Torna a risplendere la cappella dell'Immacolata di Villanova
di Mattia Rossi
Quando si finisce un’opera, di restauro in una chiesa, vengono in mente le parole del salmista “Lo zelo per la tua casa mi divora”. Ed è proprio all’insegna di questa citazione biblica che ci saluta l’artista villanovese Giovanni Bonardi, pittore e scultore nonché fine conoscitore della teologia, grazie al quale la cappella dell’Immacolata (l’ultima, partendo dal fondo, nella navata di destra) della chiesa parrocchiale di Sant’Emiliano di Villanova Monferrato è ritornata al suo splendore.
Ultimati gli interventi di restauro, fortemente voluti dal parroco don Mario Fornaro, di questo lucente e sontuoso esempio di barocco piemontese, abbiamo incontrato Bonardi per farci illustrare i risultati del proprio lavoro.
«Un tempo - inizia - si restaurava in modo da “coprire”, oggi, invece, si cerca di riportare alle origini e in luce gli elementi nascosti».
In che condizioni versava la cappella prima del restauro?
«Era in condizioni di forte degrado dovuto, prima di tutto, al logorio naturale del trascorrere degli anni e, in secondo luogo, ai precedenti restauri eseguiti in maniera non consona e, ai nostri occhi, peggiorativi. In particolare, poi, vi era una zona della volta gravemente contaminata da infiltrazioni di acqua piovana».
Quali sono stati gli interventi effettuati?
«Il lavoro più importante è stato quello del cosiddetto discialbo: cioè, con mezzi meccanici come il bisturi, sono state eliminate le varie sovrapitture di calce. Una zona danneggiata dall’acqua, invece, è stata risanata su due fronti: gli stucchi sono stati ricostruiti sul modello di quelli originari; mentre le pitture, nelle quali l’intervento del restauratore deve essere riconoscibile, le ho “segnate” con la tecnica del “rigatino”. Per quanto riguarda la pittura blu nelle “fasce” delle arcate della volta, preciso che l’operazione scelta da Giorgio Careddu (Soprintendenza) è stata quella di storicizzare l’ultimo intervento di restauro, operato dal Mella a fine Ottocento, e, quindi, mantenerle blu anziché rosa come in origine».
Il livello artistico d’insieme della cappella?
«Gli stucchi sono indubbiamente di alto livello; le pitture, invece, meno. Questo è dovuto al fatto che esse non sono coeve agli stucchi, ma settecentesche. Per almeno un centinaio d’anni, dunque, le specchiature degli stucchi rimasero solamente colorate di rosa. Per quanto riguarda la pala d’altare (anch’essa di fattura settecentesca), invece, è presumibile che prima di tale epoca vi fosse già qualcosa: la pittura attuale, infatti, è dipinta su un nuovo muro. Le raffigurazioni sulla volta rappresentano scene di vita della Madonna (l’Immacolata - al centro -, la natività, l’Annunciazione, la visita ad Elisabetta e la fuga in Egitto) alle quali si aggiungono i quattro evangelisti».
Quali particolari scoperte hai potuto effettuare?
«La più importante, la dedicazione: si è sempre ritenuto che, questa, fosse la cappella dell’Assunta, ma, invece è dell’Immacolata contemplata dalle famiglie umana e divina: i cartigli degli angioletti, hanno riportato alla luce frasi di esaltazione all’“Immaculatae conceptioni”. Altra scoperta la datazione: non la seconda metà del Seicento: in un cartiglio è riportata la data MDCXXIII, 1623! È, quindi, un esempio di barocco piemontese coevo alla cappella del Rosario di San Domenico di Casale decorata dagli stessi autori».