Uno dei mosaici più belli ed evocativi del Duomo è quello denominato da E. Comello e G. Ottolenghi "Il mostro dalle sette teste" (1917, p. 18 seg. ). Si trova nel corridoio dietro l'abside, sulla parete destra verso la chiesa. Viene identificato come il mostro dell'Apocalisse di Giovanni (17, 7-10) a causa della scritta SEPTEM CAPITA (la parte destra del mosaico è lacunosa, ma il termine CAPITA è sicuro, perché abbiamo a disposizione il disegno del Mella con la scritta completa). Il mosaico doveva avere un notevole impatto nello spettatore medievale grazie alla "forza psicodinamica del disegno", che dà un "alone magico" e crea "la particolare atmosfera della dialettica medievale di luce e ombra", come ha scritto a proposito dei mosaici casalesi Giuse Vipiana in un recente articolo su questo giornale (9 novembre 2007, p.27).
Ma che vi sia raffigurato il mostro dell'Apocalisse, simbolo dell'Anticristo, gli interpreti hanno dei dubbi a causa della mancanza delle dieci corna delle quali era fornita la bestia ("che ha sette teste e dieci corna"). Così Comello e Ottolenghi suppongono che il mosaico raffiguri piuttosto l'idra di Lerna, con la quale Ercole combattè nella seconda delle sue fatiche. Questa ipotesi viene però contraddetta dal fatto che il mostro mitologico pagano - che apparirebbe d'altro canto fuori luogo in una chiesa - non ha mai sette teste, ma nove e più. Isidoro di Siviglia dice a proposito del mostro dell'Apocalisse: ut legimus bestiam septem capita habentem. Sunt et septem daemonum principalia vitia. L'ispiratore del mosaico ha voluto espressamente designare un mostro a sette teste con la scritta SEPTEM CAPITA (e non HYDRA), emblematica del mostro dell'Apocalisse, al fine di evitare equivoci. Vero è che mancano nella raffigurazione le dieci corna, che simboleggiano nell'opuscolo giovanneo "dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potestà di re" (18,7), mentre le sette teste "sono sette re: cinque sono caduti,uno sussiste,l'altro non è ancora venuto"(18,10). Abbiamo quindi un mostro dell'Apocalisse che corrisponde solo in parte al testo giovanneo. Questo fatto deve essere spiegato. Ci troviamo in questo caso nella necessità di una "lettura flessibile" del simbolo, come esorta a fare in generale Giuse Vipiana nell'articolo citato? Se mancano le corna un motivo in effetti ci deve essere.
Quale messaggio, ci chiediamo allora, voleva trasmettere l'autore del disegno? La spiegazione si trova in un episodio avvenuto durante la terza Crociata, a Messina alla fine del 1190 d.Cr., come ci narra il celebre storico delle Crociate Steven Runciman (Storia delle Crociate, II,Torino 1993, p.722): "Il giorno di Natale Riccardo [Cuor di Leone] diede un sontuoso banchetto ed invitò il re di Francia ed i notabili siciliani. Alcuni giorni dopo ebbe un interessante incontro con l'anziano abate di Corazzo, Gioacchino, il fondatore dell'Ordine di Fiore. Il santo vegliardo gli spiegò il significato dell'Apocalisse.
Le sette teste del drago, egli disse, erano Erode, Nerone, Costanzo, Maometto,Melsemuth ( probabilmente Abdul Muneim, fondatore della setta Almohad), Saladino ed infine l'anticristo stesso, che era nato a Roma quindici anni prima e si sarebbe seduto sul trono papale." Proseguì Gioacchino dicendo che Riccardo sarebbe stato vittorioso in Palestina e che presto Saladino sarebbe morto (il che avvenne nel 1193). L'episodio, narrato dal cronista Benedetto di Peterborough, che si fonda su informazioni di qualcuno che assistette all'incontro, ebbe vasta eco in Europa. Se ricordiamo che Gioacchino da Fiore era un cistercense, è facile ipotizzare un ruolo dell'abbazia di Lucedio nella diffusione in Monferrato dell'originale interpretazione del mostro dell'Apocalisse. Si spiega pertanto la mancanza di corna nel nostro mosaico e allo stesso tempo si guadagna un prezioso riferimento cronologico: l'esecuzione del mosaico qui trattato e degli altri mosaici del Duomo avvenne dopo la fine del 1190 e probabilmente, finita la Crociata (1192) che vide la vittoria di Riccardo Cuor di Leone, dopo la morte del Saladino (1193). La profezia dell'abate calabrese, così com'è narrata dal cronista inglese, ha tutta l'aria infatti di essere una profezia post eventum, perché prevede con troppa esattezza quello che realmente successe: la vittoria di Riccardo Cuor di Leone nella terza Crociata e la morte del valoroso sultano Saladino.
Olimpio Musso