«Marenda, la politica e le vita erano per lui una cosa sola». Il ricordo dei compagni di viaggio
Questo il testo della commemorazione di Giuseppe Marenda, pronunciata da Vittorio Giordano «a nome delle compagne e dei compagni che hanno condiviso con lui l’esperienza politica del Manifesto e di Sinistra casalese».
E' morto a 83 anni Giuseppe Marenda. Con Salvatore Sanzone, suo più giovane compagno di partito scomparso tre anni fa, dopo aver lasciato il Pci, nei primi anni ’70 aderì al “manifesto” e fondò il Circolo del manifesto di Casale che aveva la sua sede in piazza Baronino. In seguito diventò dirigente del Pdup per il comunismo nel quale militò fino al suo scioglimento. Dopo il 1989, aderì a Rifondazione comunista e prese parte, negli anni recenti, all’esperienza di Sinistra casalese (raggruppamento cittadino di tutte le forze di sinistra).
Giuseppe era un comunista, e (anche) per questo era generoso e altruista. Non riusciva a concepire la politica staccata dalla vita delle persone in carne e ossa. Era sempre schierato dalla parte dei deboli, di chi soffre ingiustizie sociali o personali. Amava parlare chiaro, dire sempre quello che pensava, senza tatticismi. Non amava la retorica. Era schivo.
Era uno spirito fortemente critico. Ma, prima di parlare, si informava. Leggeva molto, soprattutto libri di storia e di politica. Qualsiasi argomento trattasse, portava a supporto delle sue tesi, dati, cifre, statistiche. Non stava mai fermo. Non solo perché girava la città sulla sua bicicletta (diventata famosa perché vi si fece ritrarre a cavallo, con la sua lobbia in testa, per una campagna elettorale di alcuni anni fa in cui era candidato al Senato per Rifondazione comunista). Non stava mai fermo con i pensieri. Si interrogava continuamente sulla società, sulla politica e anche sul senso della vita. Non si dava pace che il mondo prendesse certe pieghe, ma neppure cedeva alla lamentazione fine a se stessa. In questo, nonostante l’età, non era per nulla “vecchio”. Alla considerazione di qualcosa che non andava bene, abbozzava sempre qualche proposta alternativa. E la speranza era, per lui, proprio l’ultima a morire.
Si interrogava e interrogava chi gli stava intorno. Quando ci si trovava in piazza Dante (luogo di ritrovo frequentato da giovani e meno giovani, di sinistra e non, alternativi o meno, fricchettoni, anarchici o comunisti, luogo di scambio di idee e di esperienze che Giuseppe amava particolarmente) le conversazioni tra amici diventavano, con lui, intense discussioni di politica, di storia, di vita vissuta.
Si interrogava in particolare sul significato di essere comunista in questo tempo, molto lontano da quando era giovane partigiano o militante del Pci nel dopoguerra. “Essere comunista, che cosa vuole dire oggi?” Era una domanda che frequentemente si poneva e poneva, spesso in dialetto, ai suoi interlocutori abituali.
Era legato con affetto all’esperienza di un piccolo giornale audacemente indipendente e comunista: il manifesto. Lo leggeva quotidianamente, lo diffondeva (quando ancora si praticava questo tipo di particolare di militanza) quasi come volesse spargere semi di cultura e di politica. Spesso lo criticava, diceva che faceva fatica a leggerlo, ma lo sosteneva, questo piccolo quotidiano comunista, come se fosse – e lo era – cosa anche sua. Lo considerava, come oggi si direbbe, un bene comune da preservare per le generazioni future, per i giovani a cui Giuseppe guardava sempre con grande fiducia. Anche negli ultimi giorni di vita, con la poca voce che gli era rimasta chiedeva notizie della politica cittadina e del suo giornale, perennemente in crisi, il manifesto, appunto. Giuseppe era uno che non si arrendeva mai, anche con la malattia che lo ha colpito e che lo ha sconfitto… Nella nostra testa restano molte immagini di lui. Ognuno di noi ne avrà delle sue..
A noi piace ricordare Giuseppe che porta da mangiare ai gatti sulle riva del Po; Giuseppe, ormai un po’ stanco, seduto sul muretto di piazza Dante a commentare il fatto politico del giorno; Giuseppe che attacca i manifesti elettorali con la colla che solo lui sapeva fare; Giuseppe che apre le sedi dei “luoghi della politica” da lui amati e anche criticati; Giuseppe che distribuisce volantini davanti alle fabbriche; Giuseppe che interviene autorevolmente in Consiglio comunale; Giuseppe che compra i suoi giornali (manifesto, liberazione, unità) in edicola per iniziare come si deve un’altra giornata; Giuseppe abbronzato non perché è andato al mare ma per i suoi lunghi giri in bici…
Un forte abbraccio alla cara moglie Giuseppina e ai figli Aldo e Sandro.