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Un primo bilancio di mons.Sacchi ad un anno dal suo arrivo a Casale
Intervista con il vescovo che dal 29 ottobre dello scorso anno guida la diocesi evasiana
Nato nel 1960, ordinato sacerdote nel 1990 e vescovo il 21 ottobre 2017, dal 29 ottobre seguente mons. Gianni Sacchi è vescovo della Diocesi di Casale Monferrato. Da appena 425 giorni, ma con le idee molto chiare, il presule biellese (di Trivero) è alla guida della chiesa evasiana succedendo a mons. Alceste Catella. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata “di fine anno” in esclusiva per il nostro giornale.
Mons. Sacchi, ha da poco festeggiato il primo anno a Casale. Un bilancio?
In 14 mesi ho avuto modo di girare quasi tutta la diocesi. Mi sono reso conto che siamo in una situazione che definirei di “pastorale di conservazione”: riusciamo, cioè, a mantenere la messa domenicale, un minimo di catechismo, qualche altra attività dove ci sono i mezzi e le persone, l’oratorio e il centro estivo laddove ci sono i numeri... ma è una pastorale che andrà presto in crisi quando il numero di sacerdoti scenderà ulteriormente.
Quali sono le cause, secondo lei?
È sotto gli occhi di tutti la scristianizzazione e la forte crescita dell’indifferenza religiosa: il fatto religioso non tocca più la vita delle persone. Questo è grave e ci deve far riflettere. Vedo, nelle parrocchie, la maggioranza di persone anziane, pochi giovani e ragazzi e questo ci deve far pensare di impostare un nuovo modo di essere Chiesa coinvolgente, propositiva, capace di dare risposte alla ricerca di felicità che c’è nel cuore di tutti.
Come sta il clero diocesano?
In Diocesi attualmente esistono 59 sacerdoti incardinati più 6 non incardinati. Tra 10/20 anni il clero sarà dimezzato: sarà allora che diventerà impossibile illudersi di portare avanti una pastorale parrocchiale così come vissuta finora.
L’assenza di vocazioni è un problema generale, no?
In Piemonte e Valle d’Aosta, per 17 diocesi, ci sono totalmente 65 seminaristi, ma questi erano i numeri di un solo seminario... Casale ne ha uno, Joseph, un africano. È preoccupante: siamo in una fase di Chiesa che, se non è più capace di generare vocazioni, va verso la sterilità. E su questo fatto non possiamo rassegnarci passivamente. Con la pastorale giovanile e vocazionale cercheremo di essere propositivi con i nostri giovani e ragazzi prospettando loro scelte di vita controcorrente.
Cosa fare per il futuro?
Non esiste una ricetta. In questi anni i vescovi piemontesi e della stragrande maggioranza di quelli italiani hanno cercato di attuare progetti pastorali in vista del futuro. A Casale, nel 2010, mons. Catella aveva già impostato le UP, partite ufficialmente nel 2015. Il problema, però, è che stiamo facendo una fatica enorme nel farle decollare.
Per quali motivi?
Si è ancora fermi a pensare a sé stessi, al proprio orticello, manca la visione d’insieme. Ci sono alcuni tentativi che apprezzo molto, ma nella maggior parte dei casi ognuno pensa ancora di cavarsela da sé solo perché attualmente ha ancora le forze per farlo. Ma per quanto ancora? Vengo da quasi 30 anni di parrocchia e capisco bene che impostare una pastorale nuova in sinergia con altri soggetti significa fatica, pensare, riflettere, studiare, impegnarsi con il rischio di sconfitte. Sicuramente è più facile portare avanti una “pastorale-fotocopia” da un anno all’altro che diventa sempre più sbiadita e inefficace. Però occorre cambiare per tentativi già adesso. E un ruolo importantissimo nelle unità pastorali ce l’avranno i laici preparati e formati a questo scopo.
Spostiamoci dalla diocesi alla città: com’è la situazione nella chiesa casalese?
C’è tanta dispersione. Portiamo avanti una situazione che avrà presto poco senso: garantire messe ad ogni ora per poche persone. L’esempio è quello del centro cittadino: 5 parrocchie a distanza di pochi passi ciascuna dall’altra. La strada sarà inevitabilmente quella della parrocchia unica del centro con le diverse chiese “succursali” in cui far ruotare le messe e altre celebrazioni. Un mio desiderio, inoltre, sarebbe che quando il vescovo celebra nei tempi forti (Avvento e Quaresima, ndr) alle 18, le parrocchie del centro concentrassero a quell’ora la loro presenza in Duomo per una celebrazione davvero comunitaria. Stesso discorso per le celebrazioni del triduo pasquale, che intorno al vescovo devono essere esemplari. Questo sarebbe un primo passo a cui arriveremo volenti o nolenti costretti dalla storia. Devo ringraziare tutti i parroci della città perché la via crucis del marzo scorso con tutte le 11 parrocchie è stato un bel segno di unità che spero si ripeta nel futuro. Piccoli segni di un cammino pastorale insieme.
Come vede i rapporti con le istituzioni civili?
Ho trovato sempre grande accoglienza da parte delle istituzioni, e non solo di circostanza. Ribadisco che il futuro di un territorio deve vedere la presenza di Comune e Chiesa in sinergia: ai tempi non rosei che ci attendono, tra crisi economica e, soprattutto, denatalità, possiamo far fronte solamente lavorando insieme.
So della sua grande passione per la musica. I suoi preferiti?
Sopra tutti c’è, naturalmente, Bach. La musica è lasciarsi trasportare, per cui dipende molto dai miei stati d’animo che giocano un ruolo fondamentale nell’ascolto: per rilassarmi ascolto Mozart, per momenti più meditativi Franck, Guilmant, Vierne e tendenzialmente il romanticismo francese, per i momenti più malinconici non può mancare lo “Stabat Mater” di Pergolesi, il “Requiem” di Verdi o Duruflé.
Lei, però, è anche artista...
Ho sempre amato disegnare, ma tutto nacque negli anni del seminario. A Biella ci fu una mostra di icone, ci andai, rimasi affascinato da quel modo di raffigurare la fede. Iniziai a seguire, per alcuni anni, i corsi di iconografia del Centro Studi Russia Cristiana fino a recarmi, nel fatidico 1989, a Mosca e San Pietroburgo all’Accademia Ecclesiastica.
Ancora una curiosità: la sua passione – e competenza – per la cucina.
Amo molto il pesce anche se sono piemontese e il perché è presto detto: i miei genitori hanno gestito un ristorante, mia mamma era di Venezia e io sono cresciuto con lei in cucina. Tanti suoi piatti erano a base di pesce. Poi, sui vini, i miei preferiti sono Ruchè e Freisa.
Quali saranno le sfide che attendono la Diocesi per il nuovo anno?
Il 2019 sarà davvero una sfida: progettare la visita alle unità pastorali. Mi auguro sia un anno fecondo per riuscire a far partire davvero queste realtà e prepari tutti noi a vivere una dimensione nuova del nostro essere presenza della Chiesa di Gesù sul territorio.
Un ultima richiesta: un messaggio ai lettori del “Monferrato”.
La congiuntura economica e politica ci induce al pessimismo, ma dobbiamo essere capaci di guardare alla speranza, uscire dal nostro guscio e saperci mettere in discussione. Tutti. Cosa posso fare io concretamente per il mio quartiere, Comune, territorio? Con più generosità e altruismo tante situazioni potrebbero migliorare: diamoci da fare, ognuno con i propri doni e carismi. Buon anno.
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