Da quando sono in grado di ricordare, ricordo Guareschi.
Mio padre, il martedì, rinunciava al “Virginia” (il “Virginia “ era un lungo ed affilato sigaro dalle foglie chiare dentro al quale scorreva una cannuccia; mio padre , dopo cena si sedeva a cavalcioni della sedia vicino alla stufa ed alla radio ed in un amen era avvolto da volute di fumo grigio dal profumo -?!?- intenso ed acre); con le dieci lire risparmiate, mi mandava dal tabaccaio a comprare Candido, “settimanale del sabato”. Al Ronzone il Candido era praticamente bandito, ne arrivava uno solo; quando non lo comprò più mio padre, la Vera lo faceva arrivare per me.
Candido era diretto , all’inizio, da due reduci del glorioso “Bertoldo” ante guerra; due Giovanni -e della cosa io ero particolarmente inorgoglito- : Mosca e Guareschi, che si avvalevano di collaboratori celebri: Carletto, Manzoni ( padre del ‘Signor Veneranda’), Walter Molino, Palermo, Mondaini (il papà di Sandra), Massimo Simili ed altri.
Ma l’anima del giornale(due fogli- quattro facciate- di carta ruvida stampati in caratteri piccoli) era Guareschi.
Quando mio padre lo leggeva, gli si illuminavano gli occhi.
“Giusto- esclamava, bravo! Meno male che c’è uno così… questo le ha sotto…”.
Io non capivo cosa Guareschi potesse aver sotto , ma era una cosa sicuramente molto importante vista l’ammirazione che suscitava in mio padre.
Erano i tempi eroici della grande disfida post bellica, la disfida che decise il futuro dell’Italia. Guareschi fu decisivo, con la sua lotta contro il Fronte Popolare, all’affermazione, il 18 aprile del 1948, della Democrazia Cristiana. Creò personaggi mitici, come i trinariciuti (“contrordine compagni- grida un affannato trinariciuto ai compagni che stavano alacremente buttando giù le pareti divisorie dei W.C- la frase pubblicata sull’Unità: bisogna proseguire sulla via del progresso senza distinzione di cessi, contiene un errore di stampa e pertanto va letta senza distinzione di sessi…”); disegnò vignette celeberrime, decisive nella campagna elettorale, come quella del soldato scheletrito dell’Armir che, aggrappato ai reticolati del lager sovietico, indicando lo stemma del Fronte Popolare- il logo di Garibaldi- esclamava: “ mamma votagli contro anche per me”; o quello dell’elettore che, dubbioso nella cabina elettorale con la matita sospesa a mezz’aria, captava l’ammonizione: “nel segreto della cabina, Dio ti vede, Stalin no”.
Su Candido pubblicava anche i racconti di don Camillo e Peppone. Il libro con la raccolta di questi racconti, fu in breve un grande successo editoriale che divenne planetario dopo i film interpretati da Fernandel (don Camillo) e Gino Cervi (Peppone).
Pubblicava anche libri come “Il destino si chiama Clotilde”, Il “Marito in collegio” (entrambi umoristici) ed altri come “L’Italia Provvisoria” ed il “Diario clandestino” (“Questo diario- premetteva- è talmente clandestino che non è nemmeno un diario…”); quet’ultimo, è una straordinaria testimonianza, impregnata di poesia, dei campi di concentramento tedeschi (dove Guareschi fu prigioniero per quasi due anni dal settembre del ’43 al giugno del ’45).
Nessuno, nessuno al mondo, ha saputo come Guareschi trasfondere e comunicare la disperazione dei lager, fatta di dolore, di morte, ma soprattutto di nostalgia disperato, ed apparentemente irrealizzabile, desiderio del ritorno…) che non diventano però mai rassegnazione combattuti come sono dalla tenacia della speranza.
Più che la morte, sempre incombente e presente, il protagonista è la speranza.
Nel “Diario clandestino” Guareschi è grandissimo scrittore; ricorda, per la sintesi e la forza evocativa (“Le poche patate crude che ci danno ogni tre giorni, alla mano, hanno messo dei lunghi germogli pallidi e molli come vermi. deve essere primavera…”) il miglior Hemingway dei “ Quarantanove racconti”, con il valore aggiunto della poesia che Hemingway non ha, e Guareschi sparge a piene mani.
Guareschi è stato ricordato, nell’incontro conviviale del Rotary di Casale lunedì sera (ospiti d’onore i figli di Guareschi, Alberto e Carlotta (la Pasionaria), al quale hanno presenziato lo scrittore don Alessandro Pronzato, monsignor Alceste Catella, vescovo di Casale; il rettore di Crea monsignor Francesco Mancinelli, don Pierino Fumarco .
Il presidente del Rotary, dottor Pier Carlo Deambrogio, ha aperto il dibattito presentando i figli dell’autore di “don Camillo” ed il relatore don Alessandro Pronzato- monferrino, scrittore tradotto in tutto il mondo- autore di diversi libri su Guareschi (l’ultimo dei quali ,Don Camillo di Guareschi. Un prete come si deve, è già stato recensito su queste colonne da Dionigi Roggero) che ha parlato di ‘ Guareschi uomo libero’, illustrando la sua opera sia narrativa che giornalistica “impregnata sempre di totale indipendenza”.
Ha ricordato anche la dignità con cui Guareschi ha affrontato la prigione, nel 1954, dopo la condanna seguita alla querela di De Gasperi: “Guareschi- ha detto don Pronzato- subì l’ostracismo dell’Italia ufficiale che , quando morì, lo ignorò completamente (l’Unità scrisse “ E’ morto lo scrittore che non è mai nato”); ma non i suoi lettori che lo seguono tutt’ora in tutto il mondo e fanno di lui lo scrittore italiano più letto, e tradotto, in assoluto..”
Nel dibatto successivo , intercalato dalle risposte di Alberto e Carlotta Guareschi, ci sono stati interventi di Giuseppe Tarditi, Filippo Galimberti, Francesco Boverio e di chi scrive queste note.
Ora approfitto del privilegio che ho firmando questo articolo, per dire a Guareschi (ringraziando il Rotary che ha dato l’occasione, con Alberto e Carlotta, di ricordarlo) – per i sorrisi che ci ha donato, per la poesia con cui ha riempito i nostri cuori di malinconia e di speranza, per la testimonianza che ha trasmesso ai suoi figli ed a noi di una vita nella quale ha sempre ,comunque e dovunque, pagato di persona , per il ricordo che ho degli occhi di mio padre che si illuminavano quando, leggendolo, aveva la consolazione di non sentirsi solo; per questo e per tante altre cose che non riesco a tradurre in parole e frasi- voglio dire a Guareschi quello che mi porto nel cuore fin da bambino: “grazie Giuanin…”.
GIANNI TURINO