FRUGAROLO – Gran cornice d’atleti, com’era ampiamente prevedibile, per questa 31ma prova di campionato, valevole anche per il Gran Prix della Fraschetta. Come pure era scontato che tutto filasse liscio date le garanzie organizzative.
Ampio spazio di ritrovo, traguardo in periferia, percorso esterno all’abitato e molto fluido per un totale di 5 km e 700 metri.
Purtroppo non c’è stata gara. In questo periodo Daniele Novella si gestisce molto bene, corre l’indispensabile e sul piano, tra i soliti, potrebbe opporrvisi il solo Alex Zulian, stasera non in grande sfodero. Dice lui che in questo periodo corre un po’… svogliato. Viva la sincerità. 18’46” il tempo del vincitore; 19’ 19” per il valenzano. Terzo, a 19’34”, Maurizio Di Pietro. Pare che, a scanso di rischi, si sia doppiamente cautelato. Bussola alla Cristoforo Colombo ta le mani (col GPS si correva il rischio che cercasse tutte le rotonde della zona) e motorino apri-gara con ordine di non precedere il primo ma il terzo atleta. Due sciocchezze tanto per smitizzare, sapendo che Maurizio ama riderci sopra. Dopo.
In campo femminile, quando sulla piana della Fraschetta trovi Elehanna Silvani (21’41”) è come parlare di Novella. Se non c’è la Giarda ad impegnarla (o, meglio, la Bernardelli), anche Ilaria Bergaglio, più temibile come scalatrice e attualmente con tante gare alle spalle, non può tenerne il passo. Grande regolarità della Bertocchi, ancora terza, mentre Loredana Ferrara, quinta, ha ottenuto il miglior risultato per l’Avis, nonostante pure lei abbia più le colline nel DNA. In questo tipo di gare i casalesi dovrebbero schierare i fratelli Torino, ma sono entrambi in ferie.
Oltre duecento gli iscritti (molti i non competitivi, ma agguerriti, grazie ad una locale palestra). Un gran bel colpo d’occhio.
Il podio AICS maschile è Novella-Astorino-Grosso; quello femminile Bergaglio-Bertocchi-Ferrara (da 9 a 7 punti). A squadre, prima Novese, seconda Avis Casale e terza Solvay.
ALMANACCO DEL GIORNO PRIMA – Premessa: prevenire è meglio che curare e cercare di prevenire non è necessariamente cercare la polemica. Detto ciò, affrontiamo lo spinoso argomento.
Il termine chiave è “organizzazione consapevole”. Il concetto intorno al quale ruota è “incolumità dell’atleta e degli spettatori”, dal quale il suddetto non può e non deve essere separato. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Metticasoche… venga squalificato un atleta per aver “tagliato”, non per malafede ma perché il percorso era assolutamente carente di personale e indicazioni. Lasciamo stare i vari “chi se ne frega, sono affari loro”, “che vuoi che sia una squalifica”, “loro corrono per vincere, noi per divertirci” che ascolteremmo a spaghetti nel piatto; non è l’effetto che interessa, quanto la causa e le sue possibile implicazioni, che riguardano tutti, anche gli atleti più “divertiti”.
Metticasoche… una volta uscito per sbaglio dal percorso di gara, fosse stato investito o avesse travolto un bimbo in in una curva “cieca” (ok, scongiuri in libertà ma certe domande bisogna porsele); a chi, a posteriori, attribuiremmo le reponsabilità?
Fingendo di uscire dal seminato, è interessante conoscere un detto che circola tra il personale infermieristico, secondo il quale il reparto più sicuro in cui lavorare è quello in cui si curano le malattie infettive. Stupore? No, perché se sai cosa ti sta intorno e i pericoli in cui puoi incorrere prendi le tue precauzioni e ti metti al riparo. E’ quando credi di essere al sicuro che abbassi la guardia; e lì… ti capita.
Da fuori, certe situazioni appaiono molto più chiare rispetto a chi corre per i primi posti o stipato nel gruppo.
Metticasoche… si levino alte le proteste degli atleti per un percorso pseudo-trial dov’è facile infortunarsi, in quanto per “specialisti”. Questo è il caso “reparto malattie infettive”, giacchè gli atleti recepiscono un pericolo ben preciso. Qualcuno deciderà di andarci piano (e magari gli piacerà anche un sacco come nuova esperienza) e altri di rischiare le caviglie ma, per controsenso, è comunque una situazione in cui chi corre ha un potere decisionale.
Metticasoche… in una gara qualsiasi in un posto qualsiasi, sia alla partenza che all’arrivo, malorganizzazione e decisioni scellerate nonchè umorali del momento mettano a serio repentaglio l’incolumità di atleti e spettatori. Basta che la dea fortuna si volti un attimo dall’altra parte e si passa dalle pagine sportive a quelle della cronaca. Pochissimi potrebbero accorgersi del pericolo scampato, tra gli atleti magari nessuno, e va bene così (o no?). Meglio non abusare dei favori di tale dea.
Solitamente, una gara inizia in paese o in città e poi si sviluppa in campagna. Quanto più è grande il paese, o la centralità del traguardo, più aumentano i coefficienti di difficoltà e pericolo. Se poi si svolge interamente nel centro abitato… meglio pensarci bene prima di organizzarla.
