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  • 19 giugno 2017
  • Casale Monferrato

Il sogno di “Sambá” del casalese D'Alessandro al prestigioso “Tribeca Film Festival” di NY

Ettore non è un pugile, ma ha fatto sovente a pugni con la vita, perché è caparbio e non ha mai voluto arrendersi, non ha accettato di rassegnarsi e di lasciar andare via il suo sogno. E perché ha accanto una donna tenace, che lo ha amato e sostenuto nella sua determinazione, anche nei momenti più duri: Carolina Encarnacion. Così alla fine la vita ha dovuto arrendersi ed Ettore è riuscito a raggiungere il suo obiettivo, fare un film di livello internazionale - “Sambá” - un film che parla di boxe, di ambizioni deluse, di umiliazioni e di riscatto. Ettore, 41 anni, è casalese e molti lo ricorderanno perché quando era ragazzo correva in moto e andava pure forte! Poi un incidente al Mugello ha frenato le sue ambizioni sportive. Ettore Trombin è allora diventato Ettore D’Alessandro, decidendo di coltivare l’altra sua passione, fare l’attore, e si è trovato ad affrontare tutte le difficoltà di una “professione” in cui tanti, troppi, ripongono grandi aspettative ma che a pochi concede di ottenere riscontri apprezzabili (soprattutto in Italia, Paese dove conoscenze e raccomandazioni contano spesso più del talento). Il suo obiettivo vero comunque era diventare autore e produttore e - alla fine - ha fatto un film sul pugilato, che se certamente non è autobiografico porta sul grande schermo anche un po’ della sua lotta. “Sambá” viene dall’inglese “Sand bag” ed è il sacco che usano i pugili per allenarsi. A volte si riferisce anche a una persona che serve a tale scopo”, lo sparring partner, dicono le note di regia. «È un film sportivo drammatico sulla redenzione attraverso la metafora della vita e del pugilato», spiegano i produttori. E il film di D’Alessandro è stato selezionato (10 film tra 8700 provenienti da tutto il mondo) in competizione ufficiale al prestigiosissimo Tribeca Film Festival di New York, dove è stato presentato in anteprima mondiale, e ha ricevuto una nomination come miglior film. Abbiamo chiesto a Ettore di raccontare la sua storia al nostro giornale. Massimiliano Francia _____________________________________________ La storia di Ettore D'Alessandro Lavoro con il nome di Ettore D’Alessandro (il mio vero nome è Ettore Trombin, ma detesto il mio cognome dal primo appello del primo giorno di scuola), ho 41 anni, e rappresento una parte della diaspora italiana in cerca di un pezzetto di mondo, dove un sogno, una visione, possano trasformarsi in realtà. Sono nato a Casale Monferrato, sono orgogliosamente di San Germano. Pensavo sarei diventato un calciatore, ma ho dovuto smettere a 14 anni per via di un morbo alle ginocchia che certi giorni mi rendeva complicato anche solo camminare. Poi ho creduto che sarei diventato campione del mondo in motocicletta, sono arrivato a correre nei campionati nazionali, e un incidente al Mugello mi ha messo fuori gioco per sempre. Sono riuscito a farmi esonerare dalla naja (che al tempo era ancora obbligatoria) e dopo aver chiuso con la mia ragazza, sono montato su un treno e sono sceso a Roma, per la prima volta, all’età di 20 anni. Prima ancora di uscire dalla stazione Termini, ho chiamato mia madre e le ho detto che non sarei tornato. Sarei diventato un attore... Deliri di... freeway Dopo qualche anno sentivo che Roma e l’Italia mi andavano strette, e che avevo bisogno di nutrirmi di altro, di una realtà più grande, più vicina ai miei deliri di grandezza, avevo bisogno delle freeway, quelle da sei corsie che ti portano dritto al sogno. Con i soldi dell’affitto mi sono comprato un biglietto e me ne sono andato in USA. A Miami, dove un amico in vacanza mi aveva offerto un tetto per qualche giorno. A me era sembrata una ragione più che valida per scegliere la meta da cui ricominciare. Dopo tre mesi, il visto turistico era scaduto e io avrei dovuto abbandonare gli USA, ma ero ancora a Miami dove facevo il cameriere... Sono nuovamente montato in aereo e finalmente sono arrivato a Los Angeles. Non la faccio lunga, nei quasi 3 anni trascorsi là, è successo di tutto e ho fatto di tutto, qualunque lavoro, patito la fame, un matrimonio assurdo, e così via... ma ho imparato una lingua e ho studiato, mi sono preparato. In parte come autodidatta, in parte (quando potevo permettermelo) prendendo lezioni. Ho imparato la disciplina nella città della perdizione. E la amavo quella città. Ma ad un certo punto sono dovuto rimpatriare forzatamente, e da allora non ho più avuto più la possibilità di mettere piede sul suolo americano, non perché non volessi, ma perché avevo trascorso un periodo di illegalità. Sono ripartito dal mio paesino di 1500 anime. Mi sono trasferito a Milano, ho conosciuto Carolina, una modella dominicana, oggi mia moglie, madre di mio figlio, e produttrice con me. “...lei, la mia lei...” Ho saputo immediatamente che era lei, la mia lei; l’ho convinta a venire a Roma con me. E dopo un anno e mezzo è nato nostro figlio. Lei ha abbandonato la sua carriera per seguire la mia, e a discapito dei sogni e degli scenari idilliaci e mai realizzati, che le avevo venduto, lei è sempre rimasta con me, spronandomi a non mollare, accettando di passare giorni in cui dovevamo cercare le monetine sotto i sedili della macchina per racimolare qualche euro. In Italia ho continuato a provarci, come sceneggiatore, come attore, ma niente si è mai trasformato in possibilità concreta. Sì, le solite serie TV che abbiamo fatto tutti, ma l’occasione vera non mi è mai stata concessa. Ogni volta che mi ci avvicinavo, svaniva come un miraggio. “Portavo sigarette e caffè” Il lavoro più stabile che ho avuto nel cinema è stato come assistente di un produttore a cui compravo le sigarette, facevo il caffè, e rompevo le palle continuamente perché leggesse ciò che scrivevo, senza che mai avvenisse. Insomma, ci ho provato per anni, e per anni, ho fallito. Perlomeno considerando la meta a cui ambivo. Così ho deciso con mia moglie e mio figlio Hector Javier, di andarmene dall’Italia, un’altra volta e per sempre. Volevo tornare in USA, ma non potevo, cosiì abbiamo deciso di trasferirci per un po’ in Repubblica Dominicana. Mia moglie mi diceva spesso, che a Robert de Niro piaceva molto quell’isola, e che spesso ci andava, e che magari un giorno lo avrei incontrato... e io mi incazzavo. Mi sono indebitato e ho aperto un piccolo ristorante, e sono fallito in meno di un anno, ritrovandomi un’altra volta sul lastrico: era partito bene, ma io in testa continuavo ad avere altro... Poi ho scoperto la recente legge locale per sviluppo della giovane industria cinematografica del Paese; un tax credit molto efficace. Così abbiamo deciso di rimanere e di provarci, un’altra volta guidati solo dall’illusione. Oggi sono passati 5 anni e ancora non sono uscito dal Paese. Ho imparato una nuova lingua, ho scritto un film, aiutato da mia moglie, e con lei abbiamo cominciato a bussare a tutte le porte possibili in cerca di fondi. Alla fine siamo stati premiati dal Ministero della Cultura per il miglior progetto cinematografico dell’anno, e “al pasito”, piano piano, siamo riusciti a conquistarci credibilità e a mettere insieme i soldi: circa 1.5 milioni di dollari. E abbiamo prodotto il film. Un film dal cuore italiano Oggi, dopo quasi tre anni di gioie e di lacrime, e di ripetute cadute, Sambà è una realtà; è un film dominicano con un cuore italiano. È un incontro tra culture. Ma per noi è molto più che un film. Il film è stato selezionato (10 film tra 8700 provenienti da tutto il mondo) in competizione ufficiale al prestigiosissimo Tribeca Film Festival di New York, dove è stato presentato in anteprima mondiale, e ha ricevuto una nomination come miglior film. (Chi desidera restare informato sul film e vedere i trailer lo può fare collegandosi alla pagina FBsambafil o su instagram @sambafilm). E Robert de Niro... Tre note curiose. La prima è che è il primo film dominicano ad arrivare tanto lontano. La seconda è che quest’anno nessun film italiano è riuscito ad entrare in competizione, nonostante una delegazione del festival sia stata in Italia appositamente per visionare personalmente film di fior fiore di produttori (anzi di produttori “veri”). E la terza, è che Robert de Niro è il creatore del Tribeca Film Festival, e il circolo si chiude... E mia moglie aveva ragione. “Non fermarsi mai...” Vorrei che questo film potesse rappresentare una voce, anche se piccola, che urla al mondo e agli amici che ho lasciato, di non fermarsi e di non smettere di cercare. Gli USA mi hanno creduto, mi hanno perdonato, e mi hanno regalato una seconda stupenda opportunità, e la Wold Premiere del film è stata propio là, su quel pezzo di mondo che amo e dove per 12 anni giusti giusti (me ne sono andato dagli Stati Uniti ad aprile 2004) non ho avuto possibilità di rimettere piede. La stessa opportunità desidero conquistarla nel mio Paese, anche se evidentemente è meno ricettivo alla meritocrazia. Il film è stato negli stessi giorni presentato anche in competizione ufficiale al BAFICI Film Festival di Buenos Aires, il festival più importante dell’America Latina, dove, come al Tribeca ha fatto sold out a tutte le proiezioni e ricevuto critiche importanti. Ora i più prestigiosi festival del mondo ci stanno richiedendo e già abbiamo un contratto di distribuzione internazionale firmato, con uscita garantita nelle sale cinematografiche statunitensi. Questo stesso anno Sambá sarà in uscita anche in Italia, dopo che sarà stato presentato in anteprima europea in un altro tra i festival più importanti e prestigiosi del vecchio continente. E il circolo chiuso sarà a quel punto sigillato. Dal romanzo al... nuovo film! Attualmente ho due produzioni in sviluppo; la prima è una grande co-produzione con Spagna che sarà realizzata tra i Caraibi e le Canarie, mentre la seconda che assorbe grandemente il mio cuore, sarà filmato tra Stati Uniti e Republica Dominicana. È un adattamento del mio primo romanzo “Senza Fiato” che sarà in uscita in Italia nel mese di ottobre, edito da Foschi Editore, con distribuzione nazionale. Vorrei che anche nella mia piccola città natale la mia storia avesse eco, che avesse conseguenze positive. Per chi - come me - ha deciso di continuare a cadere, senza vergogna, senza timore, e di continuare a rialzarsi, fino a quando il dannato sogno diventa realtà. Ettore D'Alessandro

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