Siccità e fiumi agonizzanti: per Legambiente tante le cause e i problemi
Negli ultimi 150 anni le Alpi hanno registrato un aumento delle temperature di quasi due gradi centigradi: più del doppio della media globale dell’intero pianeta. Un effetto dei cambiamenti climatici sempre più repentini che questa estate hanno dato vita a fenomeni apparentemente in contrasto come lo scioglimento repentino dei ghiacciai e, allo stesso tempo, all’emergenza siccità con l’asciutta di interi corsi d’acqua.
«Anche se per quest’estate sembra passata la fase più critica sul fronte siccità occorre mantenere alta l’attenzione sulle politiche da attivare per farci trovare pronti alla prossima crisi idrica -dichiara Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta - Se in queste settimane alcuni hanno evocato la necessità di nuovi invasi da costruire in montagna, noi crediamo che nuove colate di cemento non siano la risposta adeguata ai cambiamenti in atto e, anzi, siamo convinti che sulle nostre montagne, come nei nostri fiumi, sia urgente avviare un percorso di resilienza. Di fronte a fasi meteoclimatiche sempre più polarizzate e persistenti occorre adeguare politiche e abitudini ataviche, da una maggiore attenzione al risparmio idrico domestico al passaggio ad un’agricoltura meno idroesigente, fino ad una riflessione sull’impatto che un certo tipo di centrali idroelettriche hanno sui corsi d’acqua».
Lo sfruttamento dell’acqua per la produzione di energia elettrica nei decenni ha permesso di soddisfare una consistente parte dei fabbisogni elettrici degli italiani. Gli impianti di taglia superiore ai 10 MW –si legge nel rapporto di Legambiente, L’idroelettrico. Impatti e nuove sfide ai tempi dei cambiamenti climatici- rappresentano circa l’83% della potenza installata totale, quelli di taglia da 1 a 10 MW circa il 14% mentre gli impianti più piccoli il restante 3%. Più del 70% della potenza installata è costituita da impianti grandi in esercizio prima degli anni ‘70. Al contrario le installazioni degli ultimi anni sono quasi del tutto riconducibili a impianti ad acqua fluente con potenza inferiore a 1 MW e con risultati non elevati in termini di produzione. Nel 2014 un totale di 2304 impianti idroelettrici di potenza inferiore ad 1 MW ha prodotto solo il 2 per mille dell’energia elettrica complessivamente consumata.
«E’ facile prevedere che gli oltre 2000 nuovi impianti di piccola taglia in progetto in Italia, con oltre 3000 km di corsi d’acqua derivati, possano mettere fortemente a rischio fiumi, torrenti e rii per produrre quantità di energia estremamente basse – mette in guardia Fabio Dovana - In Piemonte il 44% dei fiumi non raggiunge il buono stato ecologico previsto per tutti i corsi d’acqua entro il 2015 e le cause sono da cercare anche nei troppi prelievi idrici ad uso agricolo e idroelettrico. È quindi indispensabile una moratoria su questo tipo di impianti e un rafforzamento dei controlli sulle captazioni idriche esistenti e sul rispetto del deflusso minimo vitale dei fiumi, così come sarebbero da incrementare i misuratori di portata sulle prese d’acqua. Al tempo stesso è agli impianti “grandi” che bisogna guardare con maggior attenzione per mantenere la produzione idroelettrica nei prossimi anni. Ossia alle centrali più antiche, dove è fondamentale realizzare interventi capaci di migliorarne notevolmente l’efficienza e ridurre l’impatto sui bacini idrografici».