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  • 23 febbraio 2012
  • Casale Monferrato

Anno bisesto, anno funesto? Breve storia del calendario.

Con il termine “calendario” indichiamo il sistema di suddivisione in mesi, settimane e giorni dell’unità di misura più ampia che tutte le civiltà hanno da sempre chiamato “anno”. Fin dall’antichità l’uomo ha tentato di misurare, in forma più o meno approssimata, tutta una serie di fenomeni naturali ciclici e mediante l’osservazione del movimento e della posizione degli astri, arrivando a definire rigorosi intervalli di tempo ed a determinare la durata dell’anno “naturale”. Presso alcuni popoli è prevalso l’uso di riferirsi principalmente alla posizione del Sole, presso altri si è data più importanza ai movimenti della Luna, dei pianeti (Venere) o di stelle come Sirio o le Pleiadi. Dal punto di vista etimologico la parola deriva da kalendae, espressione che i romani attribuivano al primo giorno di ogni mese, nel quale la popolazione romana era chiamata a raccolta per l’annuncio dell’inizio del mese; prima della riforma di Giulio Cesare l’anno era di tipo lunare e i mesi iniziavano con l’apparizione in cielo della prima falce di Luna dopo il novilunio. Studiando i vari sistemi di computo adottati, appaiono evidenti le difficoltà avute dall’uomo per regolare la propria esistenza in sintonia con l’alternarsi delle stagioni; gli sforzi cronologici su base solare trovano già testimonianze in popoli come gli Egizi, che alla fine di un anno di 360 giorni, aggiunsero cinque giorni supplementari, (epagomeni) poi successivamente un sesto giorno ogni quattro anni, con decreto di Tolomeo III nel 238 a.C., risultando questa l’ultima correzione che sarà l’origine del futuro sistema giuliano (da Giulio Cesare, Pontefice Massimo a Roma dall’anno 63 a.C.). Per meglio capire le motivazioni che hanno portato Giulio Cesare alla riforma del calendario che porta il suo nome occorre dire che nell’anno 46 a.C. era in uso un computo derivato da quello di Romolo, riformato successivamente da Numa Pompilio, ma sempre legato al ciclo lunare con diverse modifiche per tentare di tenerlo in accordo con la durata solare dell’anno mediante intercalazione di giorni aggiuntivi, con regole spesso applicate in modo scorretto dal pontifex di turno. Anno dopo anno si produsse a Roma un disordine tale che le varie date risultarono con un disaccordo inaccettabile sulle effettive stagioni astronomiche. I giorni da aggiungere al mese intercalare chiamato “mercedonius” (iniziante dopo il 23 febbraio) erano 22 o 23; terminato mercedonius si riprendeva con i giorni dal 24 fino al 28 febbraio che segnava la fine del mese. Dietro consiglio di Sosigene, astronomo di Alessandria, Giulio Cesare ordinò che l’anno 708 ab urbe condita (anno 46 a.C.) avesse 14 mesi più l’intercalazione del mercedonius per un totale di giorni 445; ordinò che l’anno successivo non dovesse più essere lunare ma solare, con durata di 365 giorni. Per mantenere poi i mesi in sincrono con le stagioni, fissò l’intercalazione con l’aggiunta di un giorno complementare ogni quattro anni (portando l’anno a 366 giorni) correggendo così alla differenza delle sei ore esistente fra l’anno tropico (quello delle stagioni, ritenuto allora di 365,25) e quello civile che necessita di un numero intero di giorni. Quell’anno particolare, che ebbe il merito di riparare alle mancanze del passato, fu chiamato “anno della confusione”. Il calendario così riformato prese il nome di Calendario giuliano, e a Giulio Cesare, fu dedicato il mese di luglio, Julius; quando anni dopo Cesare Augusto, non volendo essere da meno del suo illustre predecessore apportò lievi aggiustamenti al computo, il Senato gli dedicò il mese di agosto (Augustus). Il mese del calendario romano era composto da tre parti differenti: le calende, le none e le idi, in rapporto alle quali i giorni venivano numerati in successione decrescente come giorni mancanti. Il 24 febbraio, mese composto da 28 giorni, era conteggiato come “ante diem sextum kalendas martias” (il giorno sesto che precede le calende di marzo), questo, come detto, era il giorno assegnato in precedenza per l’intercalazione del mese mercedonius; è in questo giorno che Cesare volle aggiungere, secondo la regola del quattro, il giorno intercalare (nella sequenza degli anni giuliani è bisestile quello esattamente divisibile per quattro). Ma in questo mese già sparigliato, i pregiudizi e le superstizioni costrinsero a conservare l’apparenza dei 28 giorni: in pratica i romani fecero durare il 24 febbraio come un giorno di 48 ore (24 più 24), una prima volta come “ante diem sextum…”, (primo sesto), e la seconda come “ante diem bis sextum Kalendas martias” (secondo sesto), ovvero due volte sesto alle calende, da qui è nata la definizione di bisestile per designare l’anno di 366 giorni. Ancora oggi il termine bisestile mantiene lo stesso significato, ma il mese di febbraio, essendo ormai lontani i tempi della superstizione, mostra tutti i 29 giorni; il tradizionale e conosciutissimo detto popolare ”anno bisesto anno funesto”, la cui origine si perde nella notte dei tempi, vorrebbe dare agli anni bisestili un valore negativo, indicandoli come portatori di disgrazie, senza peraltro alcun riscontro razionale o scientifico. L’anno giuliano di 365,25 giorni si rivelò alle successive misurazioni astronomiche più lungo di circa 11 minuti rispetto all’anno tropico (quello delle stagioni, di 365,2422 giorni circa), e questa lieve differenza (11m 14s), ha comportato nel corso dei secoli uno sfasamento delle date sulle stagioni, raggiungendo nel 1582 un anticipo di dieci giorni, ponendo seri problemi anche alla determinazione della Pasqua cristiana, legata alla tradizione delle sacre scritture e fissata con criterio luni-solare. Il Concilio di Nicea in Asia Minore nel 325 d.C. determinò che la Pasqua doveva cadere alla prima domenica dopo il Plenilunio che coincide o segue immediatamente il giorno 21 marzo, considerato questo l’equinozio ecclesiastico (l’equinozio astronomico può cadere nei giorni 19, 20, 21 marzo). Nel 1582 il Calendario giuliano assumerà la attuale struttura, a seguito della coraggiosa riforma di Papa Gregorio XIII; da quell’anno, non senza eccezioni e tentennamenti, il calendario chiamato “gregoriano” è utilizzato nei paesi di area cattolica e nelle relazioni internazionali. La riforma gregoriana consistette nel togliere i dieci giorni fino ad allora accumulati facendo seguire al giovedì 4 ottobre il venerdì 15 ottobre e, per fissare in modo perpetuo la data dell’equinozio, si dovette apportare un modifica all’algoritmo di computo: mantenere invariata la regola del giorno bisestile ogni quattro anni, ma considerare bisestili soltanto gli anni secolari divisibili per 400. Infatti dalla riforma del 1582 sono stati bisestili il 1600 ed il 2000 e lo sarà il 2400, mentre non sono stati bisestili il 1700, il 1800 e il 1900 e non lo saranno il 2100, il 2200 ed il 2300. Alcune curiosità: l’anno 2012 che stiamo vivendo rappresenta l’anno 6236 del primo calendario Egizio, l’anno 5772 del calendario Ebraico, l’anno 1433 del calendario islamico, l’anno 2556 del calendario Buddista, l’anno 2765 dalla fondazione di Roma e l’anno 5130 (l’ultimo) del misterioso Grande Ciclo dei Maya che terminerebbe il 23 dicembre prossimo. Tranquilli: non ci sarà la fine del mondo, ve lo assicuriamo! Festeggeremo in modo sereno sia le prossime feste natalizie che quelle degli anni successivi; nel frattempo prepariamoci a trascorrere il prossimo mercoledì 29 febbraio 2012 senza preoccuparci che sia il “giorno bisesile”: ai lettori nati in questo giorno formuliamo un particolare augurio di buon compleanno, dal momento che possono festeggiarlo soltanto ogni quattro anni…

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