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Intervista a Margherita, assistente sociale

La quotidianità dell’accoglienza

«Così smonto quei luoghi comuni...»

Per trattare i temi dell’immigrazione, abbiamo pensato di rivolgerci a chi ha deciso di farne il fulcro della propria vita lavorativa, anche per fare maggiore chiarezza su di un argomento sempre più dibattuto. Per questo abbiamo incontrato Margherita Poncina, ventinovenne casalese, residente a Brusaschetto (Camino) e assistente sociale in tre diversi CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) della provincia di Vercelli e recentemente diventata coordinatrice di un CAS che ospita 45 richiedenti asilo adulti.

Cosa si intende per ‘richiedente asilo’?

«Il Richiedente asilo è colui che ha lasciato il proprio Paese d’origine e ha inoltrato una richiesta di asilo in un Paese terzo ma è ancora in attesa di una decisione riguardo al riconoscimento del suo status di rifugiato. Ha diritto di soggiornare regolarmente nel Paese, anche se è arrivato senza documenti d’identità o in maniera irregolare. A questo proposito, rifugiato è un termine con un significato giuridico: è una persona che ha lasciato il proprio Paese e ha trovato rifugio in un paese terzo. Le sue condizioni sono definite dalla Convenzione di Ginevra: si tratta di una persona che “nel giustificato timore d’essere perseguitato si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può domandare la protezione di detto Stato”. Lo status di rifugiato è una condizione che si può “perdere” per diverse ragioni, ad esempio se la situazione del Paese è cambiata in meglio. Profugo,  per fare maggiore chiarezza, è un termine utilizzato in modo generico e indica chi lascia il proprio Paese a causa di guerre, invasioni, rivolte o catastrofi naturali. Infine con la parola migrante/immigrato si intende invece in generale chiunque si sposti per scelte personali in un altro Paese o in un’altra regione del suo Paese, solitamente per cercare lavoro o condizioni di vita migliori. È una persona non perseguitata nel proprio Paese e può farvi ritorno in completa sicurezza».

Quando hai deciso di fare questo lavoro?

«Quando mi sono laureata. L’assistente sociale nei CAS è un lavoro relativamente nuovo, mancano delle indicazioni precise su cosa bisogna fare. Mi attirava l’idea di inventarmi ogni giorno il lavoro».

 Cosa viene percepito dall’opinione pubblica diverso da come realmente è? Parliamo dei famosi 35 euro? Possiamo davvero aiutarli “a casa loro”?

«In Italia si sopravvaluta il fenomeno. Non siamo il Paese europeo che “ne accoglie” di più. Anzi. A ogni richiedente asilo o rifugiato vengono sì erogati 35 euro al giorno (presi da fondi europei appositi) ma non finiscono in tasca ai migranti; vengono erogati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e manutenzione e a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano (compreso il mio). Della somma complessiva loro ricevono solo 2,5 euro, il cosiddetto “pocket money”. “Aiutiamoli a casa loro” invece mi fa sempre sorridere. Mi ha sempre aperto nella mente un sacco di quesiti. Ad esempio, un ragazzo omosessuale che scappa dal suo Paese perché nel suo Paese è in vigore la pena di morte per chi è omosessuale come lo aiuti a casa sua? Cambi tutta la politica e le convinzioni di tutto il Paese?»

Che problemi ha il meccanismo dell’accoglienza italiano? 

«L’accoglienza è nata in modo emergenziale ed è stata quindi l’emergenza a guidare un po’ tutto il sistema. I centri di accoglienza quindi non sono tutti uguali e ogni volta che mi confronto con persone che fanno il mio stesso lavoro trovo delle differenze abissali. Inoltre le regole cambiano senza preavviso».

Avrai a che fare con storie particolarmente toccanti… 

«Sì, soprattutto con i migranti più giovani. Non è facile però farsi raccontare nei dettagli le storie personali, ci vuole un rapporto di estrema fiducia e tanto tempo. Spesso ci dimentichiamo di avere di fronte delle persone con una forza d’animo immensa. Io, personalmente, penso sarei morta già nel deserto. Le storie della Libia sono sicuramente più toccanti ma anche le più difficili da farsi raccontare. Parliamo di persone imprigionate, costrette a fare lavori pesanti gratuitamente senza cibo né acqua». 

Cosa spinge un ragazzo a tentare un viaggio così difficile e pericoloso verso l’Italia? 

«Non c’è una risposta unica a questa domanda. Qualcuno è perseguitato, qualcuno scappa per trovare soldi e aiutare i propri cari, qualcuno per guerre interne,  alcuni perché sono convinti che in Europa si diventi ricchi. Qualsiasi sia la motivazione, nessuno rifarebbe più quel viaggio. Questo è quello che mi dicono tutti».