La trentacinquesima edizione del Festival internazionale Vignale danza con stage e concorsi si terrà quest’anno non a Vignale ma a Torino, al Teatro Nuovo dal 25 giugno al 21 luglio. Una scelta (che preoccupa molto Vignale, v. box) motivata dalla crisi e anche dalla indisponibilità dei Teatri di Casale e di Alessandria. “Non si poteva fare diversamente - dice il patron Gian Mesturino - Sono il primo ad essere amareggiato. Io sono affezionatissimo a Vignale e ho sempre detto che in estate le sedie del Nuovo debbono riposare... Ma non abbiamo ancora visto i contributi, pur grandemente decurtati, dello scorso anno, e attrezzare piazza del Popolo con la copertura costa 70 mila euro... E’ un anno sabbatico, a settembre ci vedremo con tutti gli interessati per decidere il 2014”.
“L’obiettivo - ribadisce Lino Bongiovanni, vice presidente della Fondazione Teatro Nuovo – è tornare nel 2014 quando Palazzo Callori sarà sistemato. L’ultimo incontro in Regione non ha modificato la nostra decisione perché sono stati confermati solo i contributi pari a quelli del 2012, che sono insufficienti per garantire l’evento”. Tra l’altro la delibera del contributo è poi stata fatta solo nel marzo del 2013 , inoltre non vi sarà il contributo di 25mila euro della Fondazione Intesa San Paolo. “Si aggiungono - chiosa Bongiovanni- problemi logistici legati alla non disponibilità di palazzo Callori che è ancora in restauro. Dove mettiamo ad esempio i camerini?”. (l.a.- amb)
E’ come spostare Sanremo
a Salsomaggiore Terme...
Dopo l’annuncio che Vignaledanza non vedrà la sua prossima edizione in Monferrato mi aspetto epitaffi di circostanza: da “si è chiuso un ciclo” a “la crisi taglia gli ospedali figurati un festival”. Perfino la Fondazione Teatro nuovo, persino il patron Mesturino a cui tutti siamo debitori, forse stavolta non può far altro che abbassare la serranda di Piazza del Popolo. Lo spostamento a Torino sarà anche un modo per conservare l’etichetta e forse anche i finanziamenti in attesa di tempi migliori, ma questo è un festival dedicato a un territorio fin dal nome.
Fanno eccezione le dichiarazioni del sindaco del Paese della Danza, che sta giustamente pensando una alternativa, tuttavia credo che prima di mettere mano al calendario (e al portafoglio) sia bene prendersi un attimo per considerare come essere obbligati a ripensare al Festival, anche in termini di bilancio possa diventare un’opportunità. Io al Festival sono cresciuto, ho avuto il piacere di lavorare alla sua realizzazione e ne ho immeritatamente scritto, ho firmato gli ultimi 12 magazine del Monferrato dedicati alla rassegna.
Però grazie anche quest’esperienza ho finito per occuparmi professionalmente di eventi. Quindi, un po’ perché ci sono affezionato e un po’ per soddisfare il mio ego coreutico proclamo che il Festival può essere salvato, persino con un budget ridicolo come quello a disposizione.
Con l’attuale formula Vignaledanza era destinato comunque alla consunzione naturale: una platea da centinaia di posti, il tendone, lo spettacolo serale, settimane di programmazione con flamenco e tango…
Non regge il confronto con una generazione di nuovi Festival molto più flessibili dal punto di vista delle strutture e del programma. Light anche nei costi, perché capaci di sfruttare tutti gli angoli e le suggestioni del territorio ospitante.
Festival che sono prima di tutto luoghi di incontri e di idee che realizzano i loro guadagni non attraverso gli spettacoli (e chi si può permettere i biglietti ormai), ma attraverso l’indotto, soprattutto quello generato dalla buona tavola. Le Langhe (ebbene sì ancora loro, gli intraprendenti cugini) si stanno riempiendo di manifestazioni di questo tipo.
Infondo era lo spirito di Vignaledanza 1979 (io c’ero!): un grande happening, un posto bello di fronte a una enoteca, dove trovarsi per vivere la propria passione e poco importava se ci si doveva portare le sedie da casa. Un’idea che Mesturino ha più volte tentato di attualizzare, aggiungendo altre scene a quella di piazza del Popolo: l’ex caserma, i Battuti, il Teatrino dell’Eenoteca, le scuole… e qui sembra veramente che Vignale, abbia avuto la sua dose di sfortuna sulle location.
Però il paese e il circondario rimane sempre una zona con il più alto tasso di ospitalità del Monferrato (ottenuto proprio grazie al Festival), un patrimonio privato che se messo in rete e ben gestito offre una miriade di possibilità. Bellissime case e cortili privati, cantine, locali, si offrono per una concentrazione di mini-eventi che possono soddisfare tutto il pubblico.
Si obbietterà che la danza ha bisogno di strutture difficili da minimizzare: un palco di legno abbastanza esteso per una diagonale decente, un tappeto incerato, luci, quinte, ma l’arte moderna inventa anche percorsi trasversali e il digitale ha reso lo scambio di emozioni meno costoso.
Mettiamo il gesto in primo piano (anche in una serie di performance) e quando proprio lo spazio è piccolo discutiamo di fronte alle immagini. Scambiarsi passi di danza in skype dal Monferrato e New York non costa quasi nulla. E poi in ogni luogo del Festival facciamo in modo che ci sia la possibilità di degustare e acquistare quello per cui siamo famosi (se no perché la ballerina starebbe su una foglia di vite?) creiamo cene con spettacolo, offriamo pacchetti soggiorno e sapori.
Cinquantamila Euro sono risicati anche per un programma come questo, perché il grosso dell’investimento non sono gli eventi, ma creare, gestire e animare la comunicazione digitale per coinvolgere artisti e pubblico con buon anticipo (non dimentichiamo che molti degli appassionati di danza sono a loro volta dei canali media importanti perché hanno blog che coinvolgono migliaia di utenti).
Ecco questa è una strada non solo per salvare un Festival storico del Piemonte, ma anche per creare una rete tra privati, comuni e produttori dove ciascuno sostiene la manifestazione, sapendo che il ricavo del proprio vicino di casa non conta di fronte alla prospettiva di un ritorno di immagine globale. Non serve il tendone, serve collaborazione (riuscire a fare questo sì che sarebbe un miracolo dalle nostre parti).
Per quest’anno è andata, ma l’anno prossimo se si riesce a conservare qualcosa degli stanziamenti abbiamo l’occasione per “ricaricare” Vignaledanza in versione aggiornata 2.0. Sempre che lo si voglia fare veramente. Se si preferisce un epitaffio propongo una targa sul cedro del Libano della piazza quando toglieranno l’ultimo cantiere.