresentazione di un’elegante architettura dipinta in cui trovano posto le specie animali del pianeta al tempo conosciute, ritratte per l’allestimento del Museo di Storia Naturale. Ultima e per questo ancora più sorprendente, è stata la sala 1.7 “Epoca Tarda”, che un destino di rimaneggiamenti profondi dello spazio aveva trasformato in doppia sala didattica sormontata da ammezzati: riportata ai volumi originari la sala ha rivelato in volta un magnifico sfondato prospettico con putti e cartigli, racchiuso dall’imponente cornicione dipinto a trompe l’oeil, vasi di fiori e ghirlande, mentre finte finestre emergono sulle lunette con i medesimi motivi decorativi ritrovati sugli sguinci delle vere aperture sul lato Via Accademia delle Scienze. Ancora finestre dipinte a trompe l’oeil sono emerse nelle lunette della sala 1.9 “Epoca Romano Copta”. Le fasi del restauro per ogni ambiente si sono articolate in una prima indispensabile mappatura manuale dello stato di adesione dell’intonaco al supporto murario e conseguente preconsolidamento su volte e pareti mediante infiltrazioni di malta compatibile, ricorrendo all’inserimento di oltre 900 microperni in teflon fissati con resina idonea, sulla volta della sala “Epoca Tarda” dove lo stato di estrema criticità avrebbe impedito il recupero degli affreschi sotto scialbo. Le estesissime superfici che in base ai saggi rivelavano tracce di finiture pittoriche, sono state recuperate nella loro originaria fase di finitura decorativa, attraverso un delicato e laborioso discialbo a bisturi ad opera di numerose ed esperte maestranze. Rifacimenti incoerenti e vecchie stuccature sono state eliminate e le superfici risarcite con accurate stuccature e microstuccature a livello. In corrispondenza di lacune e mancanze si è condotta un’operazione di reintegrazione pittorica tesa a ricucire e raccordare ogni frammento originale, al fine di restituire un’unitarietà di lettura, con il supporto indispensabile delle analisi chimico-fisiche effettuate in corso d’opera su pigmenti e malte (dalla Adamantio srl di Torino), al fine di orientare di volta in volta le scelte tecnico-operative dell’intervento. Tutte le superfici di pareti e volte delle sale auliche, non interessate da decorazioni pittoriche, sono state tuttavia trattate con velature finali a base di colori a calce (stese su rasatura ad intonaco di calce applicato dalla ditta edile), alla luce di campioni condivisi con D.O. e soprintendenza realizzati in base alle stratigrafie, e nel rispetto delle coloriture originarie o antiche, caso per caso individuate. A bisturi e per uno sviluppo di centinaia di metri quadri, è stato realizzato il recupero dell’apparato plastico in stucco dello Scalone Mazzucchetti risalente all’ultimo quarto dell’800, che si mostrava estremamente alterato per la sovramissione di strati di ridipinture, protettivi, depositi di varia natura, compatti e tenacemente adesi alla superficie. Ripristinati a calco gli elementi di modellato andati perduti ed effettuati i necessari raccordi in stucco, si è concordata con la D.O. Restauro artistico e con la Soprintendenza, la metodologia relativa alle velature finali, realizzate in tre tonalità graduali a partire dalla patina chiara individuata sugli stucchi figurativi e per le cornici aggettanti; è stato poi scelto un tono appena scurito per le pannellature a basso rilievo, per arrivare alla velatura di tono leggermente più carico sugli sfondati. Tali scelte sono state supportate dalle numerose campionature di colore, effettuate sulla base di stratigrafie ed esami di laboratorio. Anche i pregevolissimi stucchi delle lesene rastremate sormontate da semicapitelli a parete con fiori e frutti, nell’Atrio - risalenti all’impianto guariniano del Palazzo – sono stati discialbati a bisturi, consolidati, sottoposti a microstuccature e completamento di parti mancanti, infine riequilibrati nella patina. Le superfici in pietra della balaustra dello Scalone, delle colonne e dei capitelli sia nello Scalone che nell’Atrio hanno richiesto un’operazione di delicata pulitura da cerature stratificate e protettivi alterati, di rimozione delle vecchie stuccature cementizie debordanti, il successivo rifacimento delle parti mancanti con stuccature, la reintegrazione mimetica finale a finta pietra in punta di pennello. Lella Di Mucci - direttore operativo del cantiere di restauro-assistente direzione tecnica

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