Metticasoche… ci troviamo al cospetto di una delle organizzazioni più efficienti, dunque esente da critiche. Il tragitto in paese sia limitato e si sviluppi in aperta campagna, ancora con sole alto, tre vigili urbani presenti più vario personale di servizio. Non un appunto movibile in tema di sicurezza. Quando sul lungo rettilineo d’arrivo compaiono il primo e l’inseguitore, da una viuzza laterale un camion si immetta in senso inverso alla corsa. Accortosi del pericolo, l’autista opti per una retromarcia di fortuna; attimi di paura, ma tutto finirebbe lì. Domandiamoci: se neppure la migliore organizzazione può scongiurare il rischio di un imprevisto sempre in agguato, lo stesso non aumenta in modo esponenziale peccando di pressapochismo organizzativo?
Le tipologie dei nostri paesi (e città), che sono ancora a misura di carretto, con tante viuzze sparse, con il traffico che ne occupa sempre più gli spazi, specie nelle ore pre-serali, nonché l’impossibilità per i Sindaci, pur volendo, di bloccare un paese o un quartiere per una corsa, non consigliano partenze periferiche, quando possibile, e tracciati esterni, dove la visibilità è buona, anche tra atleta e atleta, e dove eventuali soccorsi sono facilmenti praticabili?
Normalmente non ci si rende conto che correre tra le vie di un centro abitato, quando non si può chiudere al traffico, richiede un dispiegamento di uomini e di mezzi notevolissimo. I segnali, meglio a terra ma anche non, debbono essere “stra”visibili. Non basta segnalare i chilometri. L’atleta (non il libero camminatore), anche in assenza di avversari di riferimento, deve essere libero di pensare ai suoi tempi di gara, non dover elucubrare se girare in questa o quella via. Il personale deve essere in numero sufficiente, preparato e ben coordinato. Si ha l’impressione che alcune di queste gare urbane vengano organizzate senza aver chiaro cosa realmente comporta il realizzarle nel rispetto delle norme di sicurezza, intese sia come salvaguardia dell’incolumità degli atleti e degli spettatori, sia della regolarità della gara stessa.
Comodo pensare che “tanto ci sono i volontari”, “tanto c’è l’assicurazione”, “tanto abbiamo l’ambulanza”, “tanto sul volantino c’è scritto che si declina…”. I volontari, per quanto gente di buona volontà e disponibilità, non hanno la bacchetta magica di mago Merlino, sovente appartengono a organizzazioni fondate per altri scopi e, comunque, in fatto di regolazione del traffico su così ampia scala, meglio dipendano da un coordinamento che ha un’alta competenza e autorità nel settore. Le Forze dell’Ordine sono generalmente sotto organico e non sempre possono occuparsi di un avvenimento sportivo. Questo paragrafo si conclude con la speranza di non dover più sentire che qualcosa non ha funzionato perché i volontari non sono stati all’altezza (scusa “paravento” ormai classica). Andiamo piuttosto a vedere se l’evento non poteva essere ridimensionato in base alle risorse disponibili.
Sembra che quantità stia in rima con qualità. Ma in genere non è così. Stride terribilmente l’abnorme numero di gare omologate quest’anno (attenzione: non stiamo parlando di un solo EPS) e delle “non competitive” con il livello qualitativo che qui si ricongiunge al concetto di “organizzazione consapevole”. Soprattutto ancora nei tracciati urbani. Ci si augura un “giro di vite” da parte di chi concede il patrocino, soprattutto in fatto di garanzie organizzative. Non potendo controllare a priori, chi sbaglia paghi l’anno successivo.
Metticasoche… Prenda piede il “gioco dell’otto” (elle-apostrofo-otto). Il giochino consisterebbe nel far fare un primo giro, far ripassare gli atleti dal traguardo (la strozzatura del numero “otto”), pensando che questo giovi allo spettacolo (rivolto a chi? Provare a contare gli spettatori al traguardo, accompagnatori e giudice compresi). Speriamo non venga mai in mente a nessuno. Creerebbe un ottimo effetto luna park ma sarebbe svilente e pericoloso dal lato della competizione in sé.
Lo spettacolo lasciamolo agli atleti. Un po’ di folklore prima e dopo va bene, specie se c’è la festa del paese concomitante, ma a gara in corso meglio stare nei limiti dell’evento sportivo dal vivo, non televisivo. In tema di management sportivo, meglio ispirarsi a Luca di Montezemolo che non a Roberto da Crema.
Ritornando al “giro di vite”. Qui non si vuole fare morale né insegnare a nessuno. Sappiamo tutti che gli EPS (Enti di Promozione Sportiva) non sono ben visti da chi vorrebbe monopolizzare lo sport a livello nazionale. Prevenire per garantire la sicurezza ed evitare che il podismo fuori pista scada a livello di folklore popolare significa non prestare il fianco ai “nonbenvedenti” e costituire una sempre più valida alternativa alle “non competitive”.
Do the right thing.
PROSSIME GARE – Fino a venerdì 5 agosto il campionato AICS è fermo. In quella data si correrà a Basaluzzo.
Prima di quella data ancora un appuntamento per commentare le classifiche e presentare le cinque prove nel periodo ferragostiano.