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L’intervista/ Riccarda Granata, professore associato di Endocrinologia dell'Università di Torino

L’antagonista che blocca il “mal d’amianto”

Inibita - in laboratorio - la crescita delle cellule di mesotelioma. Adesso ci vuole un trial clinico

Una nuova molecola è in grado di inibire fortemente la crescita delle cellule del mesotelioma pleurico maligno. Lo dimostra una ricerca svolta dalla equipe della professoressa Riccarda Granata pubblicata sulla rivista «Proceedings of the National Academy of Sciences» (PNAS).

Riccarda Granata è professore associato di Endocrinologia della Divisione di Endocrinologia e Metabolismo, Dipartimento di Scienze Mediche, Università di Torino, diretta dal professor Ezio Ghigo, a sua volta coautore del lavoro. 

È lei che - dal 2000 - dirige il laboratorio di Endocrinologia Molecolare e Cellulare dove sono stati realizzati gli esperimenti alla base del lavoro pubblicato, condotti in gran parte da Tania Villanova e Iacopo Gesmundo, entrambi del gruppo di ricerca torinese e coautori dello studio. 

Hanno poi collaborato altri gruppi dell’Università di Torino, tra i quali quello della professoressa Silvia Deaglio e il gruppo del professor Mauro Papotti. 

Un lavoro sperimentale di grande significato in Piemonte dove l’incidenza del mesotelioma è molto elevata a causa della presenza - per quasi tutto il XX secolo - di stabilimenti e attività di estrazione dell’amianto.

Tutto è nato grazie alla collaborazione con il gruppo del professor Andrew V. Schally - premio Nobel per la Medicina nel 1977 - dell’Università di Miami, che ha sviluppato e sintetizzato le sostanze alla base della ricerca. Abbiamo rivolto qualche domanda alla professoressa Granata.

Professoressa Granata, tutto è iniziato con le ricerche del professor Schally...

«Sì. il gruppo di studio che fa capo a Schally aveva prodotto sostanze molto promettenti per alcune forme tumorali, come il cancro della prostata e del polmone». 

E come mai l’idea di sperimentare queste molecole sul mesotelioma?

«Lavoriamo da tempo su questa patologia, che in Piemonte ha una incidenza molto importante, e avevamo già svolto uno studio con un’altra sostanza che aveva un effetto minore; per cui avevamo un modello sperimentale pronto. Avendo constatato che i GHRH antagonisti sono molto efficaci abbiamo pensato che fosse opportuno programmare una sperimentazione».

E com’è andata?

«Nei modelli che abbiamo sviluppato abbiamo osservato che queste sostanze riducono in modo considerevole la crescita delle cellule tumorali. 

«L’esperimento conferma che l’impiego degli antagonisti del GHRH - da soli o in associazione con il chemioterapico - può essere un possibile approccio per il trattamento del mesotelioma».

Si tratta, per ora, di ricerca di base...

«Abbiamo svolto anche una sperimentazione in vivo, su modelli animali inoculando cellule di mesotelioma pleurico maligno e somministrando le sostanze. 

E l’esperimento in vivo ha confermato i risultati?

Sì, anche in questo caso abbiamo constatato che queste molecole sono in grado di ridurre la crescita del tumore».

Per ora tuttavia non esiste ancora nessuna sperimentazione sull’uomo. È possibile fare previsioni su tempi e modi in cui ciò potrà essere possibile?

«Il problema è coinvolgere aziende farmaceutiche che però sono interessate soprattutto a patologie con grandi numeri. In Piemonte il mesotelioma ha una incidenza importante, ma a livello globale è considerato una patologia rara e ciò non semplifica le cose».

Il passaggio dalla molecola sperimentale sintetizzata a Miami al farmaco vero e proprio è molto complesso?

«Si, servono prove di stabilità e prove di tossicità prima di procedere con le sperimentazioni cliniche successive…». 

Qual è l’effetto di questo ormone? 

«Il GHRH è un ormone che stimola il rilascio dell’ormone della crescita, ma oltre a questo ha effetti su molti altri organi, come il cuore, esercitando una protezione dall’infarto e anche dall’ipertrofia cardiaca». 

 Ed è questo ormone a essere responsabile dello sviluppo del tumore?

«Inizialmente, in effetti, si pensava che avesse effetti sulla crescita del tumore, ma in realtà un lavoro recentissimo ha dimostrato che invece, in vivo, il GHRH ne riduce lo sviluppo. E che gli antagonisti funzionano ancora meglio.

Che ruolo svolgono gli antagonisti?

Gli antagonisti hanno un effetto contrario a quello dell’ormone stesso; tutti gli ormoni devono legarsi a un recettore, ma abbiamo osservato che gli antagonisti MIA-602 e MIA-690 si legano allo stesso recettore e bloccano così l’effetto dell’ormone. In questo caso, come dicevo, gli antagonisti hanno la capacità di ridurre la crescita del tumore in modo indipendente dall’ormone, quindi esercitando effetti propri.

Il fatto che ci siano più tumori che rispondono a queste molecole, tra cui quello della prostata e del polmone che sono molto diffusi, potrebbe rappresentare un aspetto positivo nell’ottica dello sviluppo della ricerca in direzione clinica?

«Gli antagonisti del GHRH mostrano un potente effetto inibitore sul cancro della tiroide, polmone, carcinoma renale, prostatico ed endometriale, anche nel glioblastoma, nell’adenocarcinoma del colon-retto, nel linfoma e nel retinoblastoma. Ora il punto è proprio trovare una casa farmaceutica disposta a investire in questa direzione per produrre un farmaco e iniziare l’iter sperimentale per arrivare a una nuova terapia... Intanto a Miami si stanno producendo nuovi antagonisti del GHRH con effetti ancora più importanti e con maggiore stabilità in vivo.