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Lorenzo Magrassi, un maestro di poesia

Cordoglio nel mondo culturale monferrino per la scomparsa di Lorenzo Magrassi, poeta e scrittore, avvenuta lunedì all’ospedale di Casale dopo lunga malattia. Era nato a Villavernia il 23 agosto 1933 e si era trasferito giovanissimo a Mombello dove abitava in via Roma. Aveva seguito gli studi classici e, dopo il conseguimento della Maturità, aveva svolto un impiego bancario. Si era sempre dedicato con passione allo studio della Lingua e della Letteratura in piemontese. Molte le pubblicazioni. Aveva anche diretto il complesso corale dei Polifonici Monferrini. Il Rosario è stato recitato mercoledì  sera nella parrocchiale di San Pietro a Mombello dove si svolti funerali alle 15 di ieri, giovedì. La salma è stata tumulata nella tomba di famiglia a Spineto Scrivia. Lascia la compagna Gabriella Canzan. Su Magrassi un ricordo del preside Gianni Abbate.

Lunedì 4 settembre è mancato il poeta e scrittore Lorenzo Magrassi. Da un anno lottava contro una malattia che non gli ha lasciato scampo, ma che ha affrontato con coraggio e determinazione nel non abbandonare mai suoi affetti e le sue passioni intellettuali e poetiche. Era un uomo di grande spessore e profilo, di profonda sensibilità e generoso in ogni circostanza in cui era coinvolto. L’ho conosciuto nel 1994. Eravamo entrambi nella giuria del premio di poesia organizzato e gestito dal circolo casalese “Ravasenga”.

Da allora fummo spesso insieme sempre come membri di giurie anche in altri concorsi, ma il più delle volte sempre nel “Ravasenga”. Le sezioni di poesia erano varie e multiformi, ma il settore dialettale era quello che ci coinvolgeva di più. Nel valutare le poesie dialettali (in idioma piemontese e specialmente monferrino) ci trovavamo quasi sempre d’accordo. Ma l’incomparabile maestro era lui. Ho imparato da lui moltissimo in fatto di capacità espressive nel versificare dialettale, di intensità iconica della parola, di ricchezza e polisemia del verso, dell’architettura delle strofe. E mi illuminò sulle finezze dei vocaboli scelti e soprattutto nel distinguere tra una poesia “tradotta” in dialetto da un canovaccio costruito in italiano (e perciò artificiosa e approssimativa nell’uso del vocabolo, un italiano dialettizzato spesso artatamente) e una poesia “pensata” direttamente in dialetto, col sapore intenso e suggestivo della parola pura dei nostri vari dialetti collinari.

Mi fece inoltre conoscere alcuni poeti dialettali che ignoravo, come il grande Dumini Badalin e altri di pari livello. Più avanti nel tempo arricchì col suo contributo di lezioni sul poetare dialettale l’Unitre di Casale, per molti anni. E sono onorato di averlo proposto come docente e introdotto organicamente nel corso.

Teneva lezioni o di poetica dialettale in generale o su singoli poeti e su specifiche poesie. E’ stato apprezzato docente per vari anni e solo la malattia lo ha fermato. Ma Lorenzo è stato – e forse prima di tutto - intenso poeta lui stesso, prima dialettale e poi in lingua italiana riccamente altrettanto suggestiva e pregnante. Pubblicò nel 1997 una raccolta di liriche in dialetto collinare di Mombello “Cheur e pais”.

Ebbi il piacere di presentare il bel volume in varie occasioni (iniziai con l’Unitre nello stesso 1977) ed ogni volta ne coglievo la ricchezza di vena e la generosità e fluidità di una ispirazione che scaturiva coinvolgendo irresistibilmente il lettore se si sapeva coglierne tutta la pregnanza, le sfumature mirabili, la serena malinconia di fondo, la contenuta commozione di uomo tra gli uomini, empatico verso tutti e tutto.

La sua raccolta è stata tra il meglio del nostro recente poetare dialettale e si pone degnamente accanto alla raccolta del grande Teresio Malpassuto, che anch’egli da anni non è più tra di noi e che molto ammirava le liriche dialettali e italiane di Lorenzo.

Poi le poesie italiane: grande la raccolta del 2007-2009 “Cadenze del cuore”, che purtroppo per varie ragioni (specie di salute) non potrei presentare. Ma mi fece avere presto il volume e lo lessi con trasporto e all’inizio con un po’ di scetticismo. Mi ero fissato sul suo poetare dialettale. Ma queste poesie italiane si sono rivelate (e le ho rilette da allora molte volte) nella loro “diversità” delle precedenti dialettali, altrettanto ispirate, plurisemiche, liricamente suggestive e ispirate da una vena di trepida umanità e di sofferta sublimazione lirica del nostro sentire doloroso di uomini di oggi, sospesi tra il tutto e il nulla, nati già con la ferita dell’incompiutezza e del “vanitas vanitatum”.

Ma non di rado i toni, pur ispirati a virile, assorta tristezza, erano sereni, specie quando il poeta si soffermava sul fascino della natura, sull’incanto delle stagioni che si alternavano coi loro specifici colori e profumi, in un insieme musicalmente concertato (non a caso Lorenzo dirigeva una corale), interiorizzato nell’ordito dei ricordi.  Molto abbiamo perduto con la scomparsa di Lorenzo, di questo poeta e studioso riservato e schivo, di poche parole, ma di intesa e generosa umanità. Mi auguro si possa prima o poi pubblicare almeno una silloge di tutti gli scritti di lui inediti.

Specie occorre in qualche modo far giungere alla pubblicazione di quella sua seconda raccolta di poesie dialettali che era pressoché già apprestata, col titolo “Braschi e valospi”. Di questa raccolta ci parlò ancora venti giorni fa dal suo letto d’ospedale.

Poco prima che lasciassimo la sua stanza, con voce esile, ma chiara e impostata, ci disse una delle poesie della raccolta progettata.

Ne rimanemmo basiti e commossi, interiormente frastornati: era una composizione molto bella, struggente, una melodia di parole suggestiva, dolce e insieme desolata, intrisa di contemplazione e di rimpianto.

Ed amo ricordare Lorenzo in questi momenti finali del nostro incontro, mentre ci mormorava - prima del congedo e del sostanziale addio - quei versi che erano pura musica del cuore e dell’anima, in quel dialetto ormai arcano dagli echi metaletterari e di forte vena creativa, disvelante il nostro limite ontologico di “nati per la morte”, immersi però in una natura perennemente viva e autorigenerantesi.

Ci mancherai appassionato direttore del coro dei tuoi paesi, letterato rigoroso, raffinato lettore, schivo e prezioso poeta. Che la terra ti sia lieve.