La Grande Guerra a novanta anni dalla fine - I monumenti - Moleto
di Roberto Coaloa
A novant’anni dalla fine della Grande Guerra, gli storici italiani si chiedono se, ricordando il 1918 come l’anno della fine del conflitto, si possa ancora parlare di vittoria. Su “IlSole-24Ore" dello scorso 7 settembre, ho dialogato con lo storico Mario Isnenghi sul significato della Prima guerra mondiale, cercando di capire il modo con il quale gli italiani di oggi possono esaminare e guardare gli avvenimenti del 1918.
A Vittorio Veneto, nell’ottobre 1918 terminò, con una clamorosa disfatta dell’esercito austro-ungarico, la guerra tra l’impero asburgico e il regno d’Italia.
Il 3 novembre fu firmato a Villa Giusti, presso Padova, l’armistizio. Il “bollettino della vittoria”, emanato da Armando Diaz il 4 novembre, fu riprodotto in migliaia di lapidi e almeno due generazioni di studenti se lo impressero nella memoria: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».
Mario Isnenghi si domanda: «Siamo nell’anniversario dell’armistizio? O della fine della guerra? Oppure - possiamo dirlo - della vittoria?» La scelta del riferimento è tutt’altro che neutra. «Io non rimuoverei pudicamente la vittoria. Il farlo, comunque, ha a che fare con nostre sindromi di oggi e non con la storia. Il 1918 rappresenta un problema storico: perché l’Italia ha vinto? Il 1918 non è questione di buoni sentimenti attuali o di interpretazioni dell’io desiderante (la pace) e interpretante nelle libere chiavi del poi. Ci sono dei fatti che sono veramente avvenuti e sono quelli di allora: sono lì che ci aspettano, sta a noi capirli. Cos’è accaduto tra Caporetto e Vittorio Veneto? Come in un anno si è arrivati alla vittoria? Anche se tutti oggi sostengono la pace, non vanno confuse la storia e l’educazione civica. Certo, in nome dell’educazione civica, cerchiamo quello che consideriamo giusto oggi: la pace e l’unificazione dell’Europa. Ma, memori dell’insegnamento di Benedetto Croce, occorre fare dei distinguo».
Il 1918 portò l’illusione che una guerra moderna potesse risolversi in una vittoria com’era accaduto nell’Ottocento.
Erano pochi allora a comprendere il disastro di un conflitto mondiale. Tra questi, Benedetto XV e l’ultimo imperatore d’Austria, Carlo d’Asburgo si accorsero subito della catastrofe.
Lo scontro fu così totale che il pontefice ebbe cognizione della fine degli equilibri internazionali e vide nel conflitto il tramonto dell’eurocentrismo, il ridisegnarsi geo-politico del Continente. Difese per l’ultima volta quel sistema multinazionale ormai avviato alla dissoluzione.
Il papa inviò nel 1917, a tutte le potenze belligeranti, una proposta di pace, nella speranza di giungere «quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più apparisce inutile strage».
Bisogna osservare, inoltre, che il numero dei morti nelle battaglie fu sempre sottostimato, in particolare quello sui caduti dell’ultimo anno di guerra.
Il momento dell’offensiva di Vittorio Veneto fu sbagliato e cagionò gravissime perdite; solo nei primi giorni gli italiani ebbero 5mila morti e 20mila feriti. La battaglia di Vittorio Veneto, in realtà, non fu la vittoria napoleonica che proclamò l’agiografia nazionale durante il fascismo: l’offensiva del Piave fu permessa non dall’abile manovra dei generali italiani, bensì dal collasso dell’esercito austro-ungarico.
Eppure, nel 1938, la battaglia di Vittorio Veneto fu celebrata grandiosamente «nel ventesimo annuale della vittoria d’Italia». Nel Pantheon delle glorie nazionali, sfilarono i ritratti del re «presidente onorario della sezione combattenti di Vittorio Veneto», di Mussolini, «fondatore dell’impero», di Emanuele Filiberto di Savoia, «comandante della terza armata “L’Invitta”» e quelli dei marescialli Cadorna, Diaz, Badoglio, Giardino e Caviglia.
È indiscutibile che nel 1918 l’esercito italiano raggiunse il più alto livello di forza della sua storia, come addestramento, organizzazione e comando. Una riprova è data dal fatto che non risultano apprezzabili differenze di efficacia tra le divisioni italiane, quelle austriache nemiche e quelle francesi e inglesi alleate impiegate in Italia. Nel 1940, dopo una dittatura che poneva al primo posto la ricerca di potenza bellica, i rapporti di forza saranno disastrosamente cambiati.
Il Monferrato è una delle zone d’Italia in cui, nel 1918, molti piccoli paesi persero l’intera popolazione maschile adulta. Lo sforzo bellico, infatti, fu sostenuto da tutti: popolazione contadina delle colline e borghesi delle città. A cura dell’Associazione “Pro Torino” e del Comitato Torinese di Preparazione, nel gennaio 1916 fu pubblicato “Piemonte eroico”. Nel libro troviamo i morti del primo anno di guerra dell’esercito del Regno d’Italia.
È Catterino Giorcelli a ricordare i nomi dei caduti del 1915: «Con commosse parole di superiori e commilitoni sono ricordati il capitano Pietro Bernotti, il sottotenente Carlo Prina, pure anime di eroi entusiasti, baciati in fronte dalla morte e dalla gloria; sono ricordati gli oscuri soldati che hanno data alla Patria la loro giovinezza, nobilmente e che sono morti gridando in faccia al nemico tutta la loro devozione eroica all’Italia nostra.
Quanti altri sacrifici la Patria chiederà ancora, il popolo nostro monferrino, forte e tenace, darà con fermo animo, poiché a ciò fare lo spronano la memoria dei suoi eroi nuovi e antichi. E certo altri suoi figli saluterà Casale insigniti di altissima distinzione, oltre a quelli che, decorati, continuano al campo a dar prove mirabili di coraggio generoso.
Ed anche qui si rivela la pura anima monferrina, forte di coraggio cosciente e sereno, eguale in tutte le classi, in tutte le gradazioni sociali.
Ecco i due giovani casalesi finora decorati di medaglia d’argento al valore: Giovanni Tommaso Caire, avvocato e sottotenente del genio; Carlo Leopardo, manovale ferroviario, bersagliere».
Alla fine del 1918 i caduti monferrini nella Grande Guerra si contarono a migliaia.
Sorprendono i tantissimi nomi di uomini caduti nell’ultimo anno di guerra, spesso ragazzi del “99”.
A Ozzano, come a Casorzo, si ritrovano maestose tombe dei giovani soldati falciati nell’atroce carneficina.
Non è un caso che a Casale Monferrato e ad Alessandria ci siano due tra i più imponenti monumenti ai caduti della Grande Guerra.
Il monumento di Alessandria fu eseguito dallo scultore Gaetano Orsolini. La località dove fu eretto il monumento ai caduti fu consigliata da un comitato in cui furono ascoltati i pareri di Leonardo Bistolfi: «Il monumento ai Caduti è un’ara a cui si dovrebbe accedere in pio pellegrinaggio, ed in occasioni speciali; perciò non ha sempre la sua sede acconcia in una piazza dove è sovente disturbato da mercati o da altre riunioni rumorose e profane, e dove per prima cosa dovrebbe avere grandi dimensioni e dovrebbe essere in armonia coi circostanti edifici, mentre poi avviene che gli edifici circostanti, alla loro volta, non sempre possono costituirgli degna cornice.
In modo più sicuro lo scultore raggiungerà il suo scopo se potrà erigere l’opera sua in un ambiente di verde, lontano dal traffico e sfruttando quale naturale sfondo una bella cortina di piante».
E fu con questo programma che Leonardo Bistolfi a Casale potè adattare e armonizzare la sua opera sullo sfondo di un grande giardino: il celebre monumento ai caduti, con la bellissima figura del fante, che testimonia il dolore e il sentire di un’epoca.
-Venerdì 12 dicembre (ore 21.30) a Moleto nell'ambito della rassegna "Undicimila Verbi" si ricorderà la Grande Guerra con un incontro sulla Prima guerra mondiale e una proiezione dedicata al Volo su Vienna con Luigi Angelino, Roberto Coaloa e Dionigi Roggero.