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Calendario Anffas 2021
Aneddoti e storie 'd Casa tra le vigne di Aleramo
Curatori Mario Cravino, con Dionigi Roggero e Luigi Angelino
“Casà ’d ‘na vota” nasce un poco in fretta, come numero zero, nel dicembre 1996. E’ un calendario in dialetto, con i dodici mesi del ’97, ideato dal compianto Teresio Malpassuto, distribuito per ricavarne fondi da destinare alle attività dell’Anffas, l’Associazione nazionale famiglie fanciulli subnormali, sezione nata a Casale nel 1968 con la presidenza di Gian Piero Mauri, che passò la mano una decina di anni dopo, a Giovanna Bevilacqua Scagliotti, mancata nel luglio 2019.
Quella prima uscita racconta di edifici religiosi e ricette della cucina tradizionale, ricchezze della Terra monferrina. Oggi è nelle edicole l’edizione 2021, dodici mesi che i curatori (Mario Cravino, con Dionigi Roggero e Luigi Angelino) han voluto dedicare a quello che il Carducci ebbe a definire “l’esultante di castella e vigne suol d’Aleramo”.
Si tratta in realtà di una piccola, condensata ma completa storia della vite e del vino di Monferrato. Ricco di immagini inedite e rari documenti storici - sempre nella gradevole impaginazione e grafica del ticinetese Andrea Girino - il racconto parte addirittura dal ‘200, allorchè in carte di affittanza della Chiesa casalese, si raccomanda di migliorare i redditi dei terreni, adibendoli a vigneto e mettendo a dimora “buone viti berbesine”.
All’epoca il vino è considerato come vero e proprio alimento, sostitutivo di carni (rare specie nelle campagne, perché vendute ai cittadini) o di prodotti della terra, e se ne consuma non poco. Anche appezzamenti di pianura vedono fruttificare la vite, ed è il caso - citato dal calendario - della zona dove sorgerà la “Madonna delle vigne”, attigua all’abbazia di Lucedio; qui “la natura del terreno, corrispondente a quello che nell’Astigiano produce i migliori vini, era delle più favorevoli alla vite”, abbandonata nel ‘600 quando la risaia circostante “ne rese costosa e aleatoria la produzione”.
Un balzo di alcuni secoli, ecco il “Febrar” che ricorda la Famiglia Ottavi, metà Ottocento, cui si deve tra l’altro la fondazione del periodico “Il Coltivatore”, stampato in decine di migliaia di copie e diffuso in tutta l’Italia (tra i lettori, nomi come Verdi e Garibaldi).
E a Marzo, l’impegno nel ‘900 di personaggi come Arturo Marescalchi, sottosegretario all’Agricoltura, e Luigi Gabotto, storico ma ancor prima grande esperto di fitopatologia. Quindi, il villanovese Federico Martinotti, ideatore di un apparecchio per produrre spumante in autoclave, e Vincenzo Luparia, che nelle ultime volontà lasciò l’incarico di fondare una Scuola agraria a San Martino di Rosignano.
Non è un caso che tali personaggi abbiano radici proprio nel Casalese.
L’Ottocento è secolo nel quale la produzione e il commercio del vino occupano grande spazio, in città (mercato in Piazza San Francesco) e sui colli. Con tanti problemi, da quello delle lavorazioni sballate o addirittura sofisticazioni (si usano anilina per dargli colore, acido tartarico per chiarificarlo, addirittura bianco d’uovo per togliere il torbido), a quello di favorirne lo smercio in Italia e all’estero (“Il Monferrato” plaude al nuovo traforo ferroviario del Frejus, aperto nel 1871, visto quale mezzo per portare vini monferrini in Francia), al miglioramento della qualità (purtroppo nel Casalese si produce in prevalenza vino da pasto, quando l’Astigiano punta già su Barbera e Grignolino). Non mancano i pesanti “lagni contro la frode diffusissima dell’adacquamento”, pur con eccezioni, quale rammenta Giuseppe Niccolini quando nel suo “A zonzo per il Monferrato” (edizione 1877), scrivendo della tappa a Morano Po rende onore all’oste dell’Aquila Nera, il cui vino “non ha conoscenza di carrucola, benchè il pozzo e la cantina fossero fraternamente uniti”!
Più vicino ai tempi nostri, il senatore Paolo Desana - ce lo presenta il foglio di Maggio - considerato come il “padre” delle denominazioni d’origine dei vini (la legge sulle DOC è del 1963), dal ’66 all’89 presidente dello specifico Comitato nazionale, fondatore nel 1982 a Casale del Circolo Culturale Ottavi (oggi presieduto dal figlio Andrea) per ricordare e onorare, con iniziative concrete nel campo dell'agronomia, della divulgazione tecnico - scientifica e del giornalismo agricolo, la Famiglia Ottavi.
“Casà ’d ‘na vota” offre quindi, sempre con rare immagini dell’epoca, una rassegna di alcuni gravi problemi che la vitivinicoltura ha dovuto subire e superare. Dai flagelli di fillossera e peronospora di fine Ottocento, allorchè anche nel Casalese prese piede la buona abitudine di usare il “verderame”, alla grandine (combattuta con tiri di appositi cannoni da terra e - lo ricordiamo al di fuori del calendario – nel decennio dal 1970 con aerei che sparavano poco efficaci razzi e magari atterravano con la carlinga bombata, tanto da far apprezzare le classiche reti e le assicurazioni), alla vandalica, delinquenziale distruzione di interi filari di viti ad inizio Novecento.
A concludere il calendario, la festa settembrina della vendemmia, con strumenti che le nuove generazioni sconoscono (la brenta da spalle, l’arbi o bigoncia); il grande valore delle cantine sociali; gli “infernot”, veri scrigni del vino, oggi assurti a livello di tutela mondiale UNESCO; l’Ordine dei Maestri Coppieri di Aleramo, nato nel 1974.
Detto di storie e problematiche, per un “rinomato calendario” che si rispetti, il primo requisito è comunque quello di accompagnarci giorno per giorno, con le lune, i santi, le maggiori festività, i proverbi. Proprio sui santi merita sottolineare il lavoro di ricerca dei singoli patronaggi, con difensori per tutte le categorie e per tutte le occasioni, sempre citati in dialetto, con tante rare curiosità, da Santa Farailda che tutela i “pulà, a San Diego che “at gava al sturtacò” cioè guarisce il torcicollo, a Santa Geltrude che tutela i gatti (non ci ritrovo, al 10 gennaio, il buon Aldo, ma è un guaio comune a quasi ogni calendario, notizie scarse persino per la Chiesa). Ai curatori, che citano tra i detti dialettali un “bütti nen an camin se la bucca la sa nen ad vin”, mi permetto suggerirne uno affine, del mio defunto concittadino Ermanno Morzone: “la buc’a l’è nen straca se la sa nen d’vaca”, la bocca non è sazia se non profuma di vacca, di formaggio.
Per alcuni termini, la pronuncia non è facile, il significato poco chiaro: soccorre, un sintetico “come si legge il calendario”, perché nulla di “Casà ‘d ‘na vota” vada perso. Intanto ci aspetta in edicola, da tenere in casa o per un gradito regalo, sempre con il simbolino Anffas della rosa blu, sorretta da un tutore che attende mani concrete, come lo furono quelle della presidente Scagliotti, “una donna che, senza risparmiarsi - ricordò la Diocesi al momento della scomparsa - ha dedicato la sua vita, oltre che alla famiglia, all’impegno sociale ed in modo particolare alle persone più svantaggiate, combattendo così, con i fatti, quella cultura dello scarto che, oggi più che mai, sembra essersi infiltrata in ogni ambito della società”. In suo ricordo, un piccolo gesto concreto, oltre la commozione.
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