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Eternit, l’appello va avanti. Il pm Colace: «In tutti i siti un unico disegno criminoso»

Non sarà invalidato e proseguirà a Torino il processo Eternit. Lo ha deciso ieri, lunedì, il tribunale della Corte di Appello presieduto dal magistrato Alberto Oggè (a latere i magistrati Flavia Nasi ed Elisabetta Barbero) che dopo essersi ritirata per circa un’ora e mezza in camera di consiglio ha comunicato che la discussione procederà e ha reso noto il calendario delle prossime udienze: domani, venerdì e lunedì e ancora mercoledì della prossima settimana (quattro udienze) saranno dedicate alla requisitoria della Procura generale, vale a dire l’accusa: i pm Ennio Tomaselli, Raffaele Guariniello, Sara panelli e Gianfranco Colace. Poi interverranno le parti civili, gli avvocati cioè che difendono le vittime della strage Eternit, quelle vittime che secondo i legali dello svizzero Stephan Schmidheiny e del belga Louis de Cartier, (condannati in primo grado a 16 anni di carcere) nel processo non dovrebbero neanche esserci perché la loro presenza nel procedimento (udite, udite...!) sarebbe lesiva del diritto di difesa! «Sarebbe paradossale - aveva sottolineato il pm Tomaselli - che in un processo come questo proprio le voci delle vittime e le loro richieste fossero assenti o oscurate», aggiungendo che quello che si sta celebrando a Torino è un processo «di carattere eccezionale, anche per lo stesso apparato giudiziario». E anche Raffaele Guariniello aveva posto l’accento che per il reato di disastro basterebbe avere creato una situazione di pericolo, ma qui le vittime ci sono e sono oltre tremila. Una cifra che dà la misura della gravità del reato di cui si sono resi responsabili gli autori di questa strage. Respinte le eccezioni Sia pur senza un esplicito pronunciamento quindi, sono di fatto state respinte le eccezioni di costituzionalità e quelle procedurali che aveva posto la difesa degli imputati e che miravano nella sostanza ad annullare il processo o a spostarlo altrove, insabbiandolo e rendendo così la prescrizione un traguardo non impossibile da raggiungere. Rigettate anche le istanze dei «responsabili civili», le società - cioè - collegate agli imputati e che saranno chiamate in causa per i risarcimenti pecuniari in caso di conferma della colpevolezza degli imputati; i loro legali avevano chiesto di essere lasciate fuori dal processo. «La Corte invita...» «La Corte invita le parti a procedere alla discussione illustrando nel merito i rispettivi motivi di gravame», ha detto il presidente Oggè al termine della camera di consiglio riunita dopo che erano stati conclusi gli interventi delle parti civili. Dalle prossime udienze si entra dunque nel merito, dopo avere discusso - su richiesta della difesa degli imputati una quantità di questioni preliminari come la legittimità del tribunale italiano a giudicare gli imputati, ma anche se non fosse irregolare il processo istruito a Torino che - secondo i difensori dei signori dell’Eternit - avrebbe dovuto avvenire in Corte d’Assise. E poi le presunte incostituzionalità, una delle quali tale da far letteralmente strabuzzare gli occhi: la pena, dopo tanto tempo - hanno affermato gli avvocati di Schmidheiny - non avrebbe valore «rieducativo», e quindi non potrebbe essere applicata. «Il picco delle morti - ha replicato l’avvocato Davide Petrini, in aula in difesa delle vittime - è atteso fra 10, 20 anni. Dire che questo processo non vede rispettata la funzione rieducativa della pena quando non si è ancora arrivati al picco dei decessi causati dagli eventi o dalla conseguenza degli eventi mi pare ingiusto». Del resto le difese hanno sempre sostenuto che di fatto i morti non contano nulla, ma - processualmente - vale solo la «condotta», invocando la prescrizione. Salvo chiedere poi che il processo si celebri non per disastro ma per gli omicidi, forse per legittimare la competenza della Corte di Assise e aspirare all’annullamento del processo. E comunque per poter sentire a uno a uno le parti offese. Ma non contavano niente? O servono solo quando si tratta allungare i tempi processuali? Del resto coerentemente - è stato messo in evidenza, anche la sentenza di primo grado ha concesso il ristoro dei danni di esposizione, non per le morti, ha evidenziato ancora Petrini. Quanto ai responsabili civili Maria Grazia Napoli, avvocato torinese anche lei in aula per difendere le vittime dell’Eternit, ha messo in evidenza che la «società-cassaforte» dello svizzero Schmidheiny avrebbe attuato una vera e propria strategia evitando di presentarsi al processo di primo grado per invocarne la nullità in appello e sperare che fosse rifatto tutto da capo sostenendo di non essersi potuta difendere. Tutto questo in ragione di presunte nullità delle notifiche. Tutto regolare - invece - secondo la legale torinese, come dimostrerebbe la documentazione a disposizione presso gli uffici giudiziari. «Notifiche effettuate ai responsabili civili effettuate con modalità autorizzate espressamente dal tribunale», aveva evidenziato anche la pm Sara Panelli. Pare piuttosto inverosimile - poi - la versione data dai legali della multinazionale che affermano che avrebbero appreso dai media della condanna in primo grado. E non possono non tornare alla mente i milioni di euro investiti dal 1986 in poi dallo svizzero per spiare, schedare e controllare magistrati e cittadini attivi sulla vicenda amianto. Le repliche dei pm Nell’udienza precedente erano stati i pm a controbattere alle tesi della difesa relativamente ad altre ragioni di nullità. Per esempio il fatto che i consulenti della Procura non avessero messo a disposizione i propri dati grezzi. «Bastava procurarseli», come hanno fatto gli specialisti incaricati dall’accusa. O la questione della competenza territoriale e la richiesta di spostare i processo altrove (Casale, Genova Napoli... ma non a Torino!), con argomentazioni un po’ tirate per i capelli a giudizio del pm Gianfranco Colace visto che tutto è partito dalla Procura di Torino, «l’unica ad avere svolto le indagini» sull’«unico disegno criminoso» realizzato in tutti i siti sede di stabilimenti Eternit. E poi la questione relativa alla traduzione dei documenti, secondo le difese non effettuata in tutti i casi. Anche qui nessuna lesione del diritto di difesa, visto gli stessi avvocati degli imputati - ha detto ancora la Panelli - «hanno prodotto documenti in francese e in inglese e che non hanno chiesto le traduzioni se non tardivamente; che le consulenze hanno chiarito il significato dei documenti stranieri e che durante il processo hanno dimostrato di conoscerne il contenuto. E peraltro i documenti non tradotti sono stati esclusi dal giudice preliminare